È aprile e io ho l’ansia, o della mia introduzione al mondo dei creatori di videogiochi.

È aprile. Di già. Mi sembra ieri che stavo seduta ai tavolini esterni del baretto di piazza Duomo, incurante del freddo, a parlare del più e del meno con le mie amiche di una vita (Isa e Franci e Irene e Vale vi voglio benissimo e mi mancate ciao). Erano i primi di gennaio, e ora è già aprile inoltrato. Dall’altra parte del mondo è iniziato il caldo primaverile, tranne per qualche giornata fuori dal coro, ma è il vento perenne del mio quartiere che ogni giorno mi fa impazzire e desiderare di non aver mai provato a mettere piede fuori di casa. Ho già sacrificato a Nakano Central Park innumerevoli passate di mascara, diverse acconciature e qualche ombrello. La cosa divertente è che quando arriva il caldo vero, quello che fuori fanno quaranta grandi e vorresti girare con la faccia in un bidone di ghiaccio per riuscire a respirare senza sentirti bruciare i peli del naso, allora il vento smette. Grazie, vento, è stato bello averti con noi tra ottobre e aprile, ci vediamo l’anno prossimo. Se devo essere onesta, però, il vento mi preoccupa meno della metà di quanto mi preoccupino i prossimi anni della mia vita.


Partiamo dal fatto che ho lasciato l’Italia dieci mesi fa con l’idea di continuare con l’università e invece ora mi ritrovo in un istituto professionale a studiare come si fanno i videogiochi. Se non mi conoscessi potrei rileggere questa frase dieci, venti volte e comunque non trovarci un senso. Di solito queste cose vanno al contrario, uno inizia che vuole fare il cantante/veterinario/astronauta/videogiocatore professionista e poi la vita lo smonta così tante volte da convincerlo a iscriversi a un’università, finire la triennale, iscriversi a una specialistica, prendere un master eccetera eccetera. Io vengo su al contrario, tipo Benjamin Button o gli inglesi, e a ventitreanniquasiventiquattro decido di prendere la via dei videogiochi. Non è mai troppo tardi per i videogiochi.

Nel post di oggi parlerò un po’ della mia introduzione alla Tokyo Designer Gakuin seguendo una timeline che va da novembre fino a oggi, 17 aprile.

Novembre – Marzo
Dopo aver superato colloqui (“come ti vedi in futuro, e quanti soldi ha la tua famiglia?”) e test scritti (“quanti soldi ha la tua famiglia, e come ti vedi in futuro?”), sono iniziate le lezioni della pre-school. Una domenica al mese per incontrarsi con gli altri futuri studenti e simulare le lezioni che inizieranno poi da metà aprile. L’obiettivo della pre-school del dipartimento di videogiochi (lo so, suona un sacco poco serio, appena un gradino sopra a “Facoltà di Scienze delle Merendine”) era il seguente: mettere assieme futuri game planner, game programmer, character designer e artisti 3D puntando puntando a produrre una mini-visual novel a finali multipli (due, in realtà). Detta così sembra una cosa divertente, e invece prevedibilmente qualcosa è andato storto. Dico prevedibilmente perché… provate a pensarci: i futuri game planner, game programmer, character designer e artisti 3D di cui sopra sono tutti a. freschi di liceo e ignari che al mondo esista gente non giapponese oppure b. cinesi che fanno branco e se ne sbattono altamente di cosa stia succedendo attorno a loro. E poi c’ero io, l’unica occidentale tra un centinaio di occhi a mandorla, coi capelli rossi e i dilatatori alle orecchie e i tacchi che mi fanno raggiungere la discreta altezza di un metro e sessantasette. Se non fa paura tutto questo, non so cos’altro potrebbe. Formato il gruppo, la trama su cui abbiamo concordato era semplice: finale del torneo di baseball del liceo, l’eroe invoca la protezione di un talismano che lo fa trasformare in una maghetta (lo so, lo so). L’aura della maghetta fa trasformare il lanciatore avversario in un demone e i due si scontrano. Fine. “E i due finali?”, vi chiederete voi. I membri del gruppo non-character-designer ( tre su sette) hanno deciso che non servivano. Anche se è una visual novel. Anche se ci è stato detto di usare i finali multipli. Ogni obiezione è stata soppressa. Visto che i il numero dei personaggi era uguale a quello dei character designer (quattro), abbiamo deciso di disegnarne uno a testa. Una ragazza cinese, che però è in Giappone da diversi anni e che per tutto il meeting ha continuato a ripetere “Se non sapete fare qualcosa lasciate fare a me che tanto so fare bene tutto” è stata la prima ad alzare la mano, prenotandosi per disegnare la maghetta e lasciando gli altri a disegnare le cose più complicate. “Se non sapete disegnare qualcosa lo faccio io, so disegnare tutto”. Okay. Tutto questo è successo durante la prima lezione. Tanto per dire, il mese dopo eravamo in tre. Io, il game planner e l’artista 3D. Nemmeno un programmatore. Visto che la volta precedente nessuno aveva avuto la premura di condividere il proprio lavoro nella cartella apposita del computer, mi è stato chiesto di disegnare tutti e quattro personaggi, “tanto quanto ci metti? Mezz’ora per personaggio?” Saltando brutalmente alle conclusioni, apprezzo molto l’idea di organizzare una pre-school per fare abituare le persone a lavorare in gruppo. Il problema è che nessuno di noi aveva la minima idea di cosa stava facendo e, soprattutto, di come andava fatto.

11 Aprile
Saltiamo avanti di un altro mese. La scuola promette di spedirci a casa i materiali didattici tra il 10 e il 12 aprile e l’11 mattina, puntualissimo, suona il postino.

Un pacchettino piccolino. E sì, ho i capelli lilla.

Un pacchettino piccolino. E sì, ho i capelli lilla.

Diciamo che come materiali li ho trovati un po’ scarsini (soprattutto vista la mancanza di libri di testo – sono parecchio scettica a riguardo ma vediamo come va), ma mi sono emozionata tantissimo per la cartellina formato B3 che è tipo la versione dandy e intellettuale di quelle cartellone sfigatissime bianche che ci portavamo dietro alle medie quando c’era arte.
Oltre a quella, ho ricevuto un blocco per gli schizzi sempre in formato B3, una riga, un set di 12 matite normali e uno da 24 acquarellabili, un taglierino con cui fare a pezzi i miei nemici, una clip per appendere i loro resti alle pareti e una penna supermegaspecialissima per la tavoletta grafica (che devo ancora capire in cosa differisca dalla penna che già ho ma oh, i materiali erano obbligatori e magari scoprirò che è una figatissima, boh).

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14 aprile
Giorno della cerimonia di apertura. Qui funziona che quando entri in una scuola nuova devi presentarti tutto impomatato e incravattato in un auditorium/sala conferenze/hall a caso per farti dare il benvenuto dal preside, il corpo docenti al completo, il sindaco, gente a caso laureatasi decenni prima in quella stessa scuola che ora fa i soldoni e che vuole dimostrarti come anche tu possa fare carriera e diventare un pezzo grosso dell’industria della carta pur avendo un diploma in inserire corso a caso, e tanti tanti senpai.
Ah, e poi ci si fa le foto. Tantissime foto, soprattutto se sei giapponese e se stai entrando nella tua nuova scuola con qualcuno dei tuoi vecchi compagni di liceo. Siccome non volevo essere da meno anche io mi sono fatta fare una foto, però da sola perché non ho amici.

Sembro quasi una persona seria.

Sembro quasi una persona seria.

15 aprile
Orientation. Quest’anno di iscritti al dipartimento di videogames siamo in 107, di cui circa un quarto sono cinesi stranieri. Ci hanno consegnato finalmente l’orario e ho appreso che su cinque giorni ne ho due pieni e tre mezze giornate. Giovedì ho solo il pomeriggio. Ho gioito. Vorrei scrivere le materie che andrò a studiare nello specifico, ma non saprei tradurre i nomi in italiano. Vi basti sapere che per questo primo semestre studierò sia le basi del disegno (su carta e digitale) che alcuni elementi di grafica 3D, oltre a frequentare seminari sulla teoria del videogioco/ricerche recenti in campo videoludico/teorie di marketing/presentazioni aziendali e altra bella robbba. Also, uno degli eventi annuali segnati nel calendario accademico è il Tokyo Game Show, il primo anno come spettatori e il secondo come espositori. Sono gasatissima.

16 aprile
Class meeting, Come c’era da aspettarsi in una scuola del genere, la mia classe è piena di disagiati (ma d’altra parte se non hanno dei problemi noi non li vogliamo). Siamo circa in 25, di cui la metà cinesi stranieri, e tutto sommato mi va anche bene. Mi sento vecchia perché i giapponesi solitamente iniziano a frequentare questo tipo di scuola a 18 anni, appena finito il liceo, e ciò significa che sono ancora tutti minorenni. Dall’altro lato il mio insegnante responsabile è un manzo asiatico individuo parecchio interessante che chissà come è passato dal dipartimento di architectural design a quello di videogame (crisi di mezza età?). Tra i compagni degni di nota, comunque, spiccano un tenero giapponese balbuziente, una ragazza cinese di 27 anni che prima di venire qui faceva la tatuatrice nella periferia di Pechino (siamo già migliori amiche forever), un ragazzo di Hong Kong che si fa chiamare Charles, quattro ragazze giapponesi che non distinguo l’una dall’altra e sfiga ha voluto che mi capitasse anche la ragazza cinese residente da lungo tempo in Giappone di cui vi parlavo sopra. Quella che “ragazzi, se non sapete fare qualcosa tranquilli che io so fare tutto”. Già. Ah, e c’è un altro ragazzo taiwanese che durante il giro di presentazioni, mentre tutti nominavamo videogiochi o anime preferiti, ha pensato di includere la storia di quella volta in cui ha pescato con suo zio un tonno lungo un metro. Hm.
Spero vivamente che il collante della classe non consista solo di passioni in comune, altrimenti visto il mio schifo per tutto ciò che è animazione che non mi ricordi la mia infanzia mi considero già tagliata fuori. Durante le presentazioni, ogni volta che qualcuno diceva “Il mio anime preferito è inserirenomeanime“, dai banchi si levava un disgustoso coro di “ooooh” e “aaaaah” e gridolini fastidiosamente eccitati, mentre io nella mia ignoranza pregavo che qualcuno prima o poi dicesse “a me non piacciono gli anime, preferisco le serie tv americane”. Ma non l’ha detto nessuno.

L’unico Charles della mia vita.

17 aprile
Oggi. La mattinata è trascorsa a imparare come farsi un account su Gmail (e, per la cronaca, con questo ho creato il mio quinto indirizzo e-mail, posso farmi un sacco di profili falsi ovunque), mentre nel pomeriggio abbiamo iniziato un lavoro di gruppo che si protrarrà fino a martedì, il cui obiettivo è disegnare una mappa dei dintorni della scuola che sia interessante e artisticamente piacevole. La mappa in realtà può avere come tema qualsiasi cosa, ma la parola chiave è – notate bene“interessante”. Riunito il gruppo, constatato oltre a me tutti gli altri sono tutti cinesi e finito il round di presentazioni arriva il momento di decidere il tema. Brainstorming! Cosa potremmo mai scegliere per rendere la nostra mappa unica, interessante e stimolante? Subito arrivano i consigli migliori in tutta la storia dei consigli. “Facciamo una mappa dei parcheggi”. “No, una delle stazioni del treno”. “Macchè, facciamone una con i ristoranti cinesi”.

Terrorizzata dall’idea di dover girare tutto il pomeriggio a cercare e mappare parcheggi (seriamente? parcheggi?) ho proposto di lavorare invece sui locali a tema di Akihabara, che si trova ad appena un quarto d’ora a piedi dalla scuola. Fortunatamente l’idea ha avuto un riscontro positivo, e abbiamo deciso di partircene alla volta della città elettrica alla ricerca di bar, ristoranti e caffetterie carine.
To be continued…

Insomma, questi sono stati i miei primi giorni di scuola. Sicuramente i prossimi due anni saranno pieni di esperienze pazzesche, sono veramente curiosa di vedere come andrà quando le lezioni cominceranno effettivamente.

Grazie per essere rimasti con me per quasi 2000 parole, vi lascio con alcune domande: da piccole/i preferivate Charles/Kamura o Eric/Hayama? Fa caldo in Italia? Chi volete sul trono di spade?

Alla prossima!

Il Giappone è una brutta persona: Dating Sim che proprio no.

Oggi si parla di videogiochi, argomento che mi appassiona e interessa un sacco – soprattutto se si tratta di videogiochi giapponesi strani di cui sento lo spasmodico bisogno di mettervi al corrente. Preparatevi ad aprire la vostra mente, a porvi nuovi interrogativi, a sentirvi incuriositi e schifati – ecco a voi la mia personale selezione di Dating Sim che proprio no.

Per chi di videogiochi non ne mastica, un Dating Sim è sostanzialmente un simulatore d’appuntamento dove l’obiettivo principale è uscire e conquistare il personaggio che più vi si addice, la vostra anima gemella. Ce ne sono davvero per tutti i gusti, anche se forse la serie più popolare rimane quella di Tokimeki Memorial, che dal 1994 sforna giochi, spin-off, app, eccetera. A Tokimeki Memorial Girl’s Side 1st Love ci ho giocato anche io, e vi assicuro che può rivelarsi un’esperienza parecchio frustrante soprattutto quando tu punti a uscire con il professore, ottenendo invece senza volerlo risultati devastantemente contrari come: lui che ti odia perché a scuola sei una capra; lui che non ti rivolge la parola quando lo saluti all’uscita da scuola; lui che ti bandisce definitivamente da tutte le gite scolastiche.

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Come sei figo, professore.

Se pensate che flirtare con un personaggio fittizio attraverso lo schermo di una console portatile sia patetico, non posso che darvi ragione. Dico solo che forse dovreste provare Tokimeki semplicemente per il fatto che tutti i personaggi vi chiameranno per nome (lo stesso che avete inserito nelle impostazioni all’inizio del gioco) con la loro propria voce! Provate e poi vediamo se non vi emozionare/innamorate. Quando il professore qui sopra mi chiama “Kubota” mi tremano le ginocchia.
(FINE PARENTESI LAME)

Insomma cotte videoludiche a parte, qui di seguito vi propongo la mia top 5 dei Dating Sim anomali made in Japan!

5. Katawa Shoujo (かたわ少女)

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Al quinto posto troviamo quello che in italiano potrebbe essere tradotto con… Wait that? Ragazze deformi? Grazie per la delicatezza, Giappone, come sempre. Reso in inglese con un più corretto “Disabled Girls”, si tratta di un gioco indie disponibile per PC e scaricabile gratuitamente da qui (anche in inglese).
Il genere è quello della visual novel e le strade si dividono a seconda delle scelte compiute durante la storia, conducendo a finali diversi – riconducibili essenzialmente a happy ending, neutral ending e bad ending. A volte i bad ending possono essere davvero cattivi e potreste non riprendervi più, quindi state attenti alle scelte che fate e, per Diana, trattate bene tutti i personaggi!
In Katawa Shoujo si gioca nei panni di Hisao Nakai, un ragazzo che in seguito a problemi di aritmia cardiaca viene trasferito in una scuola che ospita altri ragazzi e ragazze variegatamente disabili. Avremo una gamma di cinque ragazze tra cui scegliere, e in particolare (come le vedete nell’immagine qui sopra, da sinistra verso destra) una ragazza a cui sono state amputate le gambe in seguito a un’operazione, una seconda a cui sono state invece amputate le braccia, una terza che ha la parte destra del corpo completamente sfigurata da gravi ustioni, la bionda ipovedente e, per finire, una sordomuta. La ragazza dai capelli rosa e boccolosi ci farà invece da tutor, e non sarà conquistabile.
Nonostante le premesse grottesche, il gioco è davvero bello e l’argomento disabilità è trattato in modo molto molto delicato. Devo dire la verità, Katawa Shoujo stona un po’ in questa top 5. È una visual novel con nulla di sbagliato, e l’unica sua colpa è di poter essere fraintesa per del materiale da feticisti del genere.
Delusi? Ci sono ancora quattro posizioni da scoprire, e i giochi che tratteremo avranno decisamente TUTTO di sbagliato.

4. Jurassic Heart

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Al quarto posto ho scelto di inserire Jurassic Heart: un nome, un programma. E indovinate cosa? È giocabile online gratuitamente! Qui. È una visual-novel vergognosamente corta dove tu, giovane e dolce studentessa, dovrai riuscire a conquistare un fottutissimo T-Rex (comprandogli un ukulele). UN T-REX! Riuscite a immaginare qualcosa di più sbagliato ed epico? Non credo. Jurassic Heart è così corto che vi basterà togliere mezzora del vostro tempo a Facebook per cominciarlo e finirlo in una sola sessione. Non vi dico altro.
Se proprio vi sentite pigri e non avete nemmeno voglia di aprirlo, almeno guardatevi un gameplay di PewDiePie.

3. Creature to Koi shiyo! Kokonoe Kokoro (クリーチャーと恋しよっ!ここのえこころ)

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So cosa state pensando: “Oddio, e questo che c*** è?”. Vi rispondo subito: è niente meno che “Fall in love with creatures!” (Innamorati delle creature, come non giocarci con un titolo del genere?), una visual novel che se conoscete un po’ di giapponese potete scaricare sempre gratuitamente da qui, cosa che io non ho fatto perché purtroppo non esiste una versione Mac -ma tranquilli, prima o poi ci giocherò.
In questo Dating Sim decisamente non convenzionale il protagonista avrà a che fare con un’amica d’infanzia che non si capisce perché ha le fattezze di una cavalletta, una sorellina-pipistrello e il bullo-demone della scuola. In realtà la trama è parecchio lineare e potrete flirtare solo con la vostra cavalletta del cuore, ma credetemi, vi basterà.

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Non ho parole, se non: “wow”.

I produttori sanno decisamente come vendere il proprio gioco (oddio, è un gioco free quindi hanno poco da vendere): se non bastassero le creature con cui potrete interagire, ognuna doppiata con enorme cura , sappiate che in questo gioco sono presenti “sex appeal, baci e scene in costume”. È proprio così, c’è scritto sul sito. Per quanto riguarda il sex appeal non ne dubito, non c’è nulla di più erotico di una cavalletta che si cambia i vestiti, e l’immedesimazione nel protagonista imbarazzato alla vista delle curve della sua amica è totale.

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Per i baci non sono sicura di come si svolga la faccenda, speriamo almeno che la cavalletta non si trasformi all’ultimo in una mantide religiosa. Per le scene in costume, beh, valutate voi stessi.

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Non so se riesco a reggere tutta questa tensione sessuale.

La storia dura poco meno di un’ora e non sono sicura che ci siano dei finali multipli, ma direi che quello che abbiamo visto finora non deve lasciarci alcun dubbio: da giocare, subito, senza esitare.

2. Hatoful Boyfriend(はーとふる彼氏

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Okay. Ammetto che sono stata davvero tentata di mettere Hatoful Boyfriend nella prima posizione, e che solo un piccolo particolare nel suo avversario lo ha sbaragliato dalla testa della classifica (capirete tutto più tardi).
Hatoful Boyfriend è un Dating Sim eccezionale, geniale e imperdibile. Lo scaricate in inglese da qui. Già il titolo promette grandi cose: “hatoful” è infatti l’unione dell’inglese “heartful” (o “hurtful”?) e del giapponese “hato”, PICCIONE. In questo gioco dovrete infatti scegliere la vostra bestia portatrice di germi preferita e conquistarla senza pietà.

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In questo Dating Sim spettacolare tu sarai l’unica studentessa umana al St. PidgeoNation’s Institute (?) e potrai scegliere di flirtare con una vasta gamma di personaggi, dallo studente francese in scambio al weirdo che parlerà per doppi sensi dall’inizio alla fine del gioco. Al primo incontro con ognuno verranno visualizzate anche le ipotetiche sembianze umane del volatile, giusto per darvi un’idea, prima di sprofondare in relazioni inquietanti con piccioni malaticci e farvi corteggiare da altezzose colombe. Inoltre, per ogni personaggio saranno presenti finali multipli che vi permetteranno di giocare e rigiocare la trama (della durata di circa un’ora) fin quando non vi accorgerete di trovare attraente il volatile che in questo momento sta cagando sul vostro balcone e non deciderete di tornare a Tokimeki Memorial la vita reale.

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“L’ho preparato solo per lui e sono proprio curioso di vedere come il suo corpo reagirà…” Beh, l’avete capito. Questo è il weirdo.

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“Che c’è? Vuoi giocare ancora un po’? La notte e giovane, e se i giochi pericolosi sono quello che fa per te ti accompagnerò io”. CREEPY!

E non è finita qui. Di Hatoful Boyfriend è disponibile anche il manga che potete sfogliare comodamente davanti al vostro pc cliccando qui. Non dite che vi ci ho mandato io però. Io non vi ho detto nulla.
Ora, alla posizione numero uno…

1. Paca Plus (パカプラス)

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Paca Plus è al primo posto perché parla di ALPACA. Esatto, le mie dolcissime alpaca. Se avete Windows, lo potete scaricare in inglese da qui.
La trama è abbastanza semplice: tu e Izumi Yukari, la tua ragazza, andate a fare una gita all’Alpaca Kingdom (che oltretutto sembra un posto meraviglioso, voglio andarci anche io). Sull’autobus di ritorno vi assopite entrambi, da bravi giapponesi, e al tuo risveglio la tua ragazza si è trasformata in alpaca. Comincia così la tua estate fianco a fianco con la tua pelosa e dolcissima amichetta.
Se ancora non siete convinti, vi lascio con alcuni momenti particolarmente significativi di Paca Plus. Oh, se solo anche le mie alpaca sapessero parlare…

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“Alpaca che indossa i vestiti di Yukari mi preoccupa.”

“Ero confuso per via di tutto il morbidume.” (e lo sarei anche io)

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“Oh, non ti droghi? Ti insegno io.”

Si conclude qui la mia classifica dei cinque Dating Sim (o meglio, quattro) che rendono in Giappone una brutta persona. Sono curiosa di sapere cosa ne pensate, quindi se vi va rispondete al sondaggio qui sotto!

Qui sotto invece c’è un altro sondaggio a cui qualcuno ha già risposto (e penso che siamo tutti d’accordo).

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Non c’è che dire, a scrivere questo articolo mi sono divertita troppo. Spero di avervi aperto un nuovo mondo fatto di videogiochi discutibili e nuove cose/persone/oggetti con cui poter intrattenere una relazione sentimentale. Tokyo ist Krieg rimane sempre all’erta e se mai dovesse scoprire altri Dating Sim allo stesso livello di questi (o addirittura superiori, mi vengono i brividi a pensarci) non mancherò di farvelo sapere!

Vi ricordo che potete seguire il blog anche su Facebook. Arrivati a 500 like penso di organizzare un piccolo giveaway, quindi stay tuned e invitate i vostri amici!

“Smetto quando voglio”, o della scienza dietro agli UFO catcher.

Oggi entreremo nel magico mondo dei game center giapponesi, e in particolare analizzeremo il potere magnetico dei cosiddetti UFO catcher, cioè di quei marchingegni infernali che spesso e volentieri si possono trovare nelle sale giochi un po’ in tutti i paesi del mondo; da Jesolo a Sharm, alla costa californiana, ma soprattutto qui , nel paese dei videogiocatori seriali di rythm games che immagino debbano riservarsi come minimo un paio d’ore e un paio di migliaia di yen ogni sera per allenarsi e raggiungere certi livelli (e pensare che mi credevo brava a Guitar Hero, tanto tempo fa).
Ma che cosa c’è da dire a proposito degli UFO catcher? Non sono altro che un giochino stupidissimo in cui muovi un artiglio meccanico sul premio che vuoi, cerchi di tirarlo su e farlo cadere nel buco; sfortunatamente questo succede solo nel 2% dei casi, mentre nell’altro 98% la pinza cederà, si sviterà, collasserà su se stessa o imploderà creando un buco nero, impedendovi di ricevere il vostro tanto ambito premio (probabilmente un peluche lercio del valore di uno o due euro, per cui voi ne avrete già spesi una decina). Avete presente di cosa sto parlando? Bene, dimenticatelo. In Giappone non funziona così.

Non si può rinunciare a fare almeno un tentativo con queste bellissime alpaca come premio.

Non si può rinunciare a fare almeno un tentativo con queste bellissime alpaca come premio.

E come funziona in Giappone? Funziona che le claws, le pinze per dirlo alla maniera di noialtri, hanno solamente due bracci anziché i tre o quattro di quelle occidentali. Di conseguenza, la chiave del successo non è il sollevare l’oggettino bramato per farlo cadere nel buco, quanto il trascinarlo dentro un poco alla volta e, nella maggior parte dei casi, con uno solo dei due bracci, ignorando completamente l’altro. Non a caso in tutte le macchinette che ci sono in giro ci sono uno o due premi vincibili soltanto.

Qui è palese quali premi siano conquistabili e quali no, ma talvolta bisogna studiarci un po' su.

Qui è palese quali premi siano conquistabili e quali no, ma talvolta bisogna studiarci un po’ su.

La seconda differenza sta nel tipo di pubblico che certi giocattolini infernali attirano. Se gli UFO catcher presenti in una triste e bluastra sala giochi di Rimini verranno usati solo da genitori esasperati dai continui lamenti dei propri figli convinti di poter prendere un peluche (“e va bene, tieni un euro, ma poi basta”), nelle Taito Station, nei Sega Club, negli Adores e in tutte le altre sale giochi disseminate sull’arcipelago la fauna che è possibile ammirare è delle più disparate (o disperate? ai posteri l’ardua sentenza): gruppi di ragazzine che lanciano urletti emozionati ogniqualvolta riescano a guadagnare uno dei premi più kawaii; coppiette in cui il macho di turno tenta di conquistare eroicamente un pupazzo per la sua fidanzata, ed il successo o il fallimento della quest saranno ovviamente fattori determinanti nel destino della loro relazione; ci sono i ragazzi kakkoii (cool, insomma) che giocano tra loro per attirare le ragazze curiose e ci sono i gruppi di nerd che sbavano a fiotti sull’ultima action figure di Hatsune Miku facendo i turni per conquistarla.

Quando ci vanno di mezzo le scatole, ci vuole l'occhio clinico di un professionista.

Quando ci vanno di mezzo le scatole, ci vuole l’occhio clinico di un professionista.

Terzo punto: i premi. Dimenticate i pelouche impolverati, con gli occhi storti, scuciti e dallo sguardo triste e rassegnato. Entrando in una sala giochi giapponese, soprattutto se in una di quelle grandi in cui ci sono più piani adibiti soltanto agli UFO catcher, si può vedere di tutto: dai dolci (e conseguenti catcher a misura di bambino, vabbè) ai peluche che nei negozi vendono venduti a caro prezzo, che con un po’ di bravura e tattica qui si possono ottenere solo con poche centinaia di yen; e ancora le action figures che ad Akihabara sbancano il lunario, le scatoline per il pranzo (bento-box), coperte, tazze, portachiavi e ciondoli per il cellulare, addirittura set di pentole (rigorosamente kawaii). Con tutta questa pucciosità dilagante, ti vien davvero voglia di giocare. E parlo io che prima di arrivare qui schifavo tantissimo questi giochi con l’artiglio (oh beh andiamoci piano. Li schifavo prima che succedesse questo).

Tanto per rimanere in tema...

Tanto per rimanere in tema…

Passando alle cose serie, nel titolo dell’articolo si parla della “scienza” che sta dietro agli UFO catcher. Sembrerà strano, perché da noi non c’è nessuna scienza dietro a questi apparecchi: uno va, mette una monetina, cerca di afferrare un pupazzo, perderà i suoi soldi perché non ci riuscirà, se è uno stoico ci riproverà, ma alla fine tornerà scazzatissimo al suo air hockey dove né si vince né si perde. Invece qui in Giappone di scienza dietro a questi giochini ce n’è eccome, ma procediamo per punti:

1. La posizione degli oggetti vincibili cambia a seconda dell’ora del giorno; gli addetti delle sale giochi sono perfettamente addestrati per spostare in posizioni più semplici o più complesse un oggetto a seconda dell’orario; più difficile nelle ore post-scolastiche, più semplice quando invece non va quasi nessuno. Maledetti.

2. La posizione degli oggetti vincibili cambia a seconda della posizione della sala giochi; ad Akihabara, il quartiere nerd dove si radunano tutti gli appassionati di anime, manga e videogiochi, è molto più difficile vincere rispetto a Nakano. Questo perché i premi sono di maggior valore e perché la clientela è risaputamente più esperta. Quindi bimbi miei, se per caso vi trovate ad Akihabara e vi girasse di fare un tentativo agli UFO-catcher del posto, scegliete bene e non fatevi ingannare dall’apparente semplicità delle macchinette!

Una Taito game station ad Akihabara, che meraviglia.

Una Taito game station ad Akihabara, che meraviglia.

3. Gli addetti agli UFO-catcher sono lì per voi: se un premio dovesse risultarvi troppo difficile da acchiappare, potete benissimo chiedere ad uno di loro di spostarlo in una posizione più favorevole; allo stesso modo, se il premio disponibile non vi piace potete chiedere di farvelo cambiare con uno che vi va più a genio. Ovviamente non sono obbligati a farlo, quindi saltuariamente si potrebbe anche incappare in un rifiuto (molto raramente, se siete stranieri). Chiaro che se fate vedere all’addetto di turno che vi arrovellate o che spendete almeno un paio di centinaia di yen per un determinato premio, saranno più disponibili.

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4. Le macchinette all’ingresso sono più facili da vincere rispetto a quelle interne alla sala giochi; questo perché vincendo alle prime macchinette che vi verrà voglia di provare sarete praticamente trascinati nell’immenso vortice di tutto quanto il resto (true story), e anche perché i passanti che vedono tutti vincere saranno tentati anche loro di provare. Maledetti #2.

5. Ultimo ma non ultimo, in Giappone vogliono che voi vinciate! Soprattutto se siete stranieri. Vogliono che abbiate un bel ricordo della nobile terra di Yamato, e chi può lasciarvelo se non un enorme peluche che non riuscirete nemmeno a mettere in valigia? Vogliono che voi vinciate perché più vincete e più giocate. Per le sale giochi è importante il giro di clienti che si viene a creare, ed è indispensabile mantenere una buona reputazione.

In definitiva, se mai sarete tentati di provare una di queste macchinette in Giappone, fatelo assolutamente ma per carità, fissatevi un budget all’interno del quale mantenervi e non fissatevici troppo. A me la fissa è durata giusto un paio di settimane, ora sono guarita (per fortuna mia e delle mie tasche).

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Chiedo perdono se ho abbandonato il blog per più da una settimana, ma recentemente ho scoperto quella che la gente chiama “vita sociale” (oddio, non è che sia poi così tanto sociale, resta il fatto che quando torno a casa la sera, che sia da lezione o da un giro con gli amici, non ho voglia di mettermi a scrivere).
Grazie a chi mi segue assiduamente e a chi mi legge solo ogni tanto (ignorando per esempio i post fotografici, sono pallosi lo so).
A presto!