Some like it fake: un giro nei sexy shop giapponesi

Disclaimer: in questo post non c’è niente di che, ma se siete tra quelle persone a cui non va mai bene niente e che si scandalizzano per un nonnulla forse è meglio che vi spostiate su una pagina meno conturbante, tipo questa.
Disclaimer 2: vi consiglio caldamente di cliccare su tutti i link ipertestuali inseriti in questo post. O di non cliccarci se fate parte della categoria sopra, ma avete voluto comunque proseguire nella lettura. Poi fate vobis.

So che quando pubblicherò il link di questo post su facebook una mandria di curiosi si affollerà in Tokyoistkrieg per saperne di più su questo aspetto particolarmente significativo della terra del Sol Levante, quindi darò il meglio di me per non deludere nessuno!
…Sono queste le parole con cui avrei voluto iniziare il post, eppure sono costretta a deludervi fin da subito: i giapponesi non sono un popolo di maniaci sessuali come tutte le persone dotate di una connessione internet sono portate a pensare. Certamente in Giappone troviamo fetish che qualsiasi altro paese al mondo farebbe fatica anche solo a immaginare (figuriamoci a concepire), ma nonostante non sia una specialista né una ricercatrice del campo sono abbastanza sicura che la maggior parte della gente sia, in questo senso, normale in modo spiazzante. Mi spiego: gli italiani hanno rapporti sessuali, secondo le fonti più recenti, 108 volte all’anno; i giapponesi viaggiano attorno alle 45. Citando un articolo abbastanza recente intitolato: “Niente sesso, siamo giapponesi” (di S. Piersanti),

Da un’inchiesta condotta dal ministero della Salute con l’organizzazione Family Planning Association, il 34,6 per cento delle coppie sposate giapponesi ha rapporti sessuali una volta al mese e spesso a intervalli anche molto maggiori, sino alla totale astensione da ogni attività sessuale. Il 26 per cento delle donne sposate intervistate ha dichiarato di non aver avuto alcun rapporto sessuale con il marito durante l’anno. Il 44 ha sostenuto che avere una relazione sessuale attiva e duratura è troppo complicato e noioso. «Bisogna alzarsi, farsi la doccia, mettere in lavatrice biancheria e lenzuola. Tutto per cosa, poi? Preferisco far finta di dormire» ci conferma Yomo K., 28 anni, fioraia di Tokyo che, forse, ha un marito un po’ pasticcione.

Questo si concretizza in pochi bimbi, calo demografico, giapponesi in via d’estinzione e altre amenità varie.

Insomma, fa un po’ strano mettere a confronto questi dati e tutto ciò che mamma internet ci ha insegnato riguardo al Giappone come patria delle cose strane e dei gusti sessuali discutibili. Fa strano che il Giappone sia il paese in cui trovare del sesso a pagamento è più facile che trovare un bancomat con circuito Maestro funzionante e fa strano che qualcuno abbia davvero bisogno di sexy shop a sette piani + seminterrato. Io in quel famoso sexy shop ci sono stata, ed ecco che cosa ci ho trovato.
Il negozio è il M’s Pop Life Department di Akihabara, un mostro tutto verde di otto piani (stretti stretti, ma pur sempre otto piani), al cui ingresso ci aspetta un cartello che ci invita, cortesemente, a prendere l’ascensore e ad iniziare la visita dall’alto per non creare ingorghi sulle scale.

Eccolo, il mostro. Foto presa da qui.

Questa sono io perplessa nell'ascensore.

Questa sono io nell’ascensore. Penso che le mie perplessità si possano intravedere anche sotto tutti questi pixel.

Ho appreso solo qualche minuto fa che in quell’enorme emporio delle cose strane non si potevano fare fotografie, e che se fossi stata sgamata mi avrebbero costretta a cancellare tutto. Fortunatamente avevo una complice  (che sprono ad aggiornare il suo blog ogni tanto) che mi copriva dall’alto del suo metro e cinquanta, e dunque godetevi le fotografie più esclusive e malandrine che vedrete mai su Tokyo ist Krieg (o forse no, chissà cosa ci riserverà il futuro).

Ultimo piano, costumi: tra i soliti (e comprensibili) costumi da poliziotta, infermiera, cameriera e scolaretta che penso vadano anche in Italia (anche se non sono così sicura riguardo alle divise da scolaretta) si trovano costumi che ti fanno piegare la testa di lato dalla perplessità: costumi da bagno scolastici interi ed imbarazzanti, incomprensibili magliette a maniche corte a tinta unita senza nessuna attrattiva sessuale, mutandoni da nonna ed altre amenità che non capisco se c’è veramente qualcuno che le compra spendendoci 70 euri o se sono lì per fare un po’ di scena. Ovviamente non possono mancare i costumi delle eroine dei nostri anime preferiti: Sailor Moon, Rei Ayanami di Evangelion, Hatsune Miku e via dicendo. Per tutti i costumi i prezzi si aggirano tra i 50 e i 100 euro, che in alcuni casi possono anche starci ma che in alcuni casi proprio no.

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La mia complice, se non ricordo male, smaniava per il costume da poliziotta. Come biasimarla?

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Non ho capito cosa dovrebbe rappresentarmi il costume bianco e rosso nel mezzo. Any ideas?

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Sì, ai giapponesi piace travestirsi.

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Mutandine su mutandine su mutandine. C’è davvero qualcuno che va da M’s a comprare le mutandine, invece che in uno qualsiasi della miriade di negozi di biancheria intima che affollano Tokyo?

Scendiamo di qualche piano e iniziamo a trovare qualcosa di più “normale”. Sicuramente colpisce l’elemeno visivo: i colori sgargianti, la varietà, scritte su scritte, centinaia di prodotti allineati su scaffali inseriti a forza in questi mini-piani di una ventina di metri quadri. Corridoi larghi un metro che se incontri una persona che arriva dalla direzione opposta devi per forza tornare indietro fino alla cassa per farla passare, o cambiare direzione. Non c’è destra e sinistra, c’è solo avanti-dietro, come nei vecchi videogiochi di Super Mario. Nei corridoi stretti incontriamo stranieri come noi che sghignazzano indicandosi a vicenda le cose più assurde; poi troviamo gli onnipresenti impiegati in giacca e cravatta, che tengono lo sguardo basso e contemporaneamente tengono d’occhio le persone che hanno attorno per non essere viste nei loro acquisti compromettenti; gruppi di ragazze giapponesi (che ci hanno lasciate non poco stupite) che cercavano chissà cosa, e chissà se per loro stesse o come regalo per le loro amiche; infine, qualche sporadica coppia.

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Triggering: ho menzionato che i giapponesi hanno un debole enorme per le minorenni? E per “minorenni” non intendiamo quindicisedicidiciassettenni, intendiamo quella fascia d’età in cui sei in bilico tra scuole elementari e scuole medie (se non peggio). Se dovessi scegliere la cosa che mi disturba di più del Giappone, non sarebbe né la vendita di mutandine usate (vedi più avanti), né gli host club, né gli uomini integralmente depilati. Sarebbe probabilmente il fatto che in Giappone il possesso di materiale pedopornografico per uso personale non è perseguibile per legge. La nostra ex professoressa di letteratura giapponese ci raccontava che quando viveva lei in Giappone, qualche anno fa, le arrivavano via posta dei cataloghi a tema a dir poco orripilanti. Dal 2000 o giù di lì è stata almeno proibita la vendita e la produzione di suddetti materiali, e sebbene il governo abbia iniziato, a partire dallo stesso periodo, a pensare di prendere dei provvedimenti a riguardo, i reati di pedopornografia fanno tutt’altro che calare.
In questa amena cornice di schifo, si colloca tutto il materiale pedopornografico distribuito liberamente sotto forma di anime, fumetti, e tutte quelle cose disegnate e dunque “fittizie” che in quanto tali non possono far male a nessuno, VERO? Eh no, miei cari occhietti a mandorla. Tutto questo è profondamente, innegabilmente e indiscutibilmente SBAGLIATO.
Ora non spaventatevi, praticamente tutti i giapponesi sono delle gran brave persone, ma c’è decisamente del marcio a non condannare la distribuzione di materiali simili.

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La biondina qui presente è giovane, ma non è la più giovane che potreste trovare tra gli scaffali. Sappiate che c’è anche di peggio. Molto peggio. E sì, in questa pastellosa scatolina c’è esattamente quello che stavate pensando.

Una cosa che non capisco è la passione dei frequentatori di questo genere di posti per le mutande anonime e tristi. Basta che sulla confezione ci sia una splendida e formosa donnina con gli occhioni perché i nostri amici segaioli perdano la testa e comprino pacchi e pacchi di anonime mutande a righe bianche e verdi, bianche e rosa, bianche e gialle. Penso che il divertimento stia nel fatto che chi le compra pensa che le mutandine siano davvero appartenute alle ragazze super-kawaii disegnate sul pacchetto. Ad ogni modo, se c’è qualche lettore dalla mente più aperta della mia che sa spiegarmi il fascino di questo genere di biancheria, lo pregherei di lasciarmi un commento qui sotto.

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Secondo la confezione, la ragazza con i capelli rossi è una “carinissima studentessa” (e per fortuna che ce lo assicurano loro). Oltretutto pare che abbiano un “buon profumo”. Creepy.

Un discorso un pochino diverso va fatto per i prodotti qua sotto. Pensavo che fossero altre mutande di pessimo gusto, accompagnate da altri vestiti a caso tipo gonnelline, reggiseni, shorts eccetera, ma per amore della corretta informazione ho esaminato meglio la fotografia e mi sono accorta che fino ad ora non avevo nemmeno idea di cosa avessi effettivamente fotografato. Ebbene, amici miei, sono tutte cose dedicate a un mercato maschile. Cioè. Le indossano gli uomini. C’è proprio specificato che si tratta di “男の娘用” (otoko no ko you), cioè biancheria “rivolta ai travestiti”. Mi vedo questi giapponesi felici, magari capi d’azienda, che tornano a casa, si allentano la cravatta, tolgono la camicia e si infilano un baby doll. Che meraviglia, quante cose si scoprono.
Parentesi, siccome non ne ero sicura ho chiesto a un amico giapponese se le scritte sulle confezioni significassero veramente quello che immaginavo, e lui non ne aveva assolutamente idea. “Ma certo che non lo so, perché dovrei sapere il significato di certe cose?”. Rimango sempre perplessa per quanto certa gente conosca poco della propria lingua e della propria “cultura”, se di cultura si può parlare. Ignorano deliberatamente le cose che ritengono brutte, probabilmente hanno un filtro che fa passare solo gli unicorni, gli arcobaleni e il ramen. Contenti loro!

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Vedete quel cartello verde in alto col prezzo 70,000Y (circa 520 euro)? Si riferisce a qualcosa di non meglio specificato fornito di uretra e vagina, in taglia S e con dei capelli (o peli). I don’t even want to know.

Avete presente le leggende metropolitane secondo cui in Giappone esistono i distributori di mutandine usate? Nonostante le polemiche e l’abolizione della maggior parte dei distributori automatici che fino a qualche anno fa potevano essere tranquillamente trovati per strada tra un distributore di sigarette e uno di bevande analcoliche, queste macchine infernali possono essere trovate abbastanza facilmente nella maggior parte dei sexy shop. Solo una cosa mi lascia perplessa (solo una, CEEERTO): il prezzo. Mille yen (8 euro) sono decisamente poco per un paio di mutandine usate che nei negozi specializzati vengono a costare, ai poveri maniaci sessuali repressi che ne vanno in cerca, almeno cinque volte tanto. Il motivo di questa svalutazione? Posso solo immaginare, ma mi viene da pensare che forse vengono fornite senza la foto della ragazza che teoricamente le ha indossate. Boh. Non si sa. Mi informerò (o anche no).

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Loli-panties. I have no idea, a me sembrano solo mutandoni da nonna.

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Tenetevi forte, gente. Seiri-panties, ossia “mutandine da ciclo”. I HAVE NO IDEA.

Per rimanere in tema, concludo con questo video carino che ci insegna a non fidarci di niente e di nessuno (il fatto che il “maniaco” sia occidentale rientra perfettamente nella cornice di pensiero giapponese secondo cui “no, noi non facciamo queste cose”). Enjoy!

Anche per oggi chiudo il post con la sensazione di aver lasciato un po’ tutto a metà. Ce ne sarebbero di cose da dire sull’industria dell’amore e del sesso in Giappone, ma forse è il caso di posticipare la seconda parte a data da destinarsi (mi piacerebbe avere più fotografie e video autentici da mostrarvi, quindi magari la prossima volta che torno via…)
Grazie di seguirmi sempre, spero che questo post particolare non abbia offeso o scandalizzato nessuno, ma non dite che non vi avevo avvisati! Abbracci a tutti e alla prossima!

PS. Mi sono accorta di quanto tendo a fare di tutta l’erba un fascio parlando sempre di “i giapponesi questo, i giapponesi quello, i giapponesi pensano…” eccetera. So che in realtà sono tutti diversi, come siamo tutti diversi anche noi italiani. Però gente, non posso mica fare ogni volta un sondaggio d’opinione tra milioni di persone per darvi tutte le informazioni belle precise. Prendete le cose così come ve le racconto, e non fateci troppo caso.

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Dieci cose che dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi (seconda parte)

…continua da qui.
Ci siamo lasciati quasi tre mesi fa dopo aver parlato di fauna metropolitana, gente che dorme e scale mobili che girano al rovescio. In questi due mesi ne sono successe di cose: ho trascorso l’ultimo periodo in Giappone, ho dato l’addio (o almeno l’arrivederci, che fa meno tristezza) a tutti i miei amici dagli occhi a mandorla, me ne sono tornata in Italia a riabbracciare amici e conoscenti ed a fare il pieno di spritz e pizza, sono ripartita una settimana per la Tunisia ed ora sono tornata di nuovo e sono ufficialmente sotto tesi triennale.
Dopo questo quasi-obbligatorio ed ermetico riassunto, possiamo proseguire proprio da dove ci eravamo fermati con altre tre cose delle dieci che dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi. Premetto che il post sarà scritto utilizzando il tempo presente, in quanto frutto di pagine di appunti scritti quando ancora ero lì.

Numero quattro, la corsa ad ostacoli per il posto a sedere.
Nelle ore di punta, quando gli addetti alle metropolitane (di cui parleremo profusamente nel prossimo post) sono costretti a spingere con la forza i poveri passeggeri all’interno del vagone, che si trasforma prevedibilmente in un puzzolente e scomodo carro bestiame, accaparrarsi un posto a sedere è sempre una priorità e può trasformarsi in una questione di vita o di morte. Lunghi ed intensi studi sono stati fatti fino ad ora, e turns out che ci sono diverse tecniche provate e sperimentate per conquistare l’ambito cuscinetto vellutato da mettere sotto ai propri stanchi glutei. Un po’ perché sono pigra ed un po’ perché non saprei assolutamente dire di meglio, lascio l’analisi vera e propria a quel genio incontestato che è SirDic, che nel suo blog assolutamente da leggere da cima a fondo esamina tra l’altro quattro tecniche superefficaci e con cospicue possibilità di successo.

Punto number five, trascorrere il tempo in metropolitana.
I passatempi in cui si dilettano i giapponesi nel tragitto tra casa e lavoro o tra casa e scuola sono i più disparati, ma un buon 80% comprende l’uso di attrezzi elettronici: non si può parlare al cellulare per rispetto degli altri passeggeri (ma nel frattempo la domenica mattina i rappresentanti dei partiti politici vengono a urlare sotto casa tua, e mentre cammini tranquillo a Shibuya può passare un camion con la musica sparata a mille di qualche fenomeno del momento -musica che non voglio sentire, grazie-, e ci sono megaschermi che urlano pubblicità e trasmettono gameplay a tutto volume ad ogni angolo di Akihabara: un po’ di coerenza, Giappone?) quindi una buona metà della gente che si vede con un cellulare in mano sta usando Line (servizio di messaggistica instantanea simile al nostro decadente Whatsapp) o qualche social network (Facebook e Twitter i più popolari), mentre un quarto si sta trastullando con qualche giochino malsano e distruggi cervello del tipo “metti in fila le bolle e sconfiggi il boss” eccetera.  Parliamoci chiaro, io dico “cellulare” ma intendo “iPhone”: qui vanno alla grande, anche con la scusa che te li vendono con un contratto ad abbonamento e quindi sono abbastanza convenienti, e poi la mela (APPURU, dall’inglese “apple” storpiato come solo i giapponesi sanno storpiare) è uno status symbol potentissimo. Insomma, iPhone ovunque, e non passa giorno in cui qualcuno non mi chieda “Come mai hai un Samsung e non un iPhone?” (apparte i coreani, loro solitamente mi battono un cinque entusiasta). Rimane l’ultimo quarto fosco di utenti, e per questo ultimo quarto va fatto un discorso a parte: per preservare la propria privacy, in Giappone sono in vendita apposite pellicole oscuranti che proteggono il proprio telefono dagli occhi indiscreti della gente (spesso e volentieri: I MIEI), quindi purtroppo sono costretta a darvi informazioni incomplete: posso solo immaginare (e potete anche voi, orsù).

Chi non ha un iPhone in mano di solito ha una PSP o un Nintendo DS (e varianti). Mi si è stretto il cuore a constatare come qui il videogiocare non sia bollato come un passatempo da poppanti, e dentro di me faccio i salti di gioia ogniqualvolta noto un composto impiegato sulla trentina che allena i propri pokémon con amore, e non nascondo di passare viaggi interi ad osservare in modo molesto gli schermi di quelli che giocano ai music games con la maestria di veri e propri pro-gamer.
Poi ci sono quelli che leggono libri. Qui la maggior parte dei libri esce in un miniformato, poco più grande di una Moleskine classica, proprio per permettere la lettura agevole anche in luoghi affollati o scomodi. Di conseguenza i volumi più lunghi vengono divisi in due o tre parti, cosa indiscutibilmente scomoda ed esteticamente disturbante (vabbè ho capito, è solo un mio problema), ma senza dubbio dotata di una sua comodità. Una cosa che ho notato è che qui tutti usano una sovraccoperta neutra: per non rovinare il libro o per non far vedere agli altri che cosa si sta leggendo? Personalmente non ne sono sicura, ma la seconda ipotesi si è fatta ormai largo nel mio cervello ed ora fa fatica ad uscirne.
Visto che siamo in Giappone, ovviamente ci sono quelli che leggono i manga: inutile ripetere il discorso fatto sopra riguardo a come viene visto in Italia il leggere fumetti e come viene visto qui. Una cosa molto carina è collegata alla rivista Shonen Jump, un settimanale che raccoglie gli ultimi capitoli usciti dei manga più popolari prima che escano raccolti monograficamente. Stampato su carta riciclata e di qualità non proprio eccelsa, Shonen Jump è molto economico (circa 200yen per 300 pagine), e non è raro che chi ha finito di leggere i capitoli a cui è interessato lasci il volume in metro, a disposizione di chi lo vuole leggere dopo. Poi ci sono anche gli stupidi gaijin che approfittano della gentilezza –anche qui è tutto da vedere eh, gentilezza o semplicemente poca voglia di portarsi in giro volumi di trecento pagine- dei giapponesi e si prendono i volumi per portarli in regalo ai propri amici squattrinati (non sto parlando di me eh, come vi salta in mente?), ma quello è un altro discorso.
Last but not least, ci sono quelli che si leggono i porno o sfogliano riviste erotiche per appuntamenti. Spesso ma non sempre si tratta di signori sulla cinquantina, per nulla messi in imbarazzo dalla mancanza di pellicole oscuranti apposite che, anziché i cellulari, proteggano anche suddette riviste.

Prendere un treno a Tokyo è una passeggiata.

Punto sei: cifre e dati seri.
E’ giunto il momento di fare un discorso un attimo più tecnico sul sistema dei treni della capitale. Occorre premettere che sebbene in Italia la distinzione tra metropolitane e treni sia abbastanza netta, non si può dire la stessa cosa qui in Giappone. Entrambi, in linea di massima, hanno i sedili rivolti verso il centro del vagone, entrambi viaggiano all’incirca alla stessa velocità (fatta eccezione per i treni superveloci fatti per le lunghe distanze, uno su tutti lo Shinkansen, che purtroppo non posso permettermi a causa della mia condizione di studentessa squattrinata), e la differenza principale si può dire essere la compagnia a cui la vettura fa riferimento. A Tokyo ci sono nove linee appartenenti alla Tokyo Metro e un casino di trentuno linee appartenenti alla JR East. Un così grande numero di linee da vita a un immenso labirinto sotterraneo che è difficile anche solo da immaginare. Chilometri e chilometri di binari, decine di svincoli che si articolano su numerosi piani (basti pensare che la Fukutoshin, la linea metropolitana che corre più in profondità, è al quinto piano sotterraneo; viaggia a una media di 27 metri sotto terra arrivando di tanto in tanto a ben 35 metri!), stazioni che si estendono da un quartiere all’altro e che si concretizzano in centri commerciali, luoghi di ritrovo, autentici punti nevralgici che vanno a sostituire le nostre piazze (tra l’altro inesistenti a Tokyo, non sono sicura che valga anche per il resto del Giappone). Incredibile pensare che qui i treni non facciano quasi mai ritardo, e dico “quasi” perché ovviamente le eccezioni ci sono: siamo nel mezzo della stagione delle piogge (梅雨, tsuyu), e anche se quest’anno sembra che siamo stati in parte risparmiati basta un temporale per far ritardare le linee che corrono in superficie. A questo si aggiungono i frequenti suicidi (sbrigativamente liquidati dai pannelli informativi come  “incidente con danni alle persone”) e la conseguente “pulizia” di binari che ovviamente porta via tempo e fa ritardare. Mi è anche stato detto che recentemente, nelle stazioni minori e quindi senza barriere protettive, non è così raro che ragazzi e persino bambini troppo presi dal proprio cellulare non si accorgano del pericolo e cadano sui binari. Insomma, i ritardi ci sono, anche se spesso sono piccolezze tra i due e i dieci minuti: resta il fatto che si tratta di un divario allucinante con le condizioni della nostra amata Trenitalia, con la quale per ogni viaggio è meglio calcolare un “margine di errore” tra i trenta minuti (se vogliamo essere ottimisti) e le quarantotto ore (in caso di neve e sciopero contemporaneamente). Japan, live long and prosper!

Continua qui.

Chiedo scusa per il post un po’ smorto e per l’assenza di approfondimenti, link ipertestuali e fotografie fatte dalla sottoscritta, ma ultimamente va così. Spero comunque che la lettura vi sia risultata piacevole!
Alla prossima con (in ordine casuale) i miei nuovi simpatici referrers e la terza ed ultima parte della serie dedicata al mondo delle metropolitane giapponesi!

 

Dieci cose che dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi (prima parte)

Pre-disclaimer: dopo aver finito di scrivere questo post mi sono accorta che è uscito lungo quanto una tesi di laurea triennale di Ca Foscari, quindi per comodità e per permettervi di somatizzare il tutto ho deciso di dividerlo in tre parti.

Disclaimer: questo ed i prossimi due post saranno i post più divaganti che abbia mai scritto. La loro lettura richiederà uno sforzo psichico e fisico notevole, quindi assicuratevi di non essere già stressati di vostro, preparatevi un caffè, mettete della buona musica -consiglio gli Shonan no Kaze– e sedetevi comodi, pronti a non farvi troppe domande sul filo logico dei pensieri della sottoscritta.

Una delle cose più interessanti da fare a Tokyo è senza dubbio salire su una metropolitana. Ogni vagone rappresenta in piccolo uno spaccato di società giapponese, le sue dinamiche, la sua discutibile magia; è un mondo così affascinante che ho deciso di dedicarvici il primo post dopo quasi un mese di silenzio (al solito, chiedo scusa per il ritardo), presentando al mio modesto pubblico una lista di dieci cose che dovreste assolutamente sapere sui treni della metropoli. Cominciamo con le prime tre:

La fauna. A seconda delle diverse fasce orarie si trova la gente più disparata:
Tra le 7 e le 10, la gente che va a fare il proprio dovere: kaishain (uomini che lavorano in azienda) in giacca e cravatta, studenti e studentesse, office ladies con le loro graziose borsine per il pranzo.
Attorno a mezzogiorno, le signore di mezza età che sfoggiano i loro amabili kimono, graziosi quanto scomodi, e siedono vicine a piccoli gruppi ridacchiando di tanto in tanto in modo composto, con la mano davanti alla bocca per non scoprire i denti.
Tra le 16 e le 18, le orde di bambini ed adolescenti in divisa che tornano da scuola.
– Fino alle 22, gli studenti dei club sportivi e musicali che hanno fatto pratica fino a tardi e che si trascinano dietro borsoni più grandi da loro contenenti racchette da tennis, violoncelli, mazze da baseball, tastiere, cadaveri fatti a pezzi (deformazione della realtà dovuta all’abitudine, colpa del dannato maniaco che vive across the street e che probabilmente è frutto delle mie fantasie e della visione del film Audition).
– Tra le 22 e l’ultima corsa, troviamo quello che rimane dei kaishain di prima: ormai senza più giacca, con la cravatta allentata ed il sangue pregno di alcol, la parlantina strascicata e la risata facile, o in alternativa gli occhi socchiusi sul ciglio di questo e quell’altro mondo, la bocca leggermente aperta e il cervello scollegato.
– La mattina presto è senza dubbio la fascia oraria più antropologicamente interessante: tra le 5 e le 6 troviamo infatti quelli che potremmo paragonare ai tupperware con gli avanzi del giorno prima che troviamo nel frigo nei momenti di bisogno. Questi avanzi di società giapponese sono divisi tra quelli che hanno perso per sbaglio l’ultima corsa della sera prima, i giovani che hanno ballato nei club fino all’alba e che ora si reggono malamente agli appositi sostegni vacillando sonnolenti (presente!), vecchie signore che si sa, come in Italia la mattina non riescono a dormire fino ad un orario decente e devono dunque trovare un diversivo per tenersi impegnate e mezzi-fantasmi dal sesso e dall’età imprecisata che, eretti ed impalati nel bel mezzo del vagone, senza alcun sostegno, con gli occhi chiusi ed un’aura a dir poco inquietante dondolano avanti e indietro seguendo l’ondeggiare della metropolitana; sono più di là che di qua, queste opere d’arte mobili (cit. Andrea Dipré), che non si sa come non perdono l’equilibrio e anche quando pensi che stiano per rovinare al suolo riescono, sempre con gli occhi chiusi ed il respiro pesante, a spostare veloci un piede e regolare così il proprio baricentro. Magia.

2. La gente dorme sempre. SEMPRE! Tra gli altri motivi c’è il fatto che qui gli uomini lavorano dalle otto della mattina fino alle dieci la sera (senza in realtà combinare molto più di quello che combiniamo noi italiani tra le nove e le cinque) e le donne devono svegliarsi due ore prima del dovuto per mettersi tutte le schifezze possibili e immaginabili in faccia: colla per le palpebre, ciglia finte, creme su creme, cerone e chi più ne ha più ne metta. Chi non si trucca come Moira Orfei deve preparare il pranzo al marito ed ai figli, e si ritrova a svegliarsi presto comunque. E allora eccoci, al mattino al pomeriggio e alla sera, su tratte di un’ora e mezza come nei cinque minuti compresi tra due o tre fermate, il giapponese medio dorme. Si siede e dorme: la testa collassa in avanti dando vita a una figura distorta ed inquietante (sì, mi inquieta tutto, colpa di The Ring e The Grudge che hanno segnato la mia vita per sempre), oppure collassa da un lato appoggiandosi molesto alla spalla del giapponese vicino che talvolta si presta volentieri ad essere involontario cuscino mentre a volte si alza e si sposta, lasciando la povera creatura addormentata a collassare ulteriormente sul sedile affianco per un buon sonno ristoratore. Ma attenzione, il giapponese medio si risveglierà puntualmente alla propria fermata: non ha una sveglia, non ha nessuno che lo chiama, lui ha la sua fermata nel sangue e la sente arrivare, come  una vecchietta col male alle ossa sente arrivare il cattivo tempo. Ed ancora: magia.
Vi rimando allo splendido blog di Kirainet per vedere alcune fotografie meravigliose di giapponesi che dormono, purtroppo non dispongo di materiale personale.

3. Le scale mobili. Non solo nelle metropolitane, a Tokyo quando si sale su una scala mobile con l’intenzione di piantarsi sul gradino e farsi trasportare pigramente fino in cima, per buona educazione ci si allinea tutti a sinistra. Se qualcuno ha fretta e vuole percorrere le scale camminando, lo fa dal lato destro: il contrario rispetto all’Italia, e vi lascio immaginare i casini che combinavo le prime settimane quando tutta convinta piantavo i piedi a destra e i giapponesi, tutti imbarazzati perché troppo educati (o cagasotto) per chiedere ad uno straniero di muovere il culo e spostarsi dall’altra, entravano in panico e sfoggiavano numeri da circo per aggirarmi senza causare ulteriore stress sulla scala mobile. O in alternativa restavano impalati dietro di me sperando che prima o poi mi decidessi a camminare anche io. Illusi! Nelle metropolitane, il senso di alcune scale mobili cambia a seconda delle ore del giorno: ascendenti la mattina e discendenti alla sera, trasformando quello che già è un labirinto nella scuola di magia e stregoneria di Hogwarts (“alle scale piace cambiare, cit Hermione). Di nuovo, magia.

Per oggi mi fermo qui, alla prossima -che spero non sarà troppo tardi.
Tanti abbracci!

Continua qui!

Referrers, o di che cosa cerca la gente quando arriva per caso nel mio blog.

Da tempo speravo di poter fare un post sui referrers, ossia sui termini di ricerca inseriti in Google che hanno portato gli sventurati internauti curiosi su Tokyo ist Krieg. Alcuni suonano normali, alcuni suonano strani, alcuni suonano decisamente fuori di testa. Dopo più di due mesi di blogging ho raccolto abbastanza materiale, quindi without any further ado iniziamo!

Prima categoria: cose normali.

Tokyo ist Krieg, tokyoistkrieg, tokyoiskrieg, tokyoist, tokyoistkriek, tokyoistkreig e chi più ne ha più ne metta.
Sono i rischi del dare al proprio blog un nome tedesco e cattivo, ma apprezzo lo sforzo di memoria che avete fatto per arrivare (o tornare) qui. Siete grandi!

Valigia partenza.
Ne ho parlato in uno dei primissimi post, della mia stupenda valigia ottanio con cui sono partita carica di speranze e di sogni. Ora quella valigia è in piedi in un angolino della mia stanza, coperta da una pila di vestiti mezzi freschi di lavatrice e mezzi da mettere a lavare, e da sotto quella montagna di stoffa mi guarda tutto il giorno e tutta la notte.
Anche io prima di partire, soprattutto nelle ultime settimane prima del grande viaggio, cercavo spesso “valigia partenza” su google per capire se avevo dimenticato qualcosa o se stavo per portare qualcosa di troppo. Mi spiace che i miei post non siano stati utili a chi di voi aveva i miei stessi dubbi, ma sono sicura che avrete trovato qualcosa di buono da qualche altra parte, come l’ho trovato io.

Giappone usi e costumi.
C’è troppo da dire sugli usi e i costumi dei giapponesi, ci sono una miriade di siti che ne parlano, milioni di libri a riguardo e nonostante tutto non se ne può mai sapere abbastanza. Il Giappone, come ogni altro paese al mondo, ha mille sfaccettature. I giapponesi non sono tutti uguali, non tutti sono gentili, non tutti sono timidi e taciturni, non tutti si inchinano per presentarsi, non tutti hanno i capelli neri e lisci e gli occhi a mandorla. Ho studiato la “cultura giapponese” per tre anni in Italia e ciononostante una volta emigrata qui a Tokyo mi sono trovata a farmi mille domande, ad avere mille dubbi, a non capire e non essere capita. La vita sul posto, neanche a dirlo, è tutta un’altra cosa rispetto a quello che si legge sui libri.

Vestirsi in Giappone.
Ne avevo parlato brevemente qui. Avevo sottolineato come, nonostante il freddo freddissimo di fine marzo-inizio aprile, le ragazze girassero tutte a gambe scoperte incuranti dei geloni che incombevano minacciosi. Ora, trascorsi due mesi, è arrivato il caldo anche nella metropoli e ho avuto l’ennesima conferma che qui le cose girano sul serio al contrario. Con temperature che sfiorano i trenta gradi, le donne giapponesi amano coprirsi dalla testa ai piedi per impedire ai raggi di sole di abbronzare la loro regale pelle bianca. E allora vedi: jeans lunghi, maglia a maniche corte, cardigan, sciarpa, cappellino antiestetico con visiera oppure parasole. Lungi da me, sole, non voglio godermi il tuo tepore nemmeno ora che incombe minacciosa la stagione delle piogge, voglio coprirmi tutta e soffocare per il caldo atroce.

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Cibo da comprare in Tokyo.
Edamame, economici, veloci da fare e sfiziosissimi. Dolcetti coloratissimi e con più zucchero del film Notting Hill. Dorian, un frutto ipercostoso (circa cinquanta euro al pezzo) che sa un po’ di melone ed un po’ di cipolla ed è da provare almeno una volta nella vita. Umibudou, l’uva di mare (una specie di alga a grappoli che ti scoppietta in bocca quando la mangi -lo so, suona rivoltante). Le crepes di Takeshita Dori ad Harajuku, che non saziano per niente ma rendono la vita migliore per qualche ora. Un sacco di altre cose, nel dubbio comprate di tutto e decidete in seguito cosa tenere e cosa buttare (in senso metaforico, nella realtà non si butta via niente).

Giappone cosa manca dell’Italia.
Enough said.

Riviste per ragazze giapponesi.
Non compratene. Non sprecate i vostri soldi. Anche per questo punto, enough said.

Che trucchi comprare a Tokyo.
Mi spiace, non posso aiutarvi. Uso gli stessi trucchi da una vita, ed a Tokyo per ora ho comprato solo un eye-liner che nemmeno funziona e delle spugnette per il fondotinta. Sono un’abitudinaria. Ad ogni modo ho sentito che nei pressi di Koenji c’è un quartiere finto-coreano dove vendono pure un sacco di cosmetici coreani, che pare siano tra i migliori sul mercato. Try there!

Sushi, sushi ovunque

Sushi, sushi ovunque

Seconda categoria: cose che mi lasciano perplessa e divertita.

Il Giappone fa schifo.
Amico, adoro il fatto che tu abbia aperto google, digitato le parole “il Giappone fa schifo” e premuto invio. Per curiosità ho provato a fare la stessa ricerca e ho trovato alcuni risultati interessanti, come questo articolo che non potevo non aspettarmi, questo altro articolo interessante sugli italiani a Tokyo (incontrati tutti, uno per uno), e vari altri post sui motivi per non vivere in Giappone. Non so come questa ricerca abbia potuto portare al mio blog, non ho scritto da nessuna parte che il Giappone faccia schifo (anche perché, come ci dicevano le maestre alle elementari ed i genitori per tutto il resto della vita, non si dice “fa schifo”, si dice “non mi piace”).

Ma perchè i cinesi, giapponesi e insomma gli asiatici in generale si mettono sta maskerina bianca che gli copre la bocca e il naso???
Gente che intavola una conversazione con google anziché cercare semplicemente le parole chiave.
“Ciao, google, come stai oggi?”
“Mah, non male, un po’ di acciacchi stagionali ma si tira avanti. Cosa vorresti cercare oggi?”
“Sapresti mica dirmi perché i cinesi, i giapponesi e insomma gli asiatici in generale si mettono sta masKerina bianca che gli copre la bocca e il naso?”
Alcune cose non hanno prezzo, per tutto il resto c’è tofugu.

Giapponesi moleste.
Il fratello che ha cercato “giapponesi moleste” è sicuramente stato indirizzato verso questo post. Mi piacerebbe però sapere che cosa stava cercando idealmente! Ad ogni modo sì, le giapponesi sono molestissime.

Mi manca lo spritz.
Anche a me manca lo spritz, ti capisco un sacco!

Come lavarsi la schiena da soli.

Così, ovviamente!

Trucco per sembrare giapponese.
Non dire mai no, inchinati, procurati dei biglietti da visita, studia tanto, bevi di più, fatti dei purikura, dormi sui treni. Guarda gli stranieri con aria sospettosa, metti delle copertine a tutti i tuoi libri, comprati un iPhone. Lavora fino a tardi, ringrazia e scusati per ogni cosa, non farti dei tatuaggi per alcun motivo. Ah, stavi cercando dei consigli per il make-up?

Donna giapponese occhi occidentali.
Ultimamente pare andare molto di moda la chirurgia alle palpebre per far sembrare gli occhi più grandi ed “occidentali”. Per chi non vuole ricorrere alla chirurgia, abbiamo la colla per le palpebre (vedetevi video sotto, senza spaventarvi per il giapponese e per le giapponesi) e le già citate circe-lenses, per ingrandire l’iride e dare un effetto più creepy  carino e coccoloso. Tra parentesi, non sono mai stata fiera delle mie palpebre come ora.

Quando si dice di una persona brutta persona.
Sei troppo profondo per me, non so aiutarti.

Terza categoria: cose che decisamente non capisco.

Foto di un bidé che sembra un occhio.
Sono davvero curiosa di sapere come mai qualcuno dovrebbe cercare la foto di un bidé che sembra un occhio.

Facehugger + tentacle.
Oh oh, temo che qui si sconfini nella parte pericolosa di internet, quindi per scrupolo lascerò cadere questa ricerca nel vuoto cosmico. Ad ogni modo, tutto ciò che ha come comune denominatore “tentacle” e “Giappone” è il male.

Venditore velocissimo di biscotti a Tokyo.
Tokyo e gli onnipresenti venditori di biscotti ninja, so esattamente cosa intendi (no).

Io ho scovato un rarissimo venditore di crepe ninja.

Io ho scovato un rarissimo venditore di crepe ninja.

Altro mese, altre cose random sulla metropoli.

L’aggiornamento del blog procede a rilento, e il post random sul secondo mese arriva con circa una settimana mille giorni di ritardo. Prima che me ne sia potuta accorgere ho già trascorso metà del mio soggiorno qui, e continuo ad essere perplessa sulla metropoli e sui suoi abitanti.

1. Ci hanno chiuso il tetto di cui parlavo con entusiasmo nello scorso articolo. Il primo impatto con quella porta di ferro che per la prima volta non si apriva è stato davvero traumatico. Aggiornamento: dopo circa tre settimane lo hanno riaperto, ho tirato un respiro di sollievo.

2. Mi è stata spacciata della Nutella, sono veramente grata a chi mi ha aiutata in questo poco legale compito, ora sono felice pure se tra due giorni non lo sarò più perché sarà già finita. Pazienza.

3. I giapponesi sono senz’anima.

4. Il mio sentire la mancanza di casa si è tradotta in: finire un barattolo di Nutella da quattrocento grammi in meno di una settimana, cercare in internet un posto dove poterla comprare, trovarlo e provvedere a una spesa autodistruttiva e costosissima che mi faccia sentire un po’ più nella mia cucina italiana.

Bentornata a casa, Anna!

Bentornata a casa, Anna!

5. Qui la gente non si cura molto di te, qualsiasi cosa dicano i giapponesi sul loro proverbiale rispettare gli altri e preoccuparsi della presenza e delle reazioni altrui. La gente ti spintona per salire e scendere dal treno, non chiede permesso, non si preoccupa di scansare l’ombrello quando piove passando in una strada stretta e tu ti ritrovi completamente fradicia e per poco non ti si cavava pure un occhio.

6. Amo le caffetterie dove tutti se ne stanno da soli a pensare agli affari propri; ogni tanto provo ad immaginare la storia dietro ogni singolo volto. In quella dove vado di solito, a trecento metri da casa, vedo sempre le solite facce. Siamo una fredda famigliola di persone sole, con i nostri libri, i nostri caffè, i nostri iPod. Nelle caffetterie riacquisto un po’ di sanità mentale.

7. Esistono dei locali dove puoi coccolare dei gattini mentre bevi il tuo caffé. Se entrassi là dentro non riuscirei più a uscirne, un po’ come il loop della dannata Nutella. Me ne terrò alla larga.

8. Saizeriya è stata una scoperta straordinaria. Una catena di cheap family restaurant che fa cucina italiana, che costa poco (un piatto di pasta circa 3,50€, una minipizza sempre 3,50€, bibite, caffè e cappuccino gratis a volontà e così via).

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Piccola, ma con la mozzarella di bufala.

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Prezzo per pizza + tiramisù: circa quattro euro e mezzo. Not bad!

9. Oggi ho avuto la prima esperienza di entrata in volata nella metropolitana. Ho sempre guardato con ammirazione quelli che mentre le porte si stavano chiudendo trovavano comunque il coraggio di lanciarsi nel vagone come se non ci fosse un domani, e finalmente quel coraggio l’ho trovato anche io. Essenzialmente la scelta era tra rischiare di venire schiacciata dalle porte o aspettare circa otto minuti per la metro seguente, e alla fine la prima opzione ha avuto la meglio. Mi sono cagata addosso, per un attimo mi sono sentita come uno dei protagonisti di Saw. “Tokyo Metro vuole fare un gioco con te”.

10. Cose che ti rallegrano un po’ la giornata. Ero con un amico giapponese, N., ed a un certo punto gli arriva sul telefono un messaggio da parte di una sua amica di liceo che non vedeva da tempo. Il messaggio diceva: “Ciao, quanto tempo! Sei per caso in giro con una bellissima ragazza straniera? Mi pare di averti visto!”
SPOILER: la bellissima ragazza sono io! Ohohohoh grazie amica di N.

11. Ho giocato a biliardo dopo tantissimo tempo (tre mesi come minimo, facciamo pure quattro). Non c’è niente come la mia crew di Mestre, ma pure oggi non è stato male. L’unica pecca è stato il prezzo, circa 12 euro a testa per poco più di due ore. Al nostro biliardo malfamato ed abitudinario di Mestre ne pagavamo 4, ma qui hanno la brutta abitudine di vendere le cose ed i servizi a persona, e non a stanza/tavolo/ecc.

12. Saitama (e, nello specifico, la zona di Kawagoe) sta diventando come una seconda casa. Mi ricorda così tanto Trento che non posso che volerci ritornare.

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13. Mentre i miei coinquilini si fanno polpo e patate io mi nutro di crocchette surgelate ed edamame, ma è colpa mia che spendo i soldi per la cena al biliardo o al karaoke. Questione di priorità suppongo.

14. Ho una voglia pazzesca di andare al mare, fare barbecue, andare in giro per i colli bolognesi con la Vespa Special che ti toglie i problemi, fare tutte quelle belle cose estive che non si sa se si potranno fare o no perché siamo apparentemente entrati nella stagione delle piogge che durerà più o meno fino a luglio. Speriamo in bene.

15. La cosa dei “tre supermercati” di cui vi parlavo in alcuni articoli precedenti è andata a farsi benedire ultimamente.  Faccio la spesa solo in quello sotto casa ed essenzialmente compro solo edamame, caffellatte, pane e crocchette surgelate. Tutto ciò che non è compreso nei suddetti articoli lo prendo d’asporto in giro.

16. Non pensavo che i coreani fossero così brava gente, bravi coreani, vi voglio bene.

17. Lo scorso weekend i nostri amici di Kanagawa hanno organizzato un italian party nella loro università, e ho bevuto il primo spritz dopo tre mesi. Gioia e giubilo, mi sono venute le lacrime agli occhi al primo sorso.

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Qui avevo già finito di piangere, ma ero comunque molto emozionata.

18. Qui si vendono i deodoranti in coppia, uno in formato lacca per capelli per l’uso casalingo e l’altro in formato mini per quando si va in giro. Roba seria, poco fa in metro ho visto una pubblicità che recitava pressapoco “Un uomo profumato sembra un uomo di successo”. Sembra!

19. Ho ricevuto il primo abbraccio da parte di un giapponese, anche se c’era il trucco: K. ha vissuto per un anno in Italia (e proprio in Italia lo ho conosciuto), parla benissimo l’italiano e conosce almeno cinque modi diversi per insultare le ragazze di facili costumi. Resta il fatto che è stato un gesto alquanto inaspettato, poi ultimamente ho l’emozione facile ed ancora una volta mi sono quasi commossa.

20. Finisco l’articolo con della buona musica giapponese, che non pensavo esistesse. Sono in loop continuo da quasi una settimana. Ultimamente quando vado al karaoke con i giapponesi prendo appunti, si scoprono gruppi davvero niente male!

Per oggi è tutto, mi scuso per l’enoooorme ritardo dell’articolo e come al solito non so dirvi quando arriverà il prossimo. Abbiate fede! Alla prossima, vi voglio bene e tanti abbracci per tutti.

Cose che mi mancano dell’Italia dopo 50 giorni all’estero.

Il titolo del post dice già tutto: per quanto il Giappone sia una figata (con i suoi pro e i suoi contro, sia chiaro), dopo circa cinquanta giorni di esilio mi ritrovo a pensare con un po’ di nostalgia all’Italia e agli italiani. Ciò non mi impedirà di cancellare il mio volo di ritorno e rimanere qui per tutto l’anno e tre mesi che il mio visto mi consente godermi il soggiorno e magari tornare quando avrò un po’ di soldi da parte (Italia, dammi un lavoro); diciamo che penso a quello che mi manca del paese in cui sono nata, sorrido, alzo le spalle e mi guardo attorno a Nakano, a Shinjuku, a Ikebukuro, a Roppongi, catturando tutto ciò che di bello ho qui e che purtroppo tra non troppo tempo dovrò lasciarmi dietro.
Vattene via, malinconia! Non ho tempo per te!
Dunque, ecco alcune cose (non tutte, assolutamente, staremmo qui per ore) che mi mancano dell’Italia sono, in ordine assolutamente casuale:

I miei genitori: c’è poco da fare, forse la cosa che più mi manca di casa (dopo la Nutella e lo spritz, of course) sono i miei. Ma non diteglielo, altrimenti poi si commuovono e vogliono che torni presto e chi glie lo spiega che ho deciso di cancellare il volo di ritorno e vivere qui da eremita fino al prossimo dicembre. [sto scherzando, state tranquilli, tornerò. Forse]

I miei amici a cui voglio tanto tanto bene: sicuramente farò qualche figura di merda non nominando qualcuno di veramente importante, ma proviamoci comunque. Quelli del ring of fire che sono rimasti in Italia: Alex, Van, Sara, non vedo l’ora di tornare in quel di Viale S. Marco ed abbracciarvi tutti fortissimo. Le mie amiche di vecchia, vecchissima data Franci ed Ene: cosa saranno mai altri tre mesi a confronto di un’amicizia che dura da vent’anni? Le mie donne Vale, Vale, Fabi e Karin: anche se pure quando sono in Italia ci vediamo poco poco mi mancate tanto, ma recupereremo il tempo perso! Sicuramente c’è qualcun altro che mi sfugge, ma sappiate che siete sempre tutti nei miei pensieri di emigrante!

Quasi-tramonto su Minato-Mirai. Sempre per la serie "foto che non c'entrano nulla ma che alleggeriscono il post".

Quasi-tramonto su Minato-Mirai. Sempre per la serie “foto che non c’entrano nulla ma che alleggeriscono il post”.

I concerti dei Modena City Ramblers: ci pensavo l’altro giorno ascoltando un po’ di loro pezzi; finora ci sono stata solo due volte, ma entrambe sono state spettacolari e divertentissime. La prima volta ero con la mia mamma ed il mio ragazzo, la seconda ero con alcuni dei miei migliori amici: entrambe le volte abbiamo ballato, cantato, urlato, pianto (Ninnananna e In un giorno di pioggia mi uccidono sempre).

I concerti dei Seven Deadly Folks: non molti di voi li conosceranno perché sono della mia zona, ma pure i loro concerti come quelli dei Modena sono sempre memorabili. Diciamo che in generale si può dire che mi mancano parecchio i concerti delle band di Trento, è sempre pieno di gente che conosco, conosco la gente che suona, è sempre tutto molto conviviale e ti fa sentire bene.

La mia casa da fuori-sede a Mestre: mi dava quella sicurezza e stabilità di cui avevo bisogno, era un rifugio sicuro in cui tutti potevano trovare riparo nei momenti difficili, bastavano un paio di telefonate o un post in facebook e si riempiva di alcol amici, risate, cibo e felicità.

Il caffé a un euro: qui da Starbucks un espresso regolamentare costa 400yen, cioè circa tre euro. Non esiste. Fortuna che ho ancora mezzo chilo di quello che mi sono portata da casa e che mi conforta nei momenti in cui un semplice caffélatte scadente non basta. Ma di solito basta, e ne sono alquanto stupita. A questa voce aggiungiamo pure la mia macchina a cialde della Nespresso: don’t worry George, I’ll be back soon.

Lo spritz: c’è poco da fare, mi piace avere la mia izakaya (pub) di fiducia a Kabukicho, ma mi piaceva anche prendermi anche solo un quarto d’ora dopo lezione per andare in Campo e prendermi un buonissimo ed economicissimo spritz con i miei colleghi, sperando che con il bicchiere portassero anche qualcosa da mangiare perché altrimenti che gusto c’è. In seguito uno dei video tra quelli maggiormente on-air in quel di Nakano (complice anche Ofgold, che si emoziona ogni volta per la r di Marghera e per i ricordi d’infanzia che questa canzone gli riporta alla mente).

Il cibo italiano: il cibo italiano mi manca, ma non per questo mi metto a cercarlo nei supermercati o nei ristoranti di Tokyo. Potrei, ma sinceramente pregusto il momento in cui potrò sedermi a tavola con calma e godermi una pizza come si deve, le lasagne della mia mamma and such. Mi manca entrare in un supermercato e sapere esattamente che cosa prendere e quanto spenderò, e mi manca uscire con dei sacchetti pieni di frutta e verdura. Mi mancano le verdure grigliate surgelate del Cadoro (Alex e Monica sanno esattamente di cosa sto parlando), mi manca la pizza d’asporto di Batty sotto casa, mi manca la colazione all’italiana con spremuta d’arancia, un bicchiere di latte gelato e pane con la Nutella (apro una parentesi per la Nutella perché ne sento davvero tanto la mancanza. Mi sono giunte delle notizie secondo cui si può trovare in un determinato supermercato per “soli” 600yen, ma non sono sicura di volerla comprare perché poi ne vorrei sempre di più e beh, alla fine sono senza da due mesi, posso resistere per altri tre).

A cosa serve il cibo italiano quando si possono comprare sboldrate come questa? non vi dico nemmeno cosa c'è dentro perché a nominare tutto faremmo notte.

A cosa serve il cibo italiano quando si possono comprare sboldrate come questa? non vi dico nemmeno cosa c’è dentro perché a nominare tutto faremmo notte.

Il contatto fisico: tasto dolentissimo della mia permanenza a quel di Tokyo, penso che se non avessi qualche amico italiano con cui scambiarmi un abbraccio ogni tanto il mio cuore si sarebbe già congelato e spappolato alla prima botta. Ci sarebbe un discorso troppo lungo da fare riguardo alla percezione che i giapponesi hanno del contatto fisico, quindi mi limiterò a trascrivere un breve dialogo avvenuto -non ricordo in che lingua- tra me e il mio giapponese preferito (=un giapponese che ha studiato per sei mesi in Canada e che quindi non è tanto giapponese quanto potrebbe essere, fortunatamente).

A: “Ma quindi come funziona qui, come dimostrate il vostro affetto verso gli amici?”
N: “Beh, principalmente lo dimostriamo cercando di non causare problemi…”
A: “Ma fisicamente? Un abbraccio, un bacio sulla guancia quando ci si incontra?”
N: “No, noi ci inchiniamo e basta!”
A: “Ma ma ma e se non vi vedete da tipo sei mesi come funziona?”
N: “Lo stesso, non vedo perché dovrei abbracciare un mio amico o una mia amica.”
A: “…”

Mi veniva quasi da piangere, io sono quella che abbraccia tutto e tutti per qualsiasi futilissimo motivo. Una cosa del genere se prolungata potrebbe davvero farmi passare la voglia di vivere qui (idealmente parlando, per quello che ne so ora potrei anche non tornare mai più). Funziona in modo molto simile anche tra coppie, ma quello meriterebbe un discorso a parte e pertanto approfondirò meglio in uno dei prossimi post.

Sì, a grandi linee direi che sono queste le cose che maggiormente mi mancano dell’Italia. Se qualcuno dei miei compagni di viaggio mi sta leggendo vorrei fare anche a voi la stessa domanda: a voi cosa manca di più della nostra brutta Italia?
Per oggi è tutto, alla prossima!

Ps. Emme, pensavi che non ti avrei nominato. Non mi sono dimenticata di te, che mi manchi un sacco lo sai già perché te lo ripeto tutti i giorni!

Una spesa a Nakano, o del nutrirsi nella metropoli.

Allo studente esule nella ridente cittadina di Tokyo si presentano essenzialmente due alternative quando si tratta di cibo: fare la spesa e cucinare per sé a casa oppure comprare del cibo pronto (お弁当, obento) in un qualsiasi konbini, gastronomia, supermercato e chi più ne ha più ne metta. Una cosa è certa: l’affamato a Tokyo non rimarrà mai senza un posto dove potersi saziare, che siano le due di pomeriggio o le cinque di mattina.

Personalmente alterno i due metodi; a pranzo sono spesso all’università, quindi o mi compro qualcosa in mensa o prendo qualcosa prima e lo mangio in classe durante la pausa. A cena invece tendo a cucinare (per quanto i miei piatti risultino sempre il mix monotono e ripetitivo degli stessi ingredienti, quelli che costituiscono la mia confort zone alimentare qui in Giappone), e dunque vado circa tre volte a settimana al supermercato per procurarmi quello che mi serve.
In realtà il supermercato non è uno solo: ne visito regolarmente almeno tre per assicurarmi i migliori prezzi e prodotti che ci sono in uno piuttosto che nell’altro. Quindi abbiamo il lussuoso Santoku per la spesa regolamentare (quella di cui fornirò un esempio un poco più sotto); Niku no hanamasa per le cose della colazione (caffellatte, succo d’arancia o di mela e biscotti) e per qualche piatto di sashimi a buon mercato quando sento di meritarmene uno; Corno (sì, non chiedetemi) per la frutta, la crema al cioccolato indispensabile ed il pane.

Per circa tre euro ci si può portare a casa uno di questi bento che dovrete solo riscaldare. Grazie, Giappone!

Per circa tre euro ci si può portare a casa uno di questi bento che dovrete solo riscaldare. Grazie, Giappone!

Piccola parentesi, nei supermercati in Giappone è tutto quasi maniacalmente fresco. La data di scadenza segnata sulle confezioni di pesce, sughi, sashimi e maki è sempre lo stesso giorno in il prodotto è stato confezionato e messo sullo scaffale, e questo porta ad un ricambio così frequente della merce che ogni sera, talvolta dopo le 18e talvolta dopo le 21, molte catene e convenience store offrono degli sconti che possono arrivare anche al 50% del prezzo del prodotto, per incentivare l’acquisto e ridurre al minimo lo spreco di alimenti. Approfittando degli sconti serali, ho potuto comprare dell’ottimo sashimi pescato il giorno stesso per 398 yen, circa 3,50€. Era una porzione da dodici pezzi, mica bruscoletti; la stessa porzione in un ristorante italiano di cucina giapponese sarebbe venuta a costare tra i 10 ed i 15 euro.

Dunque andiamo avanti con un esempio di spesa da Santoku, dove compro un po’ di tutto e dove vado circa una volta a settimana.

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Da sinistra: germogli di soia (0,80€), due scatole di legumi (1€ l’una), uova (1,80€), formaggini (2,30€ per sei pezzi, dannati ladri), edamame surgelati (2€), patate surgelate (2€).

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Sempre da sinistra: tofu (non mi fa impazzire, ma una confezione da 500gr costava solo poco più di 1€ -complici gli sconti serali e le date di scadenza farlocche), gyoza precotti (delle specie di ravioli untissimi ripieni di carne; 1,80€), insalata mista (o,80€), due confezioni di schifezze prefritte da scaldare e basta e che non comprerò mai più (2,50€), un pasto completo pronto a base di riso e pesce crudo (poco meno di 3€).

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Macinato di muuuucca (circa 3€), trancio di salmone (1,80€), yogurt (2€), biscottini cioccolatosissimi, ciccionissimi e buonissimi che si chiamano Shittori (I don’t even want to know, comunque meno di 1€), sei costosissime mele (3,50€, c’è molto di peggio).

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Cosa si celerà dentro a questo magico sacchettino della vergogna (quoto liberamente da qui, leggete l’articolo e pure tutto il resto del blog che è sicuramente uno dei miei preferiti)?

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Assorbenti, ovviamente. Vengono insacchettati separatamente perché sono terribilmente impuri e perché potrebbero contaminare tutto il resto, o che cavolo ne so. Nel dubbio leggete il post che ho linkato poco sopra!

Anche per oggi è tutto da quel di Tokyo, fate i bravi e se vi capita dormite un po’ anche per me perché ultimamente sprizzo sonno da tutti i pori. Alla prossima!