È aprile e io ho l’ansia, o della mia introduzione al mondo dei creatori di videogiochi.

È aprile. Di già. Mi sembra ieri che stavo seduta ai tavolini esterni del baretto di piazza Duomo, incurante del freddo, a parlare del più e del meno con le mie amiche di una vita (Isa e Franci e Irene e Vale vi voglio benissimo e mi mancate ciao). Erano i primi di gennaio, e ora è già aprile inoltrato. Dall’altra parte del mondo è iniziato il caldo primaverile, tranne per qualche giornata fuori dal coro, ma è il vento perenne del mio quartiere che ogni giorno mi fa impazzire e desiderare di non aver mai provato a mettere piede fuori di casa. Ho già sacrificato a Nakano Central Park innumerevoli passate di mascara, diverse acconciature e qualche ombrello. La cosa divertente è che quando arriva il caldo vero, quello che fuori fanno quaranta grandi e vorresti girare con la faccia in un bidone di ghiaccio per riuscire a respirare senza sentirti bruciare i peli del naso, allora il vento smette. Grazie, vento, è stato bello averti con noi tra ottobre e aprile, ci vediamo l’anno prossimo. Se devo essere onesta, però, il vento mi preoccupa meno della metà di quanto mi preoccupino i prossimi anni della mia vita.


Partiamo dal fatto che ho lasciato l’Italia dieci mesi fa con l’idea di continuare con l’università e invece ora mi ritrovo in un istituto professionale a studiare come si fanno i videogiochi. Se non mi conoscessi potrei rileggere questa frase dieci, venti volte e comunque non trovarci un senso. Di solito queste cose vanno al contrario, uno inizia che vuole fare il cantante/veterinario/astronauta/videogiocatore professionista e poi la vita lo smonta così tante volte da convincerlo a iscriversi a un’università, finire la triennale, iscriversi a una specialistica, prendere un master eccetera eccetera. Io vengo su al contrario, tipo Benjamin Button o gli inglesi, e a ventitreanniquasiventiquattro decido di prendere la via dei videogiochi. Non è mai troppo tardi per i videogiochi.

Nel post di oggi parlerò un po’ della mia introduzione alla Tokyo Designer Gakuin seguendo una timeline che va da novembre fino a oggi, 17 aprile.

Novembre – Marzo
Dopo aver superato colloqui (“come ti vedi in futuro, e quanti soldi ha la tua famiglia?”) e test scritti (“quanti soldi ha la tua famiglia, e come ti vedi in futuro?”), sono iniziate le lezioni della pre-school. Una domenica al mese per incontrarsi con gli altri futuri studenti e simulare le lezioni che inizieranno poi da metà aprile. L’obiettivo della pre-school del dipartimento di videogiochi (lo so, suona un sacco poco serio, appena un gradino sopra a “Facoltà di Scienze delle Merendine”) era il seguente: mettere assieme futuri game planner, game programmer, character designer e artisti 3D puntando puntando a produrre una mini-visual novel a finali multipli (due, in realtà). Detta così sembra una cosa divertente, e invece prevedibilmente qualcosa è andato storto. Dico prevedibilmente perché… provate a pensarci: i futuri game planner, game programmer, character designer e artisti 3D di cui sopra sono tutti a. freschi di liceo e ignari che al mondo esista gente non giapponese oppure b. cinesi che fanno branco e se ne sbattono altamente di cosa stia succedendo attorno a loro. E poi c’ero io, l’unica occidentale tra un centinaio di occhi a mandorla, coi capelli rossi e i dilatatori alle orecchie e i tacchi che mi fanno raggiungere la discreta altezza di un metro e sessantasette. Se non fa paura tutto questo, non so cos’altro potrebbe. Formato il gruppo, la trama su cui abbiamo concordato era semplice: finale del torneo di baseball del liceo, l’eroe invoca la protezione di un talismano che lo fa trasformare in una maghetta (lo so, lo so). L’aura della maghetta fa trasformare il lanciatore avversario in un demone e i due si scontrano. Fine. “E i due finali?”, vi chiederete voi. I membri del gruppo non-character-designer ( tre su sette) hanno deciso che non servivano. Anche se è una visual novel. Anche se ci è stato detto di usare i finali multipli. Ogni obiezione è stata soppressa. Visto che i il numero dei personaggi era uguale a quello dei character designer (quattro), abbiamo deciso di disegnarne uno a testa. Una ragazza cinese, che però è in Giappone da diversi anni e che per tutto il meeting ha continuato a ripetere “Se non sapete fare qualcosa lasciate fare a me che tanto so fare bene tutto” è stata la prima ad alzare la mano, prenotandosi per disegnare la maghetta e lasciando gli altri a disegnare le cose più complicate. “Se non sapete disegnare qualcosa lo faccio io, so disegnare tutto”. Okay. Tutto questo è successo durante la prima lezione. Tanto per dire, il mese dopo eravamo in tre. Io, il game planner e l’artista 3D. Nemmeno un programmatore. Visto che la volta precedente nessuno aveva avuto la premura di condividere il proprio lavoro nella cartella apposita del computer, mi è stato chiesto di disegnare tutti e quattro personaggi, “tanto quanto ci metti? Mezz’ora per personaggio?” Saltando brutalmente alle conclusioni, apprezzo molto l’idea di organizzare una pre-school per fare abituare le persone a lavorare in gruppo. Il problema è che nessuno di noi aveva la minima idea di cosa stava facendo e, soprattutto, di come andava fatto.

11 Aprile
Saltiamo avanti di un altro mese. La scuola promette di spedirci a casa i materiali didattici tra il 10 e il 12 aprile e l’11 mattina, puntualissimo, suona il postino.

Un pacchettino piccolino. E sì, ho i capelli lilla.

Un pacchettino piccolino. E sì, ho i capelli lilla.

Diciamo che come materiali li ho trovati un po’ scarsini (soprattutto vista la mancanza di libri di testo – sono parecchio scettica a riguardo ma vediamo come va), ma mi sono emozionata tantissimo per la cartellina formato B3 che è tipo la versione dandy e intellettuale di quelle cartellone sfigatissime bianche che ci portavamo dietro alle medie quando c’era arte.
Oltre a quella, ho ricevuto un blocco per gli schizzi sempre in formato B3, una riga, un set di 12 matite normali e uno da 24 acquarellabili, un taglierino con cui fare a pezzi i miei nemici, una clip per appendere i loro resti alle pareti e una penna supermegaspecialissima per la tavoletta grafica (che devo ancora capire in cosa differisca dalla penna che già ho ma oh, i materiali erano obbligatori e magari scoprirò che è una figatissima, boh).

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14 aprile
Giorno della cerimonia di apertura. Qui funziona che quando entri in una scuola nuova devi presentarti tutto impomatato e incravattato in un auditorium/sala conferenze/hall a caso per farti dare il benvenuto dal preside, il corpo docenti al completo, il sindaco, gente a caso laureatasi decenni prima in quella stessa scuola che ora fa i soldoni e che vuole dimostrarti come anche tu possa fare carriera e diventare un pezzo grosso dell’industria della carta pur avendo un diploma in inserire corso a caso, e tanti tanti senpai.
Ah, e poi ci si fa le foto. Tantissime foto, soprattutto se sei giapponese e se stai entrando nella tua nuova scuola con qualcuno dei tuoi vecchi compagni di liceo. Siccome non volevo essere da meno anche io mi sono fatta fare una foto, però da sola perché non ho amici.

Sembro quasi una persona seria.

Sembro quasi una persona seria.

15 aprile
Orientation. Quest’anno di iscritti al dipartimento di videogames siamo in 107, di cui circa un quarto sono cinesi stranieri. Ci hanno consegnato finalmente l’orario e ho appreso che su cinque giorni ne ho due pieni e tre mezze giornate. Giovedì ho solo il pomeriggio. Ho gioito. Vorrei scrivere le materie che andrò a studiare nello specifico, ma non saprei tradurre i nomi in italiano. Vi basti sapere che per questo primo semestre studierò sia le basi del disegno (su carta e digitale) che alcuni elementi di grafica 3D, oltre a frequentare seminari sulla teoria del videogioco/ricerche recenti in campo videoludico/teorie di marketing/presentazioni aziendali e altra bella robbba. Also, uno degli eventi annuali segnati nel calendario accademico è il Tokyo Game Show, il primo anno come spettatori e il secondo come espositori. Sono gasatissima.

16 aprile
Class meeting, Come c’era da aspettarsi in una scuola del genere, la mia classe è piena di disagiati (ma d’altra parte se non hanno dei problemi noi non li vogliamo). Siamo circa in 25, di cui la metà cinesi stranieri, e tutto sommato mi va anche bene. Mi sento vecchia perché i giapponesi solitamente iniziano a frequentare questo tipo di scuola a 18 anni, appena finito il liceo, e ciò significa che sono ancora tutti minorenni. Dall’altro lato il mio insegnante responsabile è un manzo asiatico individuo parecchio interessante che chissà come è passato dal dipartimento di architectural design a quello di videogame (crisi di mezza età?). Tra i compagni degni di nota, comunque, spiccano un tenero giapponese balbuziente, una ragazza cinese di 27 anni che prima di venire qui faceva la tatuatrice nella periferia di Pechino (siamo già migliori amiche forever), un ragazzo di Hong Kong che si fa chiamare Charles, quattro ragazze giapponesi che non distinguo l’una dall’altra e sfiga ha voluto che mi capitasse anche la ragazza cinese residente da lungo tempo in Giappone di cui vi parlavo sopra. Quella che “ragazzi, se non sapete fare qualcosa tranquilli che io so fare tutto”. Già. Ah, e c’è un altro ragazzo taiwanese che durante il giro di presentazioni, mentre tutti nominavamo videogiochi o anime preferiti, ha pensato di includere la storia di quella volta in cui ha pescato con suo zio un tonno lungo un metro. Hm.
Spero vivamente che il collante della classe non consista solo di passioni in comune, altrimenti visto il mio schifo per tutto ciò che è animazione che non mi ricordi la mia infanzia mi considero già tagliata fuori. Durante le presentazioni, ogni volta che qualcuno diceva “Il mio anime preferito è inserirenomeanime“, dai banchi si levava un disgustoso coro di “ooooh” e “aaaaah” e gridolini fastidiosamente eccitati, mentre io nella mia ignoranza pregavo che qualcuno prima o poi dicesse “a me non piacciono gli anime, preferisco le serie tv americane”. Ma non l’ha detto nessuno.

L’unico Charles della mia vita.

17 aprile
Oggi. La mattinata è trascorsa a imparare come farsi un account su Gmail (e, per la cronaca, con questo ho creato il mio quinto indirizzo e-mail, posso farmi un sacco di profili falsi ovunque), mentre nel pomeriggio abbiamo iniziato un lavoro di gruppo che si protrarrà fino a martedì, il cui obiettivo è disegnare una mappa dei dintorni della scuola che sia interessante e artisticamente piacevole. La mappa in realtà può avere come tema qualsiasi cosa, ma la parola chiave è – notate bene“interessante”. Riunito il gruppo, constatato oltre a me tutti gli altri sono tutti cinesi e finito il round di presentazioni arriva il momento di decidere il tema. Brainstorming! Cosa potremmo mai scegliere per rendere la nostra mappa unica, interessante e stimolante? Subito arrivano i consigli migliori in tutta la storia dei consigli. “Facciamo una mappa dei parcheggi”. “No, una delle stazioni del treno”. “Macchè, facciamone una con i ristoranti cinesi”.

Terrorizzata dall’idea di dover girare tutto il pomeriggio a cercare e mappare parcheggi (seriamente? parcheggi?) ho proposto di lavorare invece sui locali a tema di Akihabara, che si trova ad appena un quarto d’ora a piedi dalla scuola. Fortunatamente l’idea ha avuto un riscontro positivo, e abbiamo deciso di partircene alla volta della città elettrica alla ricerca di bar, ristoranti e caffetterie carine.
To be continued…

Insomma, questi sono stati i miei primi giorni di scuola. Sicuramente i prossimi due anni saranno pieni di esperienze pazzesche, sono veramente curiosa di vedere come andrà quando le lezioni cominceranno effettivamente.

Grazie per essere rimasti con me per quasi 2000 parole, vi lascio con alcune domande: da piccole/i preferivate Charles/Kamura o Eric/Hayama? Fa caldo in Italia? Chi volete sul trono di spade?

Alla prossima!

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Misteri su misteri, o delle domande a cui il finale di Lost non ha saputo rispondermi.

Ebbene sì. Quasi tre anni dopo aver iniziato Lost, è arrivato il momento di affrontare la puntata finale.
È stato molto illuminante, ma non è ASSOLUTAMENTE possibile che dopo sei stagioni di misteri ancora non abbiano risposto ad alcune domande fondamentali che mi tormentano tuttora. Vediamone alcune.

Voi fan della serie ricorderete sicuramente la puntata speciale della prima stagione dove cinque dei protagonisti, tutti italiani, vanno a mangiare sukiyaki (categoria: roba che devi cucinarti da solo) in un ristorante vicino a Nakano Broadway. Per chi non ricordasse bene l’episodio, ve lo ricapitolo brevemente: i cinque, non essendo particolarmente affamati, ordinano un menù con porzioni di carni e verdure raccomandate per 3-4 persone. La cameriera li guarda perplessa, e come se stesse parlando con dei bambini dell’asilo chiede conferma dell’ordine ricevuto, non essendo sicura di aver capito bene. I protagonisti confermano. La cameriera annuncia che porteranno solo quattro porzioni di riso, perché il menù è pensato per massimo quattro persone. I protagonisti acconsentono, pensando che mal che vada il riso si può sempre dividere in modo da sfamare cinque bocche invece che solo quattro. Aspettano qualche minuto e quando l’ordine finalmente arriva, la cameriera con aria giuliva ricorda che “ご飯はお変わり自由ですね!Gohan wa okawari jiyuu desu ne!“. I sottotitoli recitano “il riso è gratis, quindi quando finite questa porzione potete ordinarne altro quante volte volete!” (lo so, i sottotitoli sono prolissi e di bassa qualità). I protagonisti sono perplessi, e non capiscono perché, se è vero che si possono ordinare quattro porzioni di riso anche per quindici volte, risulti così impossibile portarne cinque già all’inizio del pasto. In tutto il resto della serie non si fa più parola di questo episodio, che è destinato a rimanere uno dei più misteriosi misteri tra tutti quelli presenti nelle sei stagioni. Penso che c’entrino i famosi Numeri, ma non sono sicura. Avrei apprezzato almeno due parole a riguardo nella puntata finale, ma vabbè.

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La mia cena di pasqua, perché sì

Un’altro mistero che sicuramente non vi sarà sfuggito è quello dell’uomo della domenica mattina. So che sapete perfettamente di cosa sto parlando, ma per i soliti profani che si ostinano comunque a leggere il mio fan-blog, ecco i fatti. Nella 3×02, una delle protagoniste che per comodità chiameremo Anna deve andare a fare la spesa alle otto e mezza di una domenica mattina. Percorre le strade deserte che circondano casa sua, popolate ferialmente da bambini che vanno a scuola e vecchietti che discorrono allegramente del tempo, finché il suo occhio non si accorge di una presenza anomala, disturbante, che la porta immediatamente sull’attenti e pronta a colpire. Un uomo si erge in un anfratto della strada, appena fuori da un portone. Ha i pantaloni e le mutande calate e si gingilla senza vergogna, alle otto e mezza di una domenica mattina, fuori dal portone di un quartiere residenziale. Chi è quell’uomo? Di che organizzazione fa parte? Perché si masturba in pubblico? C’è qualche collegamento tra lui e l’uomo che alle due di notte va al supermercato e ne esce soltanto con due bottiglie di passata di pomodoro?
Anche a queste domande non ho trovato risposta.

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Altro cibo, perché come immaginerete non mi andava di mettere immagini a tema.

Proseguendo: nella quinta stagione, dove Anna trova un lavoro, ricorderete il seguente episodio. Sta scoccando il termine della prima settimana di lavoro, sono le nove meno cinque e Anna si prepara a staccare per tornare a casa e riposare un po’. C’è da chiudere i registratori di cassa, contare i soldi e con loro i buoni sconto, che vanno poi strappati da un lato. Una parte si butta e l’altra si conserva in una busta, così l’ultimo che torna a casa li conta ancora una volta tanto per stare sicuri. Siccome Anna lavora da un bel po’ ed è stanca, strappa i buoni e si prepara ad andarsene, quando nota che due suoi colleghi si stanno fermando un po’ troppo a lungo a osservare il suo operato. Terrorizzata pensa, “Oddio, stavolta cosa ho sbagliato?”.
Ebbene, aveva strappato i buoni non dalla parte con lo strappo facilitato, ma dall’altra. I colleghi si guardano e mormorano tra loro, perplessi e divertiti (troppo divertiti, quanto può essere divertente una cosa del genere? Le loro vite devono essere proprio noiose, ndA).
“Ma adesso cosa facciamo? È la prima volta che succede!”
“Non lo so, cosa potremmo fare?”
“Non ne ho proprio idea. Fammici pensare.”
Tre minuti dopo i due convengono che forse è opportuno riparare con lo scotch lo strappo sbagliato e ristrappare dalla parte giusta. Danno ad Anna il permesso di rincasare e si mettono lì, a scotchare i dieci buoni uno per uno, con una perizia che ha dell’incredibile.
Cosa significa questa scena? Perché i buoni non potevano essere strappati dal lato opposto? Qualcosa di terribile si sarebbe verificato se i più anziani ed esperti colleghi di Anna non fossero corsi ai ripari? Confesso che mi sarebbe piaciuto assistere a diversi sviluppi per questa storia, ma ancora una volta il finale di Lost non mi ha accontentata.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione, infine, alcuni fotogrammi che occasionalmente compaiono per tutta la durata della serie.

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Cos’è questo strano festival? Che cosa mi sta a significare? Come si collega a tutto il resto?

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Come ha fatto questa capra ad arrivare sull’isola? C’entra il progetto Dharma?

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E questi chi sono? Perché questi abiti sfarzosi?

E per finire: perché trovo una cosa perfettamente normale e discretamente sensata il comprare il ghiaccio al supermercato?

Lost, un finale aperto ci può anche stare, ma certe cose ce le dovevi spiegare.
Voto alla serie: 2/10

Scherzo. Ho amato Lost, anche se l’ho finito solo ieri – cioè con sei anni di ritardo. Se l’avete visto anche voi mi capirete, se non l’avete ancora visto o non l’avete ancora finito (papà, sto parlando con te) datevi una mossa così possiamo parlarne tutti assieme.
Chiedo scusa per gli intervalli dilatatissimi tra un post e l’altro. Nell’ultimo periodo esco di casa alle otto di mattina e ci rientro alle nove di sera, quindi capirete che non riesco a dedicare a Tokyo ist Krieg il tempo che vorrei. Portate pazienza e seguitemi anche sulla pagina Facebook, dove sono presente un po’ più spesso!

 

 

Perdere un iPhone a Tokyo, o di come sono finita a firmare un contratto biennale per comprarne un altro.

Partiamo dall’inizio, cioè da due domeniche fa.
Ero di ritorno dal Kanamara Matsuri, la cui fama lo precede, col mio iPhone 4 carico di speranze e fotografie goliardiche che non vedevo l’ora di mostrarvi. Ho cambiato tre linee metropolitane. La prima da Kawasaki Daishi a Shinagawa, linea Keikyu Kawasaki, treno rapido. La seconda da Shinagawa a Shinjuku, linea Yamanote. La terza da Shinjuku ad Asagaya, linea Chuo, treno locale.
Arrivata ad Asagaya, casa dolce casa, mi sono attardata a prendere un caffè freddo e un cornetto al cioccolato da St. Marc Café, che pioveva a dirotto e tirava un vento meschino e me li meritavo. Uscita da St. Marc Café ho fatto un salto da 7 Eleven, comprato del cibo probabilmente malsano e qualcosa da bere. Mi sono incamminata verso casa. Entrata nella mia stanza ho frugato nella solita tasca del solito zaino e mi sono accorta che “la solita cosa” che mi aspettavo di tirar fuori da lì faticava a farsi trovare. Ho guardato meglio. Ho guardato nell’altra tasca. Ho guardato ancor meglio. Ho controllato quindici volte. Nella mia borsa non c’era nessun iPhone. La cosa pazzesca è che dall’ultima volta che avevo preso in mano il telefono, facendo un rapido calcolo, era passata almeno un’ora e mezza. Al giorno d’oggi esistono ancora persone che per così tanto tempo riescono a stare senza controllare Facebook, senza scattare una foto a una lattina abbandonata per strada, senza farsi un selfie, senza mandare un messaggio a qualcuno? A quanto pare sì. Non pensavo di rientrare in questa peculiarissima categoria di persone. A quanto pare sì.

Come fate a stare senza fotografare lattine abbandonate per più di un'ora e mezza? Non lo so.

Come fate a stare senza fotografare lattine abbandonate per più di un’ora e mezza? Non lo so.

Non avevo mai perso nulla di così importante nemmeno in Italia, quindi mi sono ritrovata abbastanza confusa. Cosa si fa in questi casi? Con chi devo parlare? A chi devo chiedere? Il mio telefono mi tornerà mai indietro o l’ho perso per sempre? Come farò a postare le foto del Kanamara Matsuri sulla mia pagina di Facebook e farvi morire d’invidia?

Ho convenuto abbastanza rapidamente con me stessa che la cosa migliore da fare era interpellare il magico e onnisciente mondo di internet, che sicuramente avrebbe saputo aiutarmi. Viene fuori che esiste una app per rintracciare tutti i propri dispositivi Apple purché siano ancora accesi e purché abbiano questa app installata e/o siano registrati su iCloud. Beh, indovinate cosa: non avevo idea che una cosa simile esistesse e non mi ero nemmeno mai posta il problema, quindi figurarsi se uno qualsiasi dei miei dispositivi Apple avrebbe potuto rintracciare il mio povero disperso telefono. Ci ho provato comunque eh, che non si sa mai, ma il miracolo che mi aspettavo non è avvenuto.

Mentre succedevano tutte le cose elencate nell’ultimo paragrafo, il mio compagno di viaggio M. ha insistito per tutto il tempo col fatto che forse sarei dovuta andare al koban 交番 (leggi: chioschetto della polizia) più vicino a fare denuncia. Da cocciuta testarda come sono è trascorsa un’ora buona prima che mi decidessi a dargli retta, ad alzare il culo dal letto e ad andare una volta per tutte dalla polizia per avere almeno una speranza che il telefono perduto mi ritornasse indietro.

Arrivata nel baracchino della polizia, due metri di lunghezza per tre di larghezza, ho compilato un modulo dove segnavo di preciso cosa ho perso, dove l’avevo perso, a che ora e le particolarità dell’oggetto in questione. Fortunatamente si parla di un iPhone 4, modello che in Giappone è talmente superato che probabilmente a Tokyo lo avranno conservato come reperto archeologico appena cinque o sei persone. Ho lasciato un recapito e il poliziotto mi ha lasciato una promessa: “ti chiameremo se qualcuno di animo gentile ci riporterà il tuo telefono da pezzenti” (non ha detto esattamente così, ma l’ho letto tra le righe).

Dei ciliegi, per gradire.

Dei ciliegi, per gradire.

Ho aspettato tutta la sera, ma non mi è arrivata nessuna telefonata. Il giorno dopo nemmeno. Verso le otto di sera sono uscita per andare a bere una cosa in questa izakaya 居酒屋 (leggi: locale zozzo dove si beve e si mangia a prezzi ragionevoli) a Koenji, e quando ne sono uscita controllando per caso il telefono ho trovato una chiamata persa. “BENE”, ho pensato, “BENE, erano solo 35 ore che aspettavo questa chiamata stando ossessivamente attaccata a questo catorcio di telefono pre-pagato, lo perdo d’occhio un attimo ed ecco, non poteva andare diversamente”. Ho richiamato. Ha risposto una donna. Da qui in poi io assumerò l’iniziale T (di TokyoistKrieg e di Tapina), mentre la donna si prenderà la O (di Operatrice e di Ottusa).

O: “Pronto, risponde un ufficio a caso di Suginami, chi parla?”
T: “Salve mi chiamo TokyoistKrieg, ho visto che avete chiamato da questo numero poco fa…”
O: “Aspetti che controllo. (…)”
T: “Potrebbe essere per il telefono che ho perso ieri pomeriggio?”
O: “Ah, sì, ecco! Era un iPhone 4, giusto? Non è che potrebbe ripetermi anche le altre specifiche?”
T: (visibilmente e udibilmente emozionata perché sente di stare per riabbracciare il suo telefono smarrito) “Sì, dunque, ha una cover rossa e un adesivo sul pulsante home.”
O: “La sim al suo interno è della Au?”
T: “No, è una prepagata per il traffico dati B-Mobile”.
O: “Ho capito. Attenda solo un attimo.”

…per svariati minuti diverse musichette (di cui ricordo solo Per Elisa) si alternano in linea lasciandomi appesa come una carpa koi ad una lenza. Poi, quando meno me l’aspetto, una voce maschile ansimante e strascicata inizia ad attacarrmi come se stesse rantolando i suoi ultimi respiri. Questo nuovo personaggio si chiamerà N (di Nuovo Personaggio e di Nonstocapendonulladiquellochemistaidicendo).

N: “Pronto, scusi se l’ho fatta aspettare.”
T: “Non c’è problema.”
N: “Allora, lei ha perso un telefono? Mi può dire le sue caratteristiche?”
T: “Sì, allora. Aveva una cover rossa, un adesivo sul pulsante home…”
N: “Il pulsante home?”
T: “Sì, quello subito sotto lo schermo, al centro. Ha un adesivo rosso sopra.”
N: “Guardi, abbiamo trovato un telefono che risponde a questa descrizione. Mi fornisce gentilmente il codice per sbloccarlo così confermiamo che è proprio il suo?”
T: (a questo punto mi sentivo così vicina alla meta, ma così vicina…) “Sì, il codice è 1234”.
N: “1234? Ho capito, attenda un attimo.”

…per ulteriori svariati minuti ulteriori diverse musichette si alternano in linea lasciandomi appesa come un kakemono in una sala da tè.

N: “Pronto, guardi che il codice non corrisponde. Mi riconferma che è 1234?”
T: “Sì, confermo. 1234.”
N: “Il codice è errato, il telefono non si sblocca.”
T: “Chiedo scusa ma sarebbe possibile venire direttamente lì a controllare di persona se il telefono è mio?”
N: Sore wa chotto… それはちょっと…”
T: “Mi scusi, ma mi conferma che stiamo parlando di un iPhone 4 con la cover rossa e un adesivo rosso sul pulsante home?”
N: “No, qui non c’è nessun adesivo. Ma nel telefono c’è una sim card di Au?”
T: “No, come dicevo prima alla sua collega all’interno c’è una prepagata per il traffico dati B-Mobile”.
N: “Ah no, allora non può proprio essere. Qui c’è dentro una sim Au.” *click*

E riattacca, lo stronzo.
E non ho nemmeno il tempo di riprendermi da questo essere presa a cornettate virtuali in faccia che mi arriva un sms, il quale mi avverte con un tempismo pressoché perfetto che il mio credito residuo è inferiore ai 300 yen. Nell’ultima telefonata ho speso qualcosa come dieci euro, insomma. Per niente.

Perse quasi le speranze di ritrovare il mio telefono, ho deciso di sottoscrivere un abbonamento biennale con Softbank, uno dei maggiori operatori telefonici giapponesi, per un iPhone 5s. Perdonate il mio essere posh, ma come ho detto il 4 è ormai superato e qui ti vendono solo l’ultimo modello.

Qualche giorno dopo mi sono dunque recata nel negozio Softbank di Roppongi dove sono stata accolta da una commessa dolcissima e gentilissima che dopo avermi offerto da bere si è presa cura di me come se fossi una sua amica di lunga data. Grazie, N-san, non ti dimenticherò mai. Non ve la faccio troppo lunga, ma conclusa la transazione sono tornata a casa con:
1. Una borsa porta-bento esclusivissima griffata Softbank Roppingi.
2. Una confezione di condimento per il riso.
3. Una bilancia pesa-persone super-tecnologica che calcola tutto quello che può calcolare, e che ti parla pure. Giuro, la cosa difficile è farla stare zitta.
4. Un braccialetto fitness non meglio classificato, anche questo super-tecnologico, anche questo che calcola tutto quello che può calcolare (a partire dalle ore di sonno, passando per le volte in cui ti svegli di notte e arrivando alle calorie bruciate). Non l’ho mai usato e non lo userò mai.
5. Fortunatamente, un iPhone 5.

Io volevo solo un telefono...

Io volevo solo un telefono…

Soddisfatta tutto sommato del mio nuovo reattore a propulsione dalle sembianze di uno smartphone, la mia vita è proseguita spensierata per un altro paio di giorni. Avevo quasi dimenticato il mio precedente iPhone 4 (lo so, l’ho superata abbastanza in fretta), quando a uno dei miei compagni italiani – quello che mi aveva attivato la famosa sim B-Mobile – arriva una misteriosa telefonata dalla suddetta compagnia telefonica. Dopo un tira e molla durato diversi giorni in cui la B-Mobile provava a contattare il mio amico e non riusciva a raggiungerlo e viceversa, abbiamo finalmente capito che il mio telefono è stato ritrovato da qualche parte del Giappone. Gioia e giubilo!

Ho richiamato personalmente il koban in cui pareva fosse depositato il mio telefono, ma disgraziatamente era sabato e loro “non si occupano di lost&found durante i weekend”. Ma tranquilli, prendetevela pure comoda.
Ho richiamato lunedì.
Mi hanno confermato che il telefono lo avevano loro.
Sono corsa a Mitaka, a due fermate di distanza da casa mia, trepidante nell’attesa di riaverlo nuovamente tra le mie braccia.
Ho esibito un paio di documenti d’identità.
Il telefono mi è stato restituito.

Avevo sentito più volte parlare dell’efficienza del sistema lost&found giapponese, ma fino a questo momento non riuscivo a credere al fatto che perdendo qualcosa di valore in giro per Tokyo qualcuno avrebbe preso quel qualcosa e l’avrebbe riportato alla polizia.
Ho perso un iPhone a Tokyo e l’ho ritrovato in una settimana. La vita è bella.

Bentornato iPhone 4, ti voglio bene anche se adesso ho un telefono migliore di te.

Bentornato iPhone 4, ti voglio bene anche se adesso ho un telefono migliore di te.

Tutto è bene quel che finisce bene, amici.
Vi chiedo scusa per l’enorme ritardo di quest’ultimo post, spero di tornare presto a essere attiva e reattiva!
Buona settimana a tutti.

Tornare a casa.

So che nel post precedente mi sono autodefinita “apolide”, ma mi è successa una cosa strana il giorno in cui sono tornata a Tokyo. Cominciamo dal principio.

Innanzitutto vi comunico che
1. Sono arrivata a Tokyo sana e salva e
2. Sto scrivendo questo post da una caffetteria di Asagaya e questo mi da una gioia che non potete immaginare. Il sentimento di anticipation che ho covato nei confronti di un’azione così semplice mi ha corrosa per così tanto tempo che ora non mi sembra vero di potermi sedere con calma, sola, ordinare un ice-coffee come Dio comanda, aprire il computer e se necessario passare un intero pomeriggio a scrivere e guardare la gente e bere caffè e scrivere ancora e bere sempre più caffè e lamentarmi se la notte non dormo. Può non sembrare nulla di speciale, ma vi assicuro che per la sottoscritta (fanatica della felicità convulsa scatenata dalla piccole cose) lo è. やってみればわかる.

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Sono partita da Venezia il 21 marzo: pochi giorni che sembrano tuttavia anni e anni, complice l’assenza di sonno che mi ha portata a vivere giornate lunghissime e intensissime di 30 ore ciascuna. Sono partita da Venezia e nel momento in cui sono salita sul primo aereo, quello che mi avrebbe scaricata a Dubai, ancora non mi rendevo pienamente conto di dove ero diretta, del perché fossi lì e così via. Non so spiegare a parole quella sensazione: mi sembrava di partire seguendo le istruzioni di una persona che non ero io, di una seconda me che aveva stabilito molto tempo prima che quella cosa andava fatta, punto.
Sono salita sul primo aereo e mi sono accorta che Emirates è la compagnia definitiva. Non ne ho sperimentate molte, sicuramente meno di una decina, ma a partire dai posti che ho trovato leggermente più larghi e leggermente più comodi rispetto alle altre compagnie e arrivando fino al cibo, tutto era migliore. Magari è solo autosuggestione; magari il volo dell’anno scorso con Alitalia mi era sembrato brutto e scomodo perché ero sola e impaurita. Quest’anno, anche complice la presenza di persone per me importanti, le prime sei ore sono sembrate tre.

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Era la prima volta che su un aereo mi davano un menù, e mi sono emozionata.

Dopo uno scalo a Dubai, una puntata al Duty Free, il tentativo di dormicchiare un po’ che non ha per nulla funzionato, dopo due ore e mezza che sono sembrate un’eternità, sono salita sul secondo volo. Nove ore (che sono sembrate meno, comunque) in cui non ho chiuso occhio, allungando la giornata partita alle otto di un venerdì mattina italiano fino alle sei e mezza un sabato sera giapponese. Facendo due calcoli, la mia giornata è di fatto durata una trentina di ore e una volta scesa dall’aereo e superati i controlli non mi rendevo ancora conto né di dove ero, né di che giorno o che ora fosse, né di cosa stesse succedendo attorno a me.
La coscienza che il viaggio fosse finito non si è presentata neanche di striscio. Avevo ancora tanta strada da percorrere e sarei dovuta arrivare all’appartamento di due amici italiani che mi avrebbero ospitata per la notte. Appartamento che, guarda caso, si trova nell’edificio immediatamente accanto alla mia ex-casa, quella dove io e L. lo scorso anno abbiamo trascorso sei mesi di profondo disagio e soddisfazioni e difficoltà e ricordi felici.

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Negli aerei Emirates si spengono le luci e si può ammirare il cielo stellato. Ditemi se è poco.

Sono salita sullo Skyliner, linea metropolitana che porta dall’aeroporto di Narita fino a Nippori, e che sembrava un’ottima alternativa economica al N’EX (Narita Express). Sbagliato. La differenza di prezzo è di una quindicina di euro, ma il percorso è infinito e dopo più di un’ora dalla partenza stavo ancora aspettando di raggiungere Nippori – tutt’altro che la mia tappa finale, oltretutto. Da Nippori ho affrontato la come sempre invivibile Yamanote che in una ventina di minuti mi ha portata fino a Shinjuku.
Ed è qui cheè avvenuta l’epifania.
Erano ormai le otto e mezza di sera, e mano a mano che il treno si avvicinava alle forme familiari del quartiere della notte per eccellenza, le luci, i colori e le forme che da sei mesi non vedevo mi si sono parate davanti violente causandomi un mezzo crollo emotivo misto a eccitazione misto a commozione che si è in fondo palesato ai miei due compagni di viaggio semplicemente come una me dagli occhi lucidi che mormora a bassa voce una singola frase: “Sono a casa”. Non so perché proprio Shinjuku. Sì, è un quartiere che adoro e che collego a un sacco di ricordi, ma non è IL quartiere. Fattosta che in quel momento di cruda realizzazione ho dimenticato (per cinque minuti) la stanchezza e sono stata felice di ritrovarmi lì. Sono scesa dal treno e ho ripercorso la parte della stazione di Shinjuku che mi avrebbe riportato alla linea Marunouchi, quella che l’anno scorso prendevo tutti i giorni per andare e tornare da scuola – e per andare e tornare da ovunque, a dirla tutta. A mano a mano che le stazioni si susseguivano una dopo l’altra le ripercorrevo mentalmente: Nishi Shinjuku. Nakano Sakaue. Shin Nakano. Le porte si apriranno dal lato sinistro.
Stremata dalla stanchezza e fisicamente provata dal trasporto di una valigia troppo grande che pesava la metà di me sono emersa dal sottosuolo e ho tirato un sospiro di sollievo. È proprio tutto come quando sei mesi fa ci siamo lasciate, Shin Nakano. (E sticazzi, direte voi, cosa vuoi che succeda in sei mesi?). L’unica differenza è il nuovo Pachinko tra la prima e la seconda entrata della stazione: così grande, sfarzoso e colorato che per una frazione di secondo mi sono chiesta se mi trovavo sulla strada giusta.
A un certo punto ho svoltato a sinistra, ed ecco la via dove abitavamo io e L. La luce della sua stanza è accesa, sul mio balcone sono stesi dei vestiti ad asciugare. Ho provato rabbia perché la vita di quel piccolo, insignificante appartamento va avanti anche senza di noi.

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Ogni viaggio comincia con una realizzazione di qualche tipo: c’è chi realizza che saranno giorni, settimane o mesi duri; c’è chi realizza che da quel viaggio non tornerà mai più del tutto. Io ho realizzato che la città di Tokyo è la cosa più vicina a casa che abbia mai trovato nei miei viaggi attorno al mondo. E sono felice di essere qui.

Una vita in 30kg, o di come preparare una valigia senza troppi sbatti.

Come forse tutti sapranno (e se non lo sapete, sappiatelo), Tokyo ist Krieg se ne ritorna a Tokyo a partire dal 21 marzo. E non ci rimarrà cinque miseri mesi come lo scorso anno. Se ne andrà per restarci.
Sono nel pieno della quarta fase, quella della negoziazione della partenza, e questo significa solo una cosa: è arrivato il momento di preparare la valigia. Meglio prendersi con un po’ d’anticipo, questa volta. Se l’anno scorso mi apprestavo a partire con Alitalia e la sua modesta franchigia da 23kg, quest’anno Emirates mi permetterà di dare il meglio di me e di mettermi alla prova cercando di inserire nella mia Valigia Ottanio i 30kg più significativi della mia vita da continua esule.
È dalla fine del liceo che, per un motivo o per l’altro, viaggio. Non penso di avere una vita particolarmente movimentata, ma lo spostamento fuori sede causa università e il conseguente trasferimento a Tokyo per gli ultimi cinque mesi del terzo anno (nonché la conversazione provvidenziale con un’amica, M.) mi hanno fatto capire che per noi orientalisti è indispensabile una mentalità essenzialmente apolide. Trovo che l’allungarsi innaturalmente verso il cosmopolitismo sia un’azione inutilmente faticosa e sopravvalutata. Io non mi sento cittadina del mondo, anzi. Non mi sento cittadina di nessun luogo e questo mi rende libera e svolazzante come una falena felice (e sì, dai, ci siete arrivati da soli, i vari angoli del mondo sono i miei lampioni).

Dicevamo, mi ritrovo ora nella condizione di dover selezionare i 30kg più importanti della mia vita per poi portarli con me dall’altra parte del mondo. Sarà necessaria una dose non indifferente di tenacia e abilità nella gestione degli spazi, perché l’anno scorso di chili me ne sono portata molti di meno e comunque mi sono dovuta sedere sulla valigia per riuscire a chiuderla.

Prima di mettersi nell’ordine di idee che è ora di alzare il culo e iniziare a impacchettare roba è bene assicurarsi di:
1. Essere rilassati e non avere altri pensieri. E questo implica il prendersi con un po’ di anticipo (nel mio caso una settimana, più o meno), per aver tempo di rimediare a eventuali mancanze e di disfare e ricostruire il vostro capolavoro tante volte quante la bilancia ve ne ordinerà.
2. Non farsi prendere dal panico: se dimenticate qualcosa c’è una buona probabilità che la vendano anche nel posto dove state andando. Corollario: ricordatevi che comprare passaporti o altri documenti d’identità nel paese di destinazione è illegale e perseguibile dalla legge. Cercate almeno di ricordarvi i vostri documenti, su.
3. Aprite la valigia, spalmatela sul pavimento della vostra stanza e chiudetevici dentro. No, non nella valigia. Nella stanza. Imponetevi di non uscirne finché non avrete completato almeno il primo ciclo di riempimento. Per aiutarvi nello scopo mettete della musica convincente e portatevi cibo e acqua.

La chiave per una valigia perfetta è il suo scheletro: non parlo solo dello scheletro fisico della valigia vera e propria, quello che eviterà che alla prima caduta da due metri d’altezza (solo Dio sa che cosa combinano oltre il buco nero alla fine dei rulli del check in) il vostro bagaglio ESPLODA, seminando tutto il contenuto sulle valigie degli altri ignari passeggeri. Sto parlando della gloriosa, indispensabile lista – la prima cosa a cui dovreste pensare nel momento in cui prenotate il vostro biglietto aereo.
Ho ancora salvata nel computer quella che avevo scritto l’anno scorso (e magicamente ero riuscita a non dimenticare nulla che fosse di vitale importanza), ma quest’anno ho deciso di riprovarci andando per categorie o campi semantici, nell’ordine in cui ve li descriverò qui sotto.
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Tutto comincia così.

La prima cosa in assoluto che mi viene in mente se penso a un bagaglio è l’elettronica.
I preziosi attrezzi elettronici di cui sono avida non possono mancare – pena il rimorso eterno. Ho diviso questa prima categoria in due sottocategorie:
a. cose che mi permettono di stare in contatto col mondo: il computer, con cui scriverò articoli noiosi nelle caffetterie, telefonerò ai miei, aggiornerò il blog, perderò ore su Facebook invece di uscire e farmi una vita. Il telefono, con la sim che mi servirà solo per (spero) le prime ore: quando mi stabilizzerò un attimo mi comprerò una sim dati da poter usare fuori casa; l’anno scorso non ne avevo una e vi assicuro che per noi ormai abituati a tutte le comodità dello smartphone uscire a fare due passi coscienti di non avere con sé internet è un vero e proprio incubo.
b. cose che mi permettono di stare in contatto con me stessa: il Nintendo 3DS che ha il blocco regionale e che quindi non posso utilizzare con i giochi giapponesi – quindi verranno con me anche Pokemon X, Fire Emblem Awakening, il Professor Layton e l’Eredità degli Aslant, eccetera eccetera. Verrà con me la PSP che invece non ha il blocco regionale, con FF Tactics e magari Monster Hunter. Il Kindle, che devo riempire di roba (ogni volta mi riprometto che in aereo leggerò un po’, mentre finisco sempre per trascorrere l’intero viaggio tentando di dormire con scarso successo). La fotocamera, con due obiettivi per sopperire a ogni necessità. L’iPod, indispensabile.

Seconda categoria: cose che mi permettono di urlare al mondo che sì, sono italiana.
Una moka, un pacchetto di caffè buono e ODDIO NON DIMENTICATELO MAI, l’adattatore per il gas (quello di metallo a croce per intenderci, ha un nome proprio? Non lo so). L’anno scorso me l’ero dimenticata e ho dovuto cercarlo non poco, trovandolo poi in un negozio specializzato in roba pretenziosa da cucina e pagandolo sui 15 euro (1,30€, nel negozio giù in città a Trento). Magari del peperoncino. Magari un barattolo di Nutella (per stare lontana dal Food Show quanto più possibile, si sa che poi va a finire malissimo).

Cose che mi permetteranno di studiare un po’ di giapponese.
Un sacco di libri che avevo comperato l’anno scorso e riportato in Italia. Libri preparatori per il JLPT N1 (che non ho passato a dicembre per una manciata di punti, sciocca me procrastinatrice), i miei amatissimi libri di grammatica giapponese Makino-Tsutsui, tre libri di Murakami Ryuu letti a metà e lasciati da parte per troppo tempo (vi ricordate la parola tsundoku?). Oh e il dizionario elettronico, che altrimenti non riesco nemmeno ad andare a fare la spesa. Compro raramente cose che non so cosa siano, e dato che al secondo anno abbiamo saltato a pié pari l’unità didattica sulla cucina e sul cibo non ho nemmeno idea di come si dica “spinacio”, per dire.
...merda.

…merda.

Cose che mi permetteranno di mantenere un certo decoro.
Vestiti: non troppi, perché Tokyo è la mecca dell’abbigliamento e so che per quante cose mi porti dietro poi finirei per rivendere tutto in qualche MODE OFF, come l’anno scorso. Era agosto e non mi entrava più nulla in valigia, quindi ho rivenduto circa una ventina di capi d’abbigliamento tra abiti, scarpe, magliette eccetera. Ci ho ricavato ben 440yen, tre euro e mezzo. Ci ho comprato una bandana blu (e guadagnato indescrivibilmente in peso).
Ricordarsi di non dimenticare un completo da colloquio di lavoro. Rigorosamente giacca e pantalone neri E camicia bianca OPPURE tailleur nero E camicia bianca. Provo il mio nuovo completo nel camerino del negozio e mi sento incredibilmente vecchia e incredibilmente stanca.
Scarpe: sicuramente le mie Doc Martens. Un paio di ballerine. Le Lita per trovare sempre un momento di disagio: già sono alta per gli standard giapponesi, poi quando con queste scarpe arrivo a più di 170cm posso guardare il mondo dall’alto tipo Torre Eiffel, ed ergermi sopra la folla e sopra le ascelle nella metropolitana. Non male.
Cosmetici. Promemoria per me stessa: comprare due mascara uguali a quello che ho ora, perché quelli giapponesi sono per chi non ha le ciglia e quindi non vanno una bega.
Uno specchietto.
La pinzetta per le sopracciglia.
L’epilatore della Sunsilk.
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Cose belle che come tutte le cose belle prima o poi finiscono.
Gli assorbenti, di cui ho parlato sufficientemente nello scorso articolo.
Tinte per capelli, che a Tokyo non ne ho mai trovate come piacevano a me.

Cose che mi permetteranno di rimanere viva.
Medicinali. Una borsa piena zeppa di medicinali.
L’adattatore della corrente. Mi permetterà di rimanere viva, sì, riuscite a immaginare arrivare lì, appoggiare il culo sul letto e rendersi conto di non avere dove collegare i propri attrezzi elettronici? Oh, the horror.

Cose che troverò sicuramente il modo di utilizzare.
Degli asciugamani e delle lenzuola (metti che l’industria giapponese che produce l’uno e l’altro prodotto collassi improvvisamente ed entrambe le cose diventino irreperibili, sinceramente non mi va di essere costretta a girare il mercato nero degli asciugamani – dev’essere un posto terribile, pieno di tipi poco raccomandabili).
Un membro quasiasi del mio esercito di alpaca. Sicuramente spenderò il mio primo stipendio in ufo-catcher, ma fino a quel momento ho bisogno della compagnia e della saggezza di uno dei capostipiti del mio fidato Consiglio di Alpaca.
No, generale, tu non puoi venire con me ):

No, generale, tu non puoi venire con me ):

Oh, dimenticavo: cose che mi permetteranno di entrare in Giappone.
Il passaporto (valido), il visto (da un anno e tre mesi, per intanto), soldi. Il biglietto aereo. Il permesso di lavorare part-time (okay posso entrare in Giappone anche senza, ma se non trovo un lavoro non so quanto posso rimanerci).

Ecco, bene o male questa è la versione 2014 della Lista. Vi lascio con un po’ di dati sparsi:
Oggi è lunedì 17 marzo.
La mia valigia si è chiusa per la prima volta ieri, domenica 16 marzo, alle 13:55.
Peso corrente della valigia: 26kg.
Chili che ho dovuto schiacciare sulla valigia per riuscire ad allacciare le cerniere: 70 (grazie, M.)
Tempo trascorso a fissare la valigia vuota con sguardo vacuo, non sapendo da dove iniziare: tra le 3 e le 5 ore.
Volte che riaprirò la valigia da qui a venerdì: tra le 10 e le 15.
Elementi della lista dello scorso anno che ho dimenticato di inserire in valigia: tra i 10 e i 15.
Vestiti che dovrò togliere dalla valigia per farci stare il resto: troppi.
Libri che toglierò dalla valigia per farci stare il resto: neanche mezzo, bitches.
Cose che sono disposta a sacrificare per far spazio a qualcosa di più utile: essenzialmente, la mia salute mentale.

E voi, qual è stata la valigia più complicata che vi siete mai trovati a preparare?
Fatemelo sapere in un commento o sulla pagina facebook di Tokyo ist Krieg!
Buona settimana a tutti e alla prossima (che sarà da Tokyo)!

Vivere nella metropoli: memorie della mia vecchia casa.

Venghino signori, venghino! Sono ancora disponibili alcuni biglietti per il treno dei sentimenti che sta per partire dal binario Tokyo ist Krieg, treno diretto a Shin-Nakano – il più dolce, amichevole e indimenticabile dei mini-quartieri che compongono la Metropoli. Incredibile quanti ricordi si affollino in una sola tessera dell’enorme puzzle che è Tokyo; in cinque mesi di studio, ansia, nuove amicizie, vita frenetica e vestiti colorati, ogni sera mi ritrovavo a riposare nella mia stanzetta di dieci metri quadri al numero 205 della Asahi Mansion Honkan. Ogni edificio a Tokyo ha un nome e il nostro è quello del sole che sorge. Sorge il sole e sorgiamo io e L., la mia compagna di avventure, catapultate a 900km/h a bordo di un Boeing 777-200 verso un mondo del tutto nuovo -un miscuglio tra Babele, l’Isola che non c’è e le città dove ognuna di noi ha vissuto i primi 20 anni della propria vita.

A Tokyo c’è sempre qualcosa di familiare. Il profumo di pane appena sfornato che ti accoglie ogni tanto a sorpresa (come i giapponesi ninja) e che ti ricorda la panetteria sotto casa tua, finché non leggi i prezzi e corri ad annusare i bento pronti nelle corsie dei konbini per non cadere in tentazione. Il tizio con cui incroci lo sguardo per mezzo secondo mentre attraversi l’incrocio di Shibuya, che ti sembra di aver già visto da qualche parte ma forse no.

Ecco, la signorina in basso sono io e poi c’è tutto il mondo che mi si schianta addosso.

E poi c’è il letto. Ci dormi due settimane e ovunque tu sia ti senti subito a casa. Per i più vagabondi basta anche qualche giorno. E non importa cosa dica la gente a riguardo, la casa non è dove è il cuore, la casa non è dove c’è Barilla, la casa è dove tu la sera ritorni e trovi il tuo letto ad accoglierti – senza chiederti com’è andata la giornata, senza pretendere di essere nutrito, senza pretendere nulla di nulla, in realtà. Lo senti solo tu e ti dice “Dai, anche oggi hai fatto un ottimo lavoro, vieni qui e non abbandonarmi fino a domani mattina”.

In Giappone solitamente si dorme sui futon, delle specie di trapunte abbastanza imbottite che si appoggiano direttamente sul pavimento e che durante il giorno si arrotolano in un angolo per salvare il già poco spazio di cui dispone l’essere umano medio che vive a Tokyo. Io e L. però siamo delle signore, quindi anche in terra straniera abbiamo potuto godere della relativa morbidezza di un letto all’occidentale. C’era anche un futon che abbiamo comprato appositamente per gli ospiti, che tra un utilizzo e l’altro veniva riposto sotto un letto in modo non del tutto igienico – se penso che i nativi stendono i loro lettini a prendere aria sul balcone più o meno ogni giorno, non mi stupisco che siano rimasti schifati più di una volta dal livello di pulizia in casa nostra in generale. Ma questa è un’altra storia.

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La mia stanza. Quando ho scattato questa foto avevo appena finito di disfare la valigia. Quel letto era un po’ traballante e ha avuto le gambe solo per un periodo abbastanza breve. Si è sfondato definitivamente una sera di maggio, e da allora ogni volta che mi muovevo anche solo impercettibilmente finivo col culo per terra. Le gambe sono state estirpate e messe in un angolo fino al giorno del check-out in cui magicamente tutto è tornato come prima (ringrazio il nostro agente immobiliare per non essersi seduto sul letto mentre decideva se ridarci o meno il nostro deposito). C’era una scrivania che era sempre piena di riviste, cosmetici, fotocopie e obiettivi della fotocamera e sulla quale non mi sono mai messa a studiare. Di fianco alla scrivania c’era una mini-cassettiera dove sono riuscita a far stare tutti i miei vestiti (pochi all’inizio, troppi alla fine). E alla fine c’è la famosa valigia ottanio, che ha trovato una gemella poco prima della partenza.

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C’era il condizionatore, e ce n’era uno nella stanza della mia compagna di viaggio. Siamo arrivate che non c’era nessun telecomando, e alla fine quelli dell’agenzia ce ne hanno portato uno. Ogni tanto senza volerlo accendevi e spegnevi quello della stanza accanto alla tua, ma anche a questo ci siamo abituate. L. non è una tipa da condizionatore, io sì – il problema era quando l’estate uscivo sul minuscolo balcone e quasi non riuscivo a respirare per il caldo che faceva, e allora rinunciavo all’idea di prendere quel poco di sole che batteva sui miei vetri tra le due e le quattro di pomeriggio e tornavo nei miei 10mq di freddo antartico.

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Mi affacciavo dal mio balcone e vedevo questo. Non è una vista spettacolare, non di quelle che ti aspetteresti vivendo in una metropoli del calibro di Tokyo, ma mi sono affezionata un po’ alla volta a quelle piantine che apparentemente nessuno annaffiava ma che in qualche modo non morivano mai, e mi sono affezionata alla luce in fondo a quel vicolo strettissimo che si accendeva ogni volta che qualcuno passava illuminando la mia stanza a giorno per qualche secondo tutte le notti. Una cosa a cui non mi sono affezionata per nulla invece erano le finestre dell’appartamento che davano dritto sulle stanze mia e di L., quelle che intravedete in alto a destra. La tenda era quasi sempre tirata, la luce era sempre accesa anche di notte, e ogni tanto si notavano dei movimenti come di qualcuno che rotolava verso il vetro muovendo le tende.

E questa è la scena che mi immaginavo. GRAZIE, Takashi Miike .

Insomma, per mesi ho immaginato che chi viveva in quell’appartamento fosse un serial killer che catturava le ragazze carine, le metteva in un sacco di juta e dopo aver spaventato le sue dirimpettaie (se così possiamo definirci) a morte facendo rotolare in giro le sue prigioniere per qualche notte le faceva a pezzi e le metteva in un congelatore. Capito? Questo è il motivo per cui non guardo film horror. Pensate che viaggi mi farei se solo ne guardassi.
Alla fine ho scoperto che si trattava solo di un guardone qualsiasi. Stava sbattendo il suo futon fuori dalla finestra e caso volle che io stessi girando in reggiseno per la mia stanza preparandomi per uscire. Vedendo che mi aveva vista, ho tirato le tende. Mi sono vestita, e poi mi sono ricordata che dovevo ritirare dal balcone i vestiti ormai asciutti che avevamo messo fuori a stendere. Appena ho tirato la tenda, la sua testina da quarantenne curioso era ancora lì, affacciata alla finestra a cercare di guardare dentro la mia stanza. È stato lui allora a ritirare la testa tipo tartaruga non appena ha incrociato il mio sguardo. Sono corsa da L. a raccontarle che sì, finalmente avevo visto il serial killer dell’appartamento di fronte, e le ho raccontato di quello strano nascondino che stavamo portando avanti da un po’. Abbiamo allora provato a dare un’altra occhiata e lui era ancora lì, con la testina fuori dal guscio a sondare il terreno – stavolta però eravamo in due e la sua ritirata è ancora più rapida. Non l’ho più visto da quel giorno. Ci manchi, serial killer della casa di fronte.

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In fondo alla strada, dove c’è quella casetta bianca, è dove dovevamo andare a buttare le immondizie. Raccolta differenziata severissima, tanto che due o tre volte ci siamo ritrovate davanti alla porta i sacchi con la spazzatura che avevamo gettato la sera prima, e che magari conteneva un volantino nei giorni della plastica o una bottiglia vuota nei giorni del combustibile. Chi è stato a fare la spia e a restituirci esattamente gli stessi sacchetti che avevamo buttato nell’oscurità e nell’anonimato? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Ma c’era un vecchietto che stava sempre seduto nel suo soggiorno proprio in quella casetta bianca, ed è proprio lui l’indiziato numero uno.

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La cucina. Una tv completa di videoregistratore, con soli nove canali uno più pessimo dell’altro. Il tavolo con due sedie in croce, tanto che se avevamo più di qualche ospite tiravamo le porte scorrevoli della mia stanza e qualcuno si sedeva sul bordo del letto. E poi il frigo, che col tempo è diventato territorio esclusivo di L. dato che a me bastavano i  bento pronti e qualche confezione di café au lait superzuccherato. E poi c’erano un congelatore sopra e un congelatore sotto (mai usato). Due fornelli, un lavandino e una finestrella per arieggiare ogni tanto, dalla quale spiavamo i vicini che passavano. La porta a destra dà su un breve corridoio dove c’era la lavatrice (che lavava solo con acqua fredda).

Insomma, era questa la mia casetta.
In uno dei prossimi post parlerò di come trovare casa a Tokyo, sperando che sia utile a qualcuno〜
またね!Alla prossima!

Dieci cose che dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi (terza e ultima parte):

…continua da qui.
Sono consapevole del fatto che per concludere questa trilogia sulle metropolitane giapponesi ci sto mettendo molto più di quanto ci abbia messo Tolkien per concludere la trilogia dell’Anello e per questo mi scuso profondamente. Vi anticipo, breaking news per chi ancora non lo sa, che a partire da marzo tornerò nella mia amata Tokyo per prepararmi e successivamente provare ad entrare a un Master in Japanese Language Education. Questo per dire che probabilmente una voltà lì riprenderò a sfornare articoli a un ritmo un tantino più serrato (e che ci vorrà mai, ora come ora butto fuori qualcosa ogni due mesi).
Negli articoli precedenti abbiamo parlato di come si trascorre il tempo nei treni giapponesi, che tipo di persone vi si trovano, fornito qualche dato pratico riguardo alle linee che scorrono sopra e sottoterra e via dicendo. In questo articolo affronteremo le ultime quattro delle dieci cose che dovreste sapere sulle metropolitane di Tokyo.

VII. Cosa non fare a bordo delle metropolitane: probabilmente alcuni di voi avranno già visto in internet quegli iconici cartelli gialli che vi informano (talvolta in modo discutibile) sui comportamenti che è preferibile non adottare mentre si viaggia in metro. Dal bere, allo scrollare l’ombrello bagnato, all’occupare due o più posti con le proprie borse, al parlare al telefono, le cose da non fare sono davvero tante. Qui sotto alcuni cartelli particolarmente significativi.

Per favore, fatelo a casa. Astieniti dal truccarti in metro.

Per favore, fatelo in spiaggia. Non tuffarti nel treno quando sta per partire, è pericoloso.

Per favore, fatelo a casa. Non assumere comportamenti da ubriachi sul treno (come se uno potesse deciderlo, poveretto).

Per favore, fatelo al bar. Niente sbevazzate nella metro!

Fallo nel tuo giardino (fingere di giocare a golf con l’ombrello bagnato. C’è davvero qualcuno che lo fa?)

VIII. I vagoni per sole donne. Non sono solo un mito, esistono davvero. Nei giorni feriali dall’inizio del servizio fino alle 9:30 l’ultimo vagone del treno sarà riservato alle donne, come non mancano di ricordarci i cartelli strategicamente posizionati di fronte alle porte e all’interno del vagone.

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A seconda delle linee, poi, le carrozze riservate alle donne possono essere riservate solo nel rush mattutino, dalla mattina fino alle 19 oppure dopo le 23. Ad ogni modo non mi pare di aver visto treni con carrozze permanentemente riservate alle donne. Questa misura è stata adottata per ridurre almeno in parte il fenomeno dei chikan, i palpeggiatori che numerosi (o così dicono) si aggirano per le metro approfittando della calca delle ore di punta per afferrare qualche sedere nel totale anonimato. Se qui in Italia un palpeggiatore riceverebbe come minimo due carrelli di schiaffi e altrettanti di parolacce da parte della maggior parte delle donne che lo colgano sul fatto, le donne giapponesi sono riluttanti per quanto riguarda l’urlare al maniaco o semplicemente l’alzare la voce chiedendo più o meno cortesemente di smetterla.
Un fatto curioso è che nonostante la scritta sui cartelli rosa indichi “sole donne”, le carrozze sono aperti anche ai ragazzini fino alle scuole medie e ai vecchietti. Più che un “sole donne” ci piazzerei un bel cartello “vietato l’accesso agli uomini lavoratori e a tutti i ragazzi che stanno vivendo la loro pubertà”. Ci sono tante cose che non capisco sul Giappone, e sicuramente le carrozze adibite a sole donne solo in alcune fasce orarie sono una di queste. Voi cosa ne pensate?

IX. Gli addetti alla metropolitana. In Giappone c’è un lavoro per tutti. Se avete bisogno di un’entrata extra, potreste ad esempio trovare lavoro come osservatore di palloncini o finto ospite ad un matrimonio. Oppure se ve la sentite potreste puntare alla carriera di censuratore di video per adulti. Se invece vi piacciono i treni e la ressa, se non vedete l’ora di sfoggiare con orgoglio la vostra nuova uniforme blu e se vi piace lavorare a cuor leggero senza responsabilità creative di alcun tipo, dovreste proprio inviare il curriculum a Tokyo Metro. Ci sono dei posti vacanti per:
quello che urla. Si mette di fianco al binario e urla. “Tra qualche minuto arriverà il treno. Sta per arrivare il treno. Ecco il treno. Questo è un treno veloce e ci sono dieci vagoni. Attenti al passo.” *uso del fischietto a random* “Non accalcatevi. Il treno sta per partire. Il treno è partito. Tra qualche minuto arriverà il treno.”… e la storia si ripete. Non so quanto durino i turni di questi poveri urlatori, ma spero non più di due ore e spero che che Tokyo Metro provveda ad offrire bevande calde e pastiglie per la gola all’inizio e alla fine di ogni giornata di lavoro.
quello che quando premi il pulsante dell’assistenza alle macchinette dei biglietti… 

la barriera umana. Il compito della barriera umana è mettersi ai piedi delle scale mobili, tra la corsia che sale e quella che scende, con le braccia aperte in parallelo alle scale alla mo’ di vigile urbano. Sembra inutile, vi starete dicendo. Beh, lo è. Penso che idealmente servirebbe a separare i flussi di persone che salgono e quelle che scendono, ma non è proprio a questo che servono le scale mobili? Come se non bastasse, ogni tanto questi addetti ci informano anche che “Questa è la scala che sale. Questa è la scala che scende.” 10L al servizio, come sopra.
quello che spinge. Ne abbiamo già parlato nello scorso articolo: è un duro lavoro ma qualcuno deve pure farlo.

– e poi ci sono quello che ti mette in regola quando sbagli a timbrare l’abbonamento elettronico, quello che ti dice qual è il modo più veloce per arrivare da qualche parte, quello che quando passi preme un pulsantino sul suo contapersone per vedere quanta gente passa dalle stazioni ogni giorno, quello che semplicemente ti osserva. C’è questo e c’è molto altro. E’ proprio vero, you have what you pay for. E forse in Giappone si paga anche troppo per avere troppi servizi inutili 

X. Gli otaku dei treni. Cos’è un otaku? Per farla breve, e non me ne vogliano chi ancora si scanna sulla differenza del significato del termine in Giappone e in Occidente, sulle connotazioni negli anni Novanta e sulle connotazioni oggi, l’otaku è qualcuno ossessionato da qualcosa. In Giappone sono molti gli otaku di anime e manga, gli otaku della fantascienza, gli otaku dei videogiochi. E sì, ci sono anche gli otaku dei treni. Sarebbe forse troppo semplice fare di tutta l’erba un fascio, perché anche qui gli interessi si dividono e ognuno degli appassionati dei treni ha la propria fissazione. Alcuni esempi:
l’otaku della musica dei treni. Ogni stazione ha la sua musica che indica che il treno è in partenza. Non sono altro che poche note, eppure c’è chi ne fa una ragione di vita. Di alcuni di essi sono stati eseguiti persino arrangiamenti orchestrali. Se a qualcuno dovesse interessare, qui sotto c’è il jingle della mia stazione. Che nostalgia!

quello che fotografa i treni, li filma e mette i video su youtube.
quello che ha tutti i modellini, li colleziona, ci spende i miliardi, li fa girare sulle piccole rotaie installate nel soggiorno di casa e rimane a guardarli soddisfatto.
quello che viaggia sui treni. Ma non perché deve andare da un posto all’altro. Semplicemente perché gli piace, e te lo credo. I giapponesi amano i loro treni, e gli italiani hanno Trenitalia.

Ho finalmente concluso anche la terza e ultima parte di queste dieci cose che ho pensato dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi. Forse andrete a raccontare qualcosa che avete letto ai vostri amici, forse un giorno verrete in Giappone per toccare con mano, forse siete solo felici perché sapete qualcosa in più di prima o forse avete scorso tutti e tre gli articoli annuendo annoiati e borbottando “questo lo sapevo già”. In tutti i casi grazie per seguirmi sempre nonostante le luuuuunghe, infinite pause. A presto!