È aprile e io ho l’ansia, o della mia introduzione al mondo dei creatori di videogiochi.

È aprile. Di già. Mi sembra ieri che stavo seduta ai tavolini esterni del baretto di piazza Duomo, incurante del freddo, a parlare del più e del meno con le mie amiche di una vita (Isa e Franci e Irene e Vale vi voglio benissimo e mi mancate ciao). Erano i primi di gennaio, e ora è già aprile inoltrato. Dall’altra parte del mondo è iniziato il caldo primaverile, tranne per qualche giornata fuori dal coro, ma è il vento perenne del mio quartiere che ogni giorno mi fa impazzire e desiderare di non aver mai provato a mettere piede fuori di casa. Ho già sacrificato a Nakano Central Park innumerevoli passate di mascara, diverse acconciature e qualche ombrello. La cosa divertente è che quando arriva il caldo vero, quello che fuori fanno quaranta grandi e vorresti girare con la faccia in un bidone di ghiaccio per riuscire a respirare senza sentirti bruciare i peli del naso, allora il vento smette. Grazie, vento, è stato bello averti con noi tra ottobre e aprile, ci vediamo l’anno prossimo. Se devo essere onesta, però, il vento mi preoccupa meno della metà di quanto mi preoccupino i prossimi anni della mia vita.


Partiamo dal fatto che ho lasciato l’Italia dieci mesi fa con l’idea di continuare con l’università e invece ora mi ritrovo in un istituto professionale a studiare come si fanno i videogiochi. Se non mi conoscessi potrei rileggere questa frase dieci, venti volte e comunque non trovarci un senso. Di solito queste cose vanno al contrario, uno inizia che vuole fare il cantante/veterinario/astronauta/videogiocatore professionista e poi la vita lo smonta così tante volte da convincerlo a iscriversi a un’università, finire la triennale, iscriversi a una specialistica, prendere un master eccetera eccetera. Io vengo su al contrario, tipo Benjamin Button o gli inglesi, e a ventitreanniquasiventiquattro decido di prendere la via dei videogiochi. Non è mai troppo tardi per i videogiochi.

Nel post di oggi parlerò un po’ della mia introduzione alla Tokyo Designer Gakuin seguendo una timeline che va da novembre fino a oggi, 17 aprile.

Novembre – Marzo
Dopo aver superato colloqui (“come ti vedi in futuro, e quanti soldi ha la tua famiglia?”) e test scritti (“quanti soldi ha la tua famiglia, e come ti vedi in futuro?”), sono iniziate le lezioni della pre-school. Una domenica al mese per incontrarsi con gli altri futuri studenti e simulare le lezioni che inizieranno poi da metà aprile. L’obiettivo della pre-school del dipartimento di videogiochi (lo so, suona un sacco poco serio, appena un gradino sopra a “Facoltà di Scienze delle Merendine”) era il seguente: mettere assieme futuri game planner, game programmer, character designer e artisti 3D puntando puntando a produrre una mini-visual novel a finali multipli (due, in realtà). Detta così sembra una cosa divertente, e invece prevedibilmente qualcosa è andato storto. Dico prevedibilmente perché… provate a pensarci: i futuri game planner, game programmer, character designer e artisti 3D di cui sopra sono tutti a. freschi di liceo e ignari che al mondo esista gente non giapponese oppure b. cinesi che fanno branco e se ne sbattono altamente di cosa stia succedendo attorno a loro. E poi c’ero io, l’unica occidentale tra un centinaio di occhi a mandorla, coi capelli rossi e i dilatatori alle orecchie e i tacchi che mi fanno raggiungere la discreta altezza di un metro e sessantasette. Se non fa paura tutto questo, non so cos’altro potrebbe. Formato il gruppo, la trama su cui abbiamo concordato era semplice: finale del torneo di baseball del liceo, l’eroe invoca la protezione di un talismano che lo fa trasformare in una maghetta (lo so, lo so). L’aura della maghetta fa trasformare il lanciatore avversario in un demone e i due si scontrano. Fine. “E i due finali?”, vi chiederete voi. I membri del gruppo non-character-designer ( tre su sette) hanno deciso che non servivano. Anche se è una visual novel. Anche se ci è stato detto di usare i finali multipli. Ogni obiezione è stata soppressa. Visto che i il numero dei personaggi era uguale a quello dei character designer (quattro), abbiamo deciso di disegnarne uno a testa. Una ragazza cinese, che però è in Giappone da diversi anni e che per tutto il meeting ha continuato a ripetere “Se non sapete fare qualcosa lasciate fare a me che tanto so fare bene tutto” è stata la prima ad alzare la mano, prenotandosi per disegnare la maghetta e lasciando gli altri a disegnare le cose più complicate. “Se non sapete disegnare qualcosa lo faccio io, so disegnare tutto”. Okay. Tutto questo è successo durante la prima lezione. Tanto per dire, il mese dopo eravamo in tre. Io, il game planner e l’artista 3D. Nemmeno un programmatore. Visto che la volta precedente nessuno aveva avuto la premura di condividere il proprio lavoro nella cartella apposita del computer, mi è stato chiesto di disegnare tutti e quattro personaggi, “tanto quanto ci metti? Mezz’ora per personaggio?” Saltando brutalmente alle conclusioni, apprezzo molto l’idea di organizzare una pre-school per fare abituare le persone a lavorare in gruppo. Il problema è che nessuno di noi aveva la minima idea di cosa stava facendo e, soprattutto, di come andava fatto.

11 Aprile
Saltiamo avanti di un altro mese. La scuola promette di spedirci a casa i materiali didattici tra il 10 e il 12 aprile e l’11 mattina, puntualissimo, suona il postino.

Un pacchettino piccolino. E sì, ho i capelli lilla.

Un pacchettino piccolino. E sì, ho i capelli lilla.

Diciamo che come materiali li ho trovati un po’ scarsini (soprattutto vista la mancanza di libri di testo – sono parecchio scettica a riguardo ma vediamo come va), ma mi sono emozionata tantissimo per la cartellina formato B3 che è tipo la versione dandy e intellettuale di quelle cartellone sfigatissime bianche che ci portavamo dietro alle medie quando c’era arte.
Oltre a quella, ho ricevuto un blocco per gli schizzi sempre in formato B3, una riga, un set di 12 matite normali e uno da 24 acquarellabili, un taglierino con cui fare a pezzi i miei nemici, una clip per appendere i loro resti alle pareti e una penna supermegaspecialissima per la tavoletta grafica (che devo ancora capire in cosa differisca dalla penna che già ho ma oh, i materiali erano obbligatori e magari scoprirò che è una figatissima, boh).

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14 aprile
Giorno della cerimonia di apertura. Qui funziona che quando entri in una scuola nuova devi presentarti tutto impomatato e incravattato in un auditorium/sala conferenze/hall a caso per farti dare il benvenuto dal preside, il corpo docenti al completo, il sindaco, gente a caso laureatasi decenni prima in quella stessa scuola che ora fa i soldoni e che vuole dimostrarti come anche tu possa fare carriera e diventare un pezzo grosso dell’industria della carta pur avendo un diploma in inserire corso a caso, e tanti tanti senpai.
Ah, e poi ci si fa le foto. Tantissime foto, soprattutto se sei giapponese e se stai entrando nella tua nuova scuola con qualcuno dei tuoi vecchi compagni di liceo. Siccome non volevo essere da meno anche io mi sono fatta fare una foto, però da sola perché non ho amici.

Sembro quasi una persona seria.

Sembro quasi una persona seria.

15 aprile
Orientation. Quest’anno di iscritti al dipartimento di videogames siamo in 107, di cui circa un quarto sono cinesi stranieri. Ci hanno consegnato finalmente l’orario e ho appreso che su cinque giorni ne ho due pieni e tre mezze giornate. Giovedì ho solo il pomeriggio. Ho gioito. Vorrei scrivere le materie che andrò a studiare nello specifico, ma non saprei tradurre i nomi in italiano. Vi basti sapere che per questo primo semestre studierò sia le basi del disegno (su carta e digitale) che alcuni elementi di grafica 3D, oltre a frequentare seminari sulla teoria del videogioco/ricerche recenti in campo videoludico/teorie di marketing/presentazioni aziendali e altra bella robbba. Also, uno degli eventi annuali segnati nel calendario accademico è il Tokyo Game Show, il primo anno come spettatori e il secondo come espositori. Sono gasatissima.

16 aprile
Class meeting, Come c’era da aspettarsi in una scuola del genere, la mia classe è piena di disagiati (ma d’altra parte se non hanno dei problemi noi non li vogliamo). Siamo circa in 25, di cui la metà cinesi stranieri, e tutto sommato mi va anche bene. Mi sento vecchia perché i giapponesi solitamente iniziano a frequentare questo tipo di scuola a 18 anni, appena finito il liceo, e ciò significa che sono ancora tutti minorenni. Dall’altro lato il mio insegnante responsabile è un manzo asiatico individuo parecchio interessante che chissà come è passato dal dipartimento di architectural design a quello di videogame (crisi di mezza età?). Tra i compagni degni di nota, comunque, spiccano un tenero giapponese balbuziente, una ragazza cinese di 27 anni che prima di venire qui faceva la tatuatrice nella periferia di Pechino (siamo già migliori amiche forever), un ragazzo di Hong Kong che si fa chiamare Charles, quattro ragazze giapponesi che non distinguo l’una dall’altra e sfiga ha voluto che mi capitasse anche la ragazza cinese residente da lungo tempo in Giappone di cui vi parlavo sopra. Quella che “ragazzi, se non sapete fare qualcosa tranquilli che io so fare tutto”. Già. Ah, e c’è un altro ragazzo taiwanese che durante il giro di presentazioni, mentre tutti nominavamo videogiochi o anime preferiti, ha pensato di includere la storia di quella volta in cui ha pescato con suo zio un tonno lungo un metro. Hm.
Spero vivamente che il collante della classe non consista solo di passioni in comune, altrimenti visto il mio schifo per tutto ciò che è animazione che non mi ricordi la mia infanzia mi considero già tagliata fuori. Durante le presentazioni, ogni volta che qualcuno diceva “Il mio anime preferito è inserirenomeanime“, dai banchi si levava un disgustoso coro di “ooooh” e “aaaaah” e gridolini fastidiosamente eccitati, mentre io nella mia ignoranza pregavo che qualcuno prima o poi dicesse “a me non piacciono gli anime, preferisco le serie tv americane”. Ma non l’ha detto nessuno.

L’unico Charles della mia vita.

17 aprile
Oggi. La mattinata è trascorsa a imparare come farsi un account su Gmail (e, per la cronaca, con questo ho creato il mio quinto indirizzo e-mail, posso farmi un sacco di profili falsi ovunque), mentre nel pomeriggio abbiamo iniziato un lavoro di gruppo che si protrarrà fino a martedì, il cui obiettivo è disegnare una mappa dei dintorni della scuola che sia interessante e artisticamente piacevole. La mappa in realtà può avere come tema qualsiasi cosa, ma la parola chiave è – notate bene“interessante”. Riunito il gruppo, constatato oltre a me tutti gli altri sono tutti cinesi e finito il round di presentazioni arriva il momento di decidere il tema. Brainstorming! Cosa potremmo mai scegliere per rendere la nostra mappa unica, interessante e stimolante? Subito arrivano i consigli migliori in tutta la storia dei consigli. “Facciamo una mappa dei parcheggi”. “No, una delle stazioni del treno”. “Macchè, facciamone una con i ristoranti cinesi”.

Terrorizzata dall’idea di dover girare tutto il pomeriggio a cercare e mappare parcheggi (seriamente? parcheggi?) ho proposto di lavorare invece sui locali a tema di Akihabara, che si trova ad appena un quarto d’ora a piedi dalla scuola. Fortunatamente l’idea ha avuto un riscontro positivo, e abbiamo deciso di partircene alla volta della città elettrica alla ricerca di bar, ristoranti e caffetterie carine.
To be continued…

Insomma, questi sono stati i miei primi giorni di scuola. Sicuramente i prossimi due anni saranno pieni di esperienze pazzesche, sono veramente curiosa di vedere come andrà quando le lezioni cominceranno effettivamente.

Grazie per essere rimasti con me per quasi 2000 parole, vi lascio con alcune domande: da piccole/i preferivate Charles/Kamura o Eric/Hayama? Fa caldo in Italia? Chi volete sul trono di spade?

Alla prossima!

Non sono morta, aggiornamenti, cose, altre cose.

L’ultimo articolo di questo blog risale al 20 maggio. L’ultimo post sulla pagina Facebook risale all’11 giugno.
Vi chiederete che scuse io abbia per aver abbandonato WordPress per così tanto tempo. Vorrei tanto dirvi che sono a Tokyo, eh, cosa vi aspettate, cioè a Tokyo c’è un sacco da fare, mica ho tempo per aggiornare sempre il blog! Invece stavo facendo questo.

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Scherzo, dai. È che da inizio maggio a inizio agosto ho lavorato part-time, e il passare cinque ore al giorno tra le mie adorabili colleghe giapponesi che mi sfottevano perché andavo a vendere scarpe fighelle in Vans mi ha prosciugato tutta la voglia di vivere. Mi dispiace ma non ho abbastanza punti esperienza per sbloccare l’abilità “portare un tacco 12 per più di 15 minuti”.

In questi mesi è successo molto e molto poco, allo stesso tempo. Vivo sempre allo stesso modo, nella stessa casa, con le stesse persone. Frequento sempre la stessa scuola, facendo sempre lo stesso lavoro (fino ad agosto, almeno), mangiando sempre le stesse cose.

Ho avuto un po’ di tempo per pensare a cosa voglio fare della mia vita e ho deciso di voler rimanere qui, nel bene e nel male, ancora per qualche tempo. Sono venuta a Tokyo con l’idea di proseguire il mio percorso universitario, iscrivendomi a una laurea magistrale (大学院, daigakuin) per ricercare in lungo e in largo il metodo migliore per insegnare il giapponese agli italiani. Ho pensato di volerlo fare per tutta la durata della laurea triennale a Venezia e per i primi mesi di quest’anno. La magia è sparita. Non ho voglia di fare ricerca, non ho voglia di sbattermi altri due anni in un’università dove di fatto non ti insegnano nulla di nuovo e ti spronano solamente a ricercare e pubblicare cose. Non ho voglia di provare e fallire, magari vedendo mia tesi finale scomparire nel mare delle altre tesi uguali, come succede in triennale. Non ho voglia di studiare altri due anni e trovarmi al punto di partenza, con due lauree alle spalle e nessun lavoro all’orizzonte.
“Ebbasta Anna che sega che sei abbiamo capito che non c’hai voglia, taglia corto dai!”
Allora ho pensato, “cos’è che mi piace fare?”. A me piace disegnare, mi piacciono i videogiochi, mi piacciono le cose belle e mi piace parlare in giapponese. Se in Italia avessi detto questa cosa a qualcuno probabilmente quel qualcuno mi avrebbe guardata con tanta compassione, mi avrebbe dato una pacca sulla spalla e mi avrebbe detto qualcosa del tipo “suvvia Anna, basta sognare. Hai pensato invece di andare a lavorare come cameriera in Inghilterra? Oppure mandare un curriculum alla Coop vicino a casa?”
Invece sono in Giappone, la terra dove i ricci sono animali domestici e dove i sogni si realizzano (sì, le due cose sono strettamente collegate), e dove lavorare nel mondo dei videogiochi è possibile.

Ho deciso di iscrivermi alla Tokyo Designer Gakuin, una senmon gakko (scuola di specializzazione) che ha consacrato all’arte gente del calibro di Susumu Hirasawa e basta essenzialmente, but still che si presenta con un’offerta formativa enorme e variegatissima.
Una roba così

Una roba così

Dopo aver frequentato diversi open day, dopo aver parlato con diversi insegnanti/senpai/consulenti e dopo aver ottenuto l’approvazione di mamma e papà (vvb) ho deciso di presentare la domanda d’iscrizione al dipartimento di Game Creator, indirizzo Game Character Design.
Sono stata sottoposta ad un colloquio preventivo, dove testavano il mio essere me stessa, la mia voglia di pormi delle sfide e la mia capacità di emozionarmi (?). Insomma, pare che ad emozionarmi io sia molto brava perché il colloquio è passato liscio liscio in dieci minuti, concludendoci con “ottimo, puoi iniziare a portarci i documenti necessari”.
Sono tuttora nella fase dei documenti necessari. Tra fotocopie di tutti i documenti d’identità che ho, certificazioni sanitarie linguistiche anagrafiche, libretti bancari mio, dei miei, del mio riccio e della figlia dell’allenatore di calcio di mio cuggino, fototessere scansioni firme e chi più ne ha più ne metta, giuro che non ne vengo più fuori. Fortuna che ho ancora tre settimane per raccattare il tutto e consegnarlo. Esperare che il suddetto tutto sia sufficiente per farmi avanzare allo step successivo, quello del test d’ingresso (eh, era troppo facile sennò). Se supero anche quello, da aprile sarò ufficialmente enrolled per due anni, alla fine dei quali ti promettono un tasso di occupazione del 92% entro i primi sei mesi. Quasi come a Ca Foscari.

Passando a cose più serie, come forse avrete capito ho un riccio di nome Sherlock.

CARINO

MA QUANTO

SEI

SEI

MA QUANTO

CARINO

E voi come state, amici? Cosa avete fatto in tutti questi lunghissimi mesi?
A presto ❤