Una vita in 30kg, o di come preparare una valigia senza troppi sbatti.

Come forse tutti sapranno (e se non lo sapete, sappiatelo), Tokyo ist Krieg se ne ritorna a Tokyo a partire dal 21 marzo. E non ci rimarrà cinque miseri mesi come lo scorso anno. Se ne andrà per restarci.
Sono nel pieno della quarta fase, quella della negoziazione della partenza, e questo significa solo una cosa: è arrivato il momento di preparare la valigia. Meglio prendersi con un po’ d’anticipo, questa volta. Se l’anno scorso mi apprestavo a partire con Alitalia e la sua modesta franchigia da 23kg, quest’anno Emirates mi permetterà di dare il meglio di me e di mettermi alla prova cercando di inserire nella mia Valigia Ottanio i 30kg più significativi della mia vita da continua esule.
È dalla fine del liceo che, per un motivo o per l’altro, viaggio. Non penso di avere una vita particolarmente movimentata, ma lo spostamento fuori sede causa università e il conseguente trasferimento a Tokyo per gli ultimi cinque mesi del terzo anno (nonché la conversazione provvidenziale con un’amica, M.) mi hanno fatto capire che per noi orientalisti è indispensabile una mentalità essenzialmente apolide. Trovo che l’allungarsi innaturalmente verso il cosmopolitismo sia un’azione inutilmente faticosa e sopravvalutata. Io non mi sento cittadina del mondo, anzi. Non mi sento cittadina di nessun luogo e questo mi rende libera e svolazzante come una falena felice (e sì, dai, ci siete arrivati da soli, i vari angoli del mondo sono i miei lampioni).

Dicevamo, mi ritrovo ora nella condizione di dover selezionare i 30kg più importanti della mia vita per poi portarli con me dall’altra parte del mondo. Sarà necessaria una dose non indifferente di tenacia e abilità nella gestione degli spazi, perché l’anno scorso di chili me ne sono portata molti di meno e comunque mi sono dovuta sedere sulla valigia per riuscire a chiuderla.

Prima di mettersi nell’ordine di idee che è ora di alzare il culo e iniziare a impacchettare roba è bene assicurarsi di:
1. Essere rilassati e non avere altri pensieri. E questo implica il prendersi con un po’ di anticipo (nel mio caso una settimana, più o meno), per aver tempo di rimediare a eventuali mancanze e di disfare e ricostruire il vostro capolavoro tante volte quante la bilancia ve ne ordinerà.
2. Non farsi prendere dal panico: se dimenticate qualcosa c’è una buona probabilità che la vendano anche nel posto dove state andando. Corollario: ricordatevi che comprare passaporti o altri documenti d’identità nel paese di destinazione è illegale e perseguibile dalla legge. Cercate almeno di ricordarvi i vostri documenti, su.
3. Aprite la valigia, spalmatela sul pavimento della vostra stanza e chiudetevici dentro. No, non nella valigia. Nella stanza. Imponetevi di non uscirne finché non avrete completato almeno il primo ciclo di riempimento. Per aiutarvi nello scopo mettete della musica convincente e portatevi cibo e acqua.

La chiave per una valigia perfetta è il suo scheletro: non parlo solo dello scheletro fisico della valigia vera e propria, quello che eviterà che alla prima caduta da due metri d’altezza (solo Dio sa che cosa combinano oltre il buco nero alla fine dei rulli del check in) il vostro bagaglio ESPLODA, seminando tutto il contenuto sulle valigie degli altri ignari passeggeri. Sto parlando della gloriosa, indispensabile lista – la prima cosa a cui dovreste pensare nel momento in cui prenotate il vostro biglietto aereo.
Ho ancora salvata nel computer quella che avevo scritto l’anno scorso (e magicamente ero riuscita a non dimenticare nulla che fosse di vitale importanza), ma quest’anno ho deciso di riprovarci andando per categorie o campi semantici, nell’ordine in cui ve li descriverò qui sotto.
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Tutto comincia così.

La prima cosa in assoluto che mi viene in mente se penso a un bagaglio è l’elettronica.
I preziosi attrezzi elettronici di cui sono avida non possono mancare – pena il rimorso eterno. Ho diviso questa prima categoria in due sottocategorie:
a. cose che mi permettono di stare in contatto col mondo: il computer, con cui scriverò articoli noiosi nelle caffetterie, telefonerò ai miei, aggiornerò il blog, perderò ore su Facebook invece di uscire e farmi una vita. Il telefono, con la sim che mi servirà solo per (spero) le prime ore: quando mi stabilizzerò un attimo mi comprerò una sim dati da poter usare fuori casa; l’anno scorso non ne avevo una e vi assicuro che per noi ormai abituati a tutte le comodità dello smartphone uscire a fare due passi coscienti di non avere con sé internet è un vero e proprio incubo.
b. cose che mi permettono di stare in contatto con me stessa: il Nintendo 3DS che ha il blocco regionale e che quindi non posso utilizzare con i giochi giapponesi – quindi verranno con me anche Pokemon X, Fire Emblem Awakening, il Professor Layton e l’Eredità degli Aslant, eccetera eccetera. Verrà con me la PSP che invece non ha il blocco regionale, con FF Tactics e magari Monster Hunter. Il Kindle, che devo riempire di roba (ogni volta mi riprometto che in aereo leggerò un po’, mentre finisco sempre per trascorrere l’intero viaggio tentando di dormire con scarso successo). La fotocamera, con due obiettivi per sopperire a ogni necessità. L’iPod, indispensabile.

Seconda categoria: cose che mi permettono di urlare al mondo che sì, sono italiana.
Una moka, un pacchetto di caffè buono e ODDIO NON DIMENTICATELO MAI, l’adattatore per il gas (quello di metallo a croce per intenderci, ha un nome proprio? Non lo so). L’anno scorso me l’ero dimenticata e ho dovuto cercarlo non poco, trovandolo poi in un negozio specializzato in roba pretenziosa da cucina e pagandolo sui 15 euro (1,30€, nel negozio giù in città a Trento). Magari del peperoncino. Magari un barattolo di Nutella (per stare lontana dal Food Show quanto più possibile, si sa che poi va a finire malissimo).

Cose che mi permetteranno di studiare un po’ di giapponese.
Un sacco di libri che avevo comperato l’anno scorso e riportato in Italia. Libri preparatori per il JLPT N1 (che non ho passato a dicembre per una manciata di punti, sciocca me procrastinatrice), i miei amatissimi libri di grammatica giapponese Makino-Tsutsui, tre libri di Murakami Ryuu letti a metà e lasciati da parte per troppo tempo (vi ricordate la parola tsundoku?). Oh e il dizionario elettronico, che altrimenti non riesco nemmeno ad andare a fare la spesa. Compro raramente cose che non so cosa siano, e dato che al secondo anno abbiamo saltato a pié pari l’unità didattica sulla cucina e sul cibo non ho nemmeno idea di come si dica “spinacio”, per dire.
...merda.

…merda.

Cose che mi permetteranno di mantenere un certo decoro.
Vestiti: non troppi, perché Tokyo è la mecca dell’abbigliamento e so che per quante cose mi porti dietro poi finirei per rivendere tutto in qualche MODE OFF, come l’anno scorso. Era agosto e non mi entrava più nulla in valigia, quindi ho rivenduto circa una ventina di capi d’abbigliamento tra abiti, scarpe, magliette eccetera. Ci ho ricavato ben 440yen, tre euro e mezzo. Ci ho comprato una bandana blu (e guadagnato indescrivibilmente in peso).
Ricordarsi di non dimenticare un completo da colloquio di lavoro. Rigorosamente giacca e pantalone neri E camicia bianca OPPURE tailleur nero E camicia bianca. Provo il mio nuovo completo nel camerino del negozio e mi sento incredibilmente vecchia e incredibilmente stanca.
Scarpe: sicuramente le mie Doc Martens. Un paio di ballerine. Le Lita per trovare sempre un momento di disagio: già sono alta per gli standard giapponesi, poi quando con queste scarpe arrivo a più di 170cm posso guardare il mondo dall’alto tipo Torre Eiffel, ed ergermi sopra la folla e sopra le ascelle nella metropolitana. Non male.
Cosmetici. Promemoria per me stessa: comprare due mascara uguali a quello che ho ora, perché quelli giapponesi sono per chi non ha le ciglia e quindi non vanno una bega.
Uno specchietto.
La pinzetta per le sopracciglia.
L’epilatore della Sunsilk.
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Cose belle che come tutte le cose belle prima o poi finiscono.
Gli assorbenti, di cui ho parlato sufficientemente nello scorso articolo.
Tinte per capelli, che a Tokyo non ne ho mai trovate come piacevano a me.

Cose che mi permetteranno di rimanere viva.
Medicinali. Una borsa piena zeppa di medicinali.
L’adattatore della corrente. Mi permetterà di rimanere viva, sì, riuscite a immaginare arrivare lì, appoggiare il culo sul letto e rendersi conto di non avere dove collegare i propri attrezzi elettronici? Oh, the horror.

Cose che troverò sicuramente il modo di utilizzare.
Degli asciugamani e delle lenzuola (metti che l’industria giapponese che produce l’uno e l’altro prodotto collassi improvvisamente ed entrambe le cose diventino irreperibili, sinceramente non mi va di essere costretta a girare il mercato nero degli asciugamani – dev’essere un posto terribile, pieno di tipi poco raccomandabili).
Un membro quasiasi del mio esercito di alpaca. Sicuramente spenderò il mio primo stipendio in ufo-catcher, ma fino a quel momento ho bisogno della compagnia e della saggezza di uno dei capostipiti del mio fidato Consiglio di Alpaca.
No, generale, tu non puoi venire con me ):

No, generale, tu non puoi venire con me ):

Oh, dimenticavo: cose che mi permetteranno di entrare in Giappone.
Il passaporto (valido), il visto (da un anno e tre mesi, per intanto), soldi. Il biglietto aereo. Il permesso di lavorare part-time (okay posso entrare in Giappone anche senza, ma se non trovo un lavoro non so quanto posso rimanerci).

Ecco, bene o male questa è la versione 2014 della Lista. Vi lascio con un po’ di dati sparsi:
Oggi è lunedì 17 marzo.
La mia valigia si è chiusa per la prima volta ieri, domenica 16 marzo, alle 13:55.
Peso corrente della valigia: 26kg.
Chili che ho dovuto schiacciare sulla valigia per riuscire ad allacciare le cerniere: 70 (grazie, M.)
Tempo trascorso a fissare la valigia vuota con sguardo vacuo, non sapendo da dove iniziare: tra le 3 e le 5 ore.
Volte che riaprirò la valigia da qui a venerdì: tra le 10 e le 15.
Elementi della lista dello scorso anno che ho dimenticato di inserire in valigia: tra i 10 e i 15.
Vestiti che dovrò togliere dalla valigia per farci stare il resto: troppi.
Libri che toglierò dalla valigia per farci stare il resto: neanche mezzo, bitches.
Cose che sono disposta a sacrificare per far spazio a qualcosa di più utile: essenzialmente, la mia salute mentale.

E voi, qual è stata la valigia più complicata che vi siete mai trovati a preparare?
Fatemelo sapere in un commento o sulla pagina facebook di Tokyo ist Krieg!
Buona settimana a tutti e alla prossima (che sarà da Tokyo)!
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“おかえりなさい!” , o delle prime ore in terra straniera

Volo alle 14:35, pronti all’aeroporto quasi tre ore prima: ordinaria amministrazione per la sottoscritta, che si ritrova all’aeroporto di Milano Malpensa con la sua Valigia Ottanio pronta per essere imbarcata. Ci si guarda attorno e il banco del check-in non può che essere quello dove non si vedono che occhi a mandorla. Il tempo tra l’imbarco del bagaglio ed il mio imbarco scorre abbastanza velocemente e senza intoppi di alcun genere.
Alle 13:50, giapponesamente puntuali, saliamo sull’aereo Alitalia che sorprendentemente parte con qualche minuto di anticipo.
C’è però una cosa che noto fin da subito, e che sarebbe difficile effettivamente non notare: il mio posto finestrino, prenotato accuratamente cinque mesi prima, non ha un finestrino.

La vista dal mio posto-finestrino. Lo so, toglie il fiato

Ma pazienza, lasciamo correre, con un po’ di esercizio riesco anche a spiare fuori dal finestrino del posto dietro di me, che ovviamente si trova sopra l’ala e che quindi mi permette solamente di vedere la maestosa scritta verde della compagnia aerea che, se potesse, mi starebbe già sfottendo a morte. Niente foto artisticamente acute quindi, non per oggi.

Le prime due ore passano praticamente senza che me ne accorga, complici un po’ di musica, l’inizio di un film italiano (dopo poco abbandonato) e il tempo passato a gonfiare il provvidenziale cuscino di Muji, comprato nonostante la mia avversione per questo brand-non brand. Il pranzo (o cena? preferisco la seconda, visto che subito dopo tutti a nanna) mi ha piacevolmente stupita. Potendo scegliere tra il menù giapponese e quello italiano ho optato per il primo e ta-dah, uno spettacolare pollo cotto non-so-come accompagnato da riso bianco, qualche verdurina amichevole e del salmone affumicato che faceva la sua porca figura.

La dignitosa cena offertaci da Alitalia.

La dignitosa cena offertaci da Alitalia.

Come potete notare, era tutto molto buono.

Come potete notare, era tutto molto buono.

Dopo il pasto sale l’abbiocco, e coadiuvata dalle gocce soporifere che non si sa bene se segnare o no sotto “narcotici” nella dichiarazione per la dogana, riesco pian piano ad addormentarmi. O almeno, ad assopirmi. Sto nel dormiveglia travagliato e costellato di sogni lucidi più o meno inquietanti fino a che, finalmente, non riesco a prendere sonno definitivamente. Ad un certo punto apro gli occhi e quello che mi trovo davanti è questo:

Ciao Alb! Ciao Cristina!

Ciao Alb! Ciao Cristina!

Pazzesco, non pensavo che un viaggio all’apparenza interminabile (ricordo: 12 ore e mezzo) sarebbe passato così velocemente. E niente, Alitalia annuncia che stiamo arrivando in anticipo (ma quando mai?), e alle 10:40 di un tiepido e ventoso giovedì mattina giungiamo finalmente all’Aeroporto Internazionale di Narita.

Riassumiamolo:

– Cose che sì: la vasta scelta di film disponibili (di cui non ne ho guardato nemmeno uno perché ero troppo impegnata a cercare di addormentarmi); il cuscino poggiatesta di Muji, grazie al quale sono effettivamente riuscita ad addormentarmi; i tappi per le orecchie gentilmente prestatimi dal moroso, non potrò più farne a meno; il pollo servitoci a pranzo, davvero niente male; una specie di radiatore sotto il sedile davanti che dapprima trovavo fastidioso perché non riuscivo ad accomodare bene i piedi, e che poi ho scoperto essere una manna dal cielo perché riscaldava ed insomma è stato bellissimo.
– Cose che no: il posto finestrino senza finestrino, la nausea all’atterraggio.

Il cartello di benvenuto trasuda giapponesità da tutti i cartacei pori.

Il cartello di benvenuto trasuda giapponesità da tutti i cartacei pori. La scritta in rosso (おかえりなさい, okaerinasai) significa più o meno “Bentornato a casa”. Tanto amore.

Già a pochi minuti dall’atterraggio inizio tra me e me a sfatare i più popolari miti che riguardano il Giappone, tanto cari a noi occidentali quando facciamo paragoni con la nostra società insipida, insubordinata e maleducata. Mi dedicherò brevemente ad illustrare la situazione, ma premetto che parlo da appena arrivata e che le mie parole non sono legge (c’è scritto anche nel disclaimer in fondo al blog), che ovviamente ci saranno delle eccezioni eccetera.

Mito number one: i giapponesi sono educatissimi. Arrivo al banco dove consegnare il proprio passaporto assieme al visto per ottenere la alien registration card (una tessera che durante la permanenza in Giappone fungerà da documento identificativo), e mi trovo davanti il classico impiegato in giacca, cravatta e mascherina chirurgica, evidentemente scazzatissimo ed evidentemente molto infastidito dal fatto di dover ripetere una frase più volte (una in modalità Boeing777 e l’altra in modalità trattore del nonno, per interderci) affinché io potessi capire ed evitare di scrivere/fare castronerie. Prende i miei moduli ed i miei documenti, prende le impronte digitali, scatta una fotografia: il tutto inframezzato da lamenti che neanche Peter Griffin, vari いや (“iya”, cioè qualcosa di simile ad un “no” ma con una sfumatura di “oh no, che palle”) carichi di disappunto che non sapevo se fossero dovuti a me o al suo essersi alzato con il piede sbagliato, testa inclinata a destra ed altre cose che non facevano presagire nulla di buono. Morale della storia, prima che potessi rendermene conto mi sono ritrovata circondata da tre giapponesi diversi che prendevano in mano le mie carte scrutandole, cercando di dare un’interpretazione convincente all’impiegato con la mascherina e spiegandogli come fare il proprio lavoro. Sono anche stata invitata da uno di essi ad accomodarmi in un’inquietante stanzetta simile a quelle dove fanno esplodere i bagagli sospetti, dove ho aspettato per venti minuti che riuscissero a risolvere la cosa (che poi, che cosa?). Alla fine, dopo un’ora abbondante dall’atterraggio e dopo essere state accolte da un’affabile impiegata giapponese nella sala del ritiro bagagli che ci chiedeva se fossero nostre quelle valigie che giravano sul nastro da mezzora, io e la mia compagna di viaggio siamo riuscite ad incontrare Ms. M., la dolce addetta dell’università dove andremo a studiare, che da almeno un’ora aspettava con le sue scarpe col mezzo tacco scomodo e il bicchierone di Starbucks in mano (immagino sia una specie di fashion item anche qui, ma non ne sono ancora sicura).

Mito number two: i giapponesi sono pulitissimi e ordinatissimi. No! Non lo sono! Tralasciando l’organizzazione architettonica e l’aspetto estetico delle vie, dei negozi e via dicendo di cui magari parlerò più approfonditamente in un prossimo post (quando avrò anche più fonti su cui basarmi), appena abbiamo raggiunto il nostro appartamento preso in affitto a caro prezzo ci siamo accorte di una cosa. Puzzava da morire. Non do ovviamente la colpa al popolo giapponese di questo, anche perché a quanto pare l’agenzia è gestita da stranieri, ma comunque: puzza e lerciume ovunque. Abbiamo dovuto organizzare una spedizione punitiva allo 百円ショップ (“Hyakuen shop”, corrispondono circa ai nostri “Tutto a 1€”, ma con molta più scelta), spendendo all’incirca una trentina di euro solo in prodotti di pulizia. Fate un po’ il conto. Non so quanto tempo ci vorrà perché il cattivo odore se ne vada del tutto, ma quando rientreremo finalmente in casa e la prima frase che uscirà dalla bocca di una delle due non sarà “che puzza”, sapremo che ce l’avremo fatta. Per ora abbiamo disseminato deodoranti per gli ambienti un po’ dappertutto (di cui uno al profumo di sakura, i fiori di ciliegio. Giusto per rimanere in tema.)

Questa è stata solo la prima spesa, prima di renderci conto di aver dimenticato metà delle cose necessarie.

Questa è stata solo la prima spesa, prima di renderci conto di aver dimenticato metà delle cose necessarie.

Per oggi direi che è quasi tutto, vi lascio con un altro paio di foto bonus un po’ a casaccio, che quelle almeno non si fa fatica a leggerle. Alla prossima!

Insalatina, secondo il menù, "healthy". Carica di maionese e striscioline di qualcosa che sembrava molto pancetta. Ho apprezzato.

Insalatina, secondo il menù, “healthy”. Carica di maionese e striscioline di qualcosa che sembrava molto pancetta. Ho apprezzato.

Questo sì che era healthy però. Brodino con udon, alghette varie e zenzero.

Questo sì che era healthy però. Brodino con udon, alghette varie e zenzero.

PS. Van mi ha chiesto di citarlo nel blog, quindi lo cito: ciao Van! E complimenti per la tua prima apparizione su Spotted!