Vivere nella metropoli: memorie della mia vecchia casa.

Venghino signori, venghino! Sono ancora disponibili alcuni biglietti per il treno dei sentimenti che sta per partire dal binario Tokyo ist Krieg, treno diretto a Shin-Nakano – il più dolce, amichevole e indimenticabile dei mini-quartieri che compongono la Metropoli. Incredibile quanti ricordi si affollino in una sola tessera dell’enorme puzzle che è Tokyo; in cinque mesi di studio, ansia, nuove amicizie, vita frenetica e vestiti colorati, ogni sera mi ritrovavo a riposare nella mia stanzetta di dieci metri quadri al numero 205 della Asahi Mansion Honkan. Ogni edificio a Tokyo ha un nome e il nostro è quello del sole che sorge. Sorge il sole e sorgiamo io e L., la mia compagna di avventure, catapultate a 900km/h a bordo di un Boeing 777-200 verso un mondo del tutto nuovo -un miscuglio tra Babele, l’Isola che non c’è e le città dove ognuna di noi ha vissuto i primi 20 anni della propria vita.

A Tokyo c’è sempre qualcosa di familiare. Il profumo di pane appena sfornato che ti accoglie ogni tanto a sorpresa (come i giapponesi ninja) e che ti ricorda la panetteria sotto casa tua, finché non leggi i prezzi e corri ad annusare i bento pronti nelle corsie dei konbini per non cadere in tentazione. Il tizio con cui incroci lo sguardo per mezzo secondo mentre attraversi l’incrocio di Shibuya, che ti sembra di aver già visto da qualche parte ma forse no.

Ecco, la signorina in basso sono io e poi c’è tutto il mondo che mi si schianta addosso.

E poi c’è il letto. Ci dormi due settimane e ovunque tu sia ti senti subito a casa. Per i più vagabondi basta anche qualche giorno. E non importa cosa dica la gente a riguardo, la casa non è dove è il cuore, la casa non è dove c’è Barilla, la casa è dove tu la sera ritorni e trovi il tuo letto ad accoglierti – senza chiederti com’è andata la giornata, senza pretendere di essere nutrito, senza pretendere nulla di nulla, in realtà. Lo senti solo tu e ti dice “Dai, anche oggi hai fatto un ottimo lavoro, vieni qui e non abbandonarmi fino a domani mattina”.

In Giappone solitamente si dorme sui futon, delle specie di trapunte abbastanza imbottite che si appoggiano direttamente sul pavimento e che durante il giorno si arrotolano in un angolo per salvare il già poco spazio di cui dispone l’essere umano medio che vive a Tokyo. Io e L. però siamo delle signore, quindi anche in terra straniera abbiamo potuto godere della relativa morbidezza di un letto all’occidentale. C’era anche un futon che abbiamo comprato appositamente per gli ospiti, che tra un utilizzo e l’altro veniva riposto sotto un letto in modo non del tutto igienico – se penso che i nativi stendono i loro lettini a prendere aria sul balcone più o meno ogni giorno, non mi stupisco che siano rimasti schifati più di una volta dal livello di pulizia in casa nostra in generale. Ma questa è un’altra storia.

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La mia stanza. Quando ho scattato questa foto avevo appena finito di disfare la valigia. Quel letto era un po’ traballante e ha avuto le gambe solo per un periodo abbastanza breve. Si è sfondato definitivamente una sera di maggio, e da allora ogni volta che mi muovevo anche solo impercettibilmente finivo col culo per terra. Le gambe sono state estirpate e messe in un angolo fino al giorno del check-out in cui magicamente tutto è tornato come prima (ringrazio il nostro agente immobiliare per non essersi seduto sul letto mentre decideva se ridarci o meno il nostro deposito). C’era una scrivania che era sempre piena di riviste, cosmetici, fotocopie e obiettivi della fotocamera e sulla quale non mi sono mai messa a studiare. Di fianco alla scrivania c’era una mini-cassettiera dove sono riuscita a far stare tutti i miei vestiti (pochi all’inizio, troppi alla fine). E alla fine c’è la famosa valigia ottanio, che ha trovato una gemella poco prima della partenza.

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C’era il condizionatore, e ce n’era uno nella stanza della mia compagna di viaggio. Siamo arrivate che non c’era nessun telecomando, e alla fine quelli dell’agenzia ce ne hanno portato uno. Ogni tanto senza volerlo accendevi e spegnevi quello della stanza accanto alla tua, ma anche a questo ci siamo abituate. L. non è una tipa da condizionatore, io sì – il problema era quando l’estate uscivo sul minuscolo balcone e quasi non riuscivo a respirare per il caldo che faceva, e allora rinunciavo all’idea di prendere quel poco di sole che batteva sui miei vetri tra le due e le quattro di pomeriggio e tornavo nei miei 10mq di freddo antartico.

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Mi affacciavo dal mio balcone e vedevo questo. Non è una vista spettacolare, non di quelle che ti aspetteresti vivendo in una metropoli del calibro di Tokyo, ma mi sono affezionata un po’ alla volta a quelle piantine che apparentemente nessuno annaffiava ma che in qualche modo non morivano mai, e mi sono affezionata alla luce in fondo a quel vicolo strettissimo che si accendeva ogni volta che qualcuno passava illuminando la mia stanza a giorno per qualche secondo tutte le notti. Una cosa a cui non mi sono affezionata per nulla invece erano le finestre dell’appartamento che davano dritto sulle stanze mia e di L., quelle che intravedete in alto a destra. La tenda era quasi sempre tirata, la luce era sempre accesa anche di notte, e ogni tanto si notavano dei movimenti come di qualcuno che rotolava verso il vetro muovendo le tende.

E questa è la scena che mi immaginavo. GRAZIE, Takashi Miike .

Insomma, per mesi ho immaginato che chi viveva in quell’appartamento fosse un serial killer che catturava le ragazze carine, le metteva in un sacco di juta e dopo aver spaventato le sue dirimpettaie (se così possiamo definirci) a morte facendo rotolare in giro le sue prigioniere per qualche notte le faceva a pezzi e le metteva in un congelatore. Capito? Questo è il motivo per cui non guardo film horror. Pensate che viaggi mi farei se solo ne guardassi.
Alla fine ho scoperto che si trattava solo di un guardone qualsiasi. Stava sbattendo il suo futon fuori dalla finestra e caso volle che io stessi girando in reggiseno per la mia stanza preparandomi per uscire. Vedendo che mi aveva vista, ho tirato le tende. Mi sono vestita, e poi mi sono ricordata che dovevo ritirare dal balcone i vestiti ormai asciutti che avevamo messo fuori a stendere. Appena ho tirato la tenda, la sua testina da quarantenne curioso era ancora lì, affacciata alla finestra a cercare di guardare dentro la mia stanza. È stato lui allora a ritirare la testa tipo tartaruga non appena ha incrociato il mio sguardo. Sono corsa da L. a raccontarle che sì, finalmente avevo visto il serial killer dell’appartamento di fronte, e le ho raccontato di quello strano nascondino che stavamo portando avanti da un po’. Abbiamo allora provato a dare un’altra occhiata e lui era ancora lì, con la testina fuori dal guscio a sondare il terreno – stavolta però eravamo in due e la sua ritirata è ancora più rapida. Non l’ho più visto da quel giorno. Ci manchi, serial killer della casa di fronte.

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In fondo alla strada, dove c’è quella casetta bianca, è dove dovevamo andare a buttare le immondizie. Raccolta differenziata severissima, tanto che due o tre volte ci siamo ritrovate davanti alla porta i sacchi con la spazzatura che avevamo gettato la sera prima, e che magari conteneva un volantino nei giorni della plastica o una bottiglia vuota nei giorni del combustibile. Chi è stato a fare la spia e a restituirci esattamente gli stessi sacchetti che avevamo buttato nell’oscurità e nell’anonimato? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Ma c’era un vecchietto che stava sempre seduto nel suo soggiorno proprio in quella casetta bianca, ed è proprio lui l’indiziato numero uno.

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La cucina. Una tv completa di videoregistratore, con soli nove canali uno più pessimo dell’altro. Il tavolo con due sedie in croce, tanto che se avevamo più di qualche ospite tiravamo le porte scorrevoli della mia stanza e qualcuno si sedeva sul bordo del letto. E poi il frigo, che col tempo è diventato territorio esclusivo di L. dato che a me bastavano i  bento pronti e qualche confezione di café au lait superzuccherato. E poi c’erano un congelatore sopra e un congelatore sotto (mai usato). Due fornelli, un lavandino e una finestrella per arieggiare ogni tanto, dalla quale spiavamo i vicini che passavano. La porta a destra dà su un breve corridoio dove c’era la lavatrice (che lavava solo con acqua fredda).

Insomma, era questa la mia casetta.
In uno dei prossimi post parlerò di come trovare casa a Tokyo, sperando che sia utile a qualcuno〜
またね!Alla prossima!

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Una spesa a Nakano, o del nutrirsi nella metropoli.

Allo studente esule nella ridente cittadina di Tokyo si presentano essenzialmente due alternative quando si tratta di cibo: fare la spesa e cucinare per sé a casa oppure comprare del cibo pronto (お弁当, obento) in un qualsiasi konbini, gastronomia, supermercato e chi più ne ha più ne metta. Una cosa è certa: l’affamato a Tokyo non rimarrà mai senza un posto dove potersi saziare, che siano le due di pomeriggio o le cinque di mattina.

Personalmente alterno i due metodi; a pranzo sono spesso all’università, quindi o mi compro qualcosa in mensa o prendo qualcosa prima e lo mangio in classe durante la pausa. A cena invece tendo a cucinare (per quanto i miei piatti risultino sempre il mix monotono e ripetitivo degli stessi ingredienti, quelli che costituiscono la mia confort zone alimentare qui in Giappone), e dunque vado circa tre volte a settimana al supermercato per procurarmi quello che mi serve.
In realtà il supermercato non è uno solo: ne visito regolarmente almeno tre per assicurarmi i migliori prezzi e prodotti che ci sono in uno piuttosto che nell’altro. Quindi abbiamo il lussuoso Santoku per la spesa regolamentare (quella di cui fornirò un esempio un poco più sotto); Niku no hanamasa per le cose della colazione (caffellatte, succo d’arancia o di mela e biscotti) e per qualche piatto di sashimi a buon mercato quando sento di meritarmene uno; Corno (sì, non chiedetemi) per la frutta, la crema al cioccolato indispensabile ed il pane.

Per circa tre euro ci si può portare a casa uno di questi bento che dovrete solo riscaldare. Grazie, Giappone!

Per circa tre euro ci si può portare a casa uno di questi bento che dovrete solo riscaldare. Grazie, Giappone!

Piccola parentesi, nei supermercati in Giappone è tutto quasi maniacalmente fresco. La data di scadenza segnata sulle confezioni di pesce, sughi, sashimi e maki è sempre lo stesso giorno in il prodotto è stato confezionato e messo sullo scaffale, e questo porta ad un ricambio così frequente della merce che ogni sera, talvolta dopo le 18e talvolta dopo le 21, molte catene e convenience store offrono degli sconti che possono arrivare anche al 50% del prezzo del prodotto, per incentivare l’acquisto e ridurre al minimo lo spreco di alimenti. Approfittando degli sconti serali, ho potuto comprare dell’ottimo sashimi pescato il giorno stesso per 398 yen, circa 3,50€. Era una porzione da dodici pezzi, mica bruscoletti; la stessa porzione in un ristorante italiano di cucina giapponese sarebbe venuta a costare tra i 10 ed i 15 euro.

Dunque andiamo avanti con un esempio di spesa da Santoku, dove compro un po’ di tutto e dove vado circa una volta a settimana.

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Da sinistra: germogli di soia (0,80€), due scatole di legumi (1€ l’una), uova (1,80€), formaggini (2,30€ per sei pezzi, dannati ladri), edamame surgelati (2€), patate surgelate (2€).

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Sempre da sinistra: tofu (non mi fa impazzire, ma una confezione da 500gr costava solo poco più di 1€ -complici gli sconti serali e le date di scadenza farlocche), gyoza precotti (delle specie di ravioli untissimi ripieni di carne; 1,80€), insalata mista (o,80€), due confezioni di schifezze prefritte da scaldare e basta e che non comprerò mai più (2,50€), un pasto completo pronto a base di riso e pesce crudo (poco meno di 3€).

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Macinato di muuuucca (circa 3€), trancio di salmone (1,80€), yogurt (2€), biscottini cioccolatosissimi, ciccionissimi e buonissimi che si chiamano Shittori (I don’t even want to know, comunque meno di 1€), sei costosissime mele (3,50€, c’è molto di peggio).

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Cosa si celerà dentro a questo magico sacchettino della vergogna (quoto liberamente da qui, leggete l’articolo e pure tutto il resto del blog che è sicuramente uno dei miei preferiti)?

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Assorbenti, ovviamente. Vengono insacchettati separatamente perché sono terribilmente impuri e perché potrebbero contaminare tutto il resto, o che cavolo ne so. Nel dubbio leggete il post che ho linkato poco sopra!

Anche per oggi è tutto da quel di Tokyo, fate i bravi e se vi capita dormite un po’ anche per me perché ultimamente sprizzo sonno da tutti i pori. Alla prossima!

31 cose random sul primo mese di vita a Tokyo.

Sono nella grande metropoli già da un mese, che sembra essere volato. Spero che non potrò dire lo stesso anche per i prossimi quattro, perché più rimango qui e più mi dico “perché no, quasi quasi ci ritorno anche per il secondo anno di laurea magistrale”.
Ma per decidere definitivamente ho ancora un sacco di tempo, quindi non indugiamo oltre e procediamo ad una lista (sì, mi piacciono un sacco le liste) di trentuno fatti random, uno per ogni giorno che ho trascorso qui finora.
Avviso fin da subito che non ci sarà nessuna coesione logica tra un punto e l’altro, e che probabilmente non riuscirò nemmeno ad arrivare a trentuno perché ho poca fantasia, maaaa proviamoci comunque!

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La vista dal nostro tetto, parte uno. Non ho parole.

1. Abbiamo un tetto, in cima al nostro condominio. Non ho nemmeno parole per descriverlo, è solo al sesto (o settimo?) piano, ma la notte c’è una vista stupenda ed è un ottima tana per evadere un po’ dalla frenesia del mondo che corre e scorre di sotto.

2. Le metropolitane talvolta ritardano di un paio di minuti, il che penso possa comportare casini a una grossa parte di popolazione che fa affidamento sull’assoluta puntualità dei mezzi per prendere cambi scanditi al secondo.

3. Le angurie costano davvero uno sproposito.

4. Nei supermercati, dopo le nove di sera (ma anche prima talvolta, a seconda dei prodotti) ci sono diversi sconti sulla merce fresca come pasti pronti, pesce, verdure ecc.

5. Approfittando dei suddetti sconti ho comprato delle fragole a metà prezzo, pagandole qualcosa come tre euro (decisamente poco per gli standard di qui), ed erano buonissime.

6. Non è per nulla raro vedere le persone pranzare o prendersi un caffè in completa solitudine, magari con un libro o un pc portatile a fare loro compagnia. Negli Starbucks in cui sono andata finora, il rapporto tra caffeinomani solitari e quelli in compagnia era probabilmente superiore a 10:1.

7. C’è cibo ovunque, a tutte le ore.

8. La mia università è un’università scintoista; non vuol dire niente sul piano pratico, ma su quello teorico è una figata.

9. La nostra counselor per gli scambi internazionali dell’università è una grande: Moteki, if you’re reading this, we all love you!

10. Qui si fa la raccolta differenziata; combustibile, non combustibile, plastica, bottiglie, lattine e carta. Ogni rifiuto ha il suo giorno di raccolta e questo è il motivo per cui casa nostra è una discarica bisogna starci un po’ attenti.

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La vista dal nostro tetto, parte due. Ho ancora meno parole.

11. Volevo andare ad un paio di concerti (leggi: Nightwish, Amaranthe), ma qui i prezzi sono assolutamente fuori di testa. Circa 60€ per i primi (in Italia solo una trentina) e 50€ per i secondi, che non sono nemmeno famosi e che di solito aprono a gruppi più grossi.

12. La prima metro della mattina, che solitamente passa verso le sei o giù di lì, è un covo di casi umani e la adoro.

13. I pranzi in mensa costano tra i 400 e i 500yen, vale a dire al massimo 4€. Si mangia benissimo e sono pure sazianti.

14. Circa metà della mia spesa settimanale consiste in dolci, biscotti, cioccolata spalmabile (che qui non sanno proprio come funzioni), brioche e ancora biscotti. E io non sono mai stata più di tanto una tipa da dolci!

15. Di fronte alla mia stanza c’è una finestra inquietantissima dietro la quale probabilmente si nasconde un serial killer.

16. La mia coinquilina, compagna di viaggio e di vita ogni tanto mi fa dei frullati che sono la fine del mondo e mi rende la donna più felice del mondo.

17. In Giappone c’è un lavoro per chiunque. Uno dei più quotati è comunque fare lo spartitraffico umano nelle stazioni.

18. Ai giapponesi piacciono le minorenni. Don’t ask why, but they do.

19. Scrivere con un cellulare giapponese è una delle cose più frustranti dell’universo mondo. Ovviamente sto parlando di uno di quei modelli prepagati, modello età della pietra, ma che fa il suo dovere. Ovviamente non esiste un t9. Ovviamente se devi scrivere in italiano devi premere ogni volta un numero spropositato di tasti. Ovviamente se devi scrivere in giapponese devi premere ancora più tasti.

20. Nonostante Tokyo sia una metropoli grigia e triste, ci sono un sacco di parchi (ma immagino l’abbiate potuto constatare dai miei post precedenti, no?).

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Una foto a caso per alleggerire il post.

21. La tv giapponese è quanto di più trash ed inutile esista; ne parlerò più diffusamente in futuro, ma in breve: programmi di cucina, quiz show, programmi senza senso pieni di minorenni, studi coloratissimi, qualche telegiornale condotto da anchor-men che palesemente non vorrebbero stare lì, drama, anime. Non lo so, mi sono ritrovata un po’ a rimpiangere Barbara d’Urso (NO).

22. Roppongi è il quartiere del demonio, ma è anche la mia palestra settimanale.

23. Dentifrici e deodoranti costano uno sproposito.

24. Ho veramente tanto bisogno di un barattolo da cinque chili di Nutella; la crema spalmabile che fanno qui assomiglia più alla Philadelphia/Milka, e non soddisfa il mio bisogno quotidiano di bocca impastata di cioccolato alle nocciole.

25. Il karaoke è uno stile di vita, ci si va spessissimo e tutti cantano indipendentemente dalla bravura. Le librerie normali hanno circa 160 000 brani tra asiatici e occidentali, quindi si può sempre trovare qualcosa che fa al caso delle proprie corde vocali (anche se a dirla tutta è molto più divertente sfidare le proprie possibilità con pezzi velocissimi o altissimi, per poi lamentarsi nella settimana seguente di essere senza voce).

26. La varietà di snack presenti nei supermercati e nei convenience store è davvero illimitata. Esistono ad esempio patatine aromatizzate al pollo, al bacon, ai gamberetti, ai takoyaki (polpo fritto in palline di pastella), alle alghe, al tofu, al miso, alla cannella e chi più ne ha più ne metta. E nonostante tutto, nemmeno un dannatissimo barattolo di pringles.

27. Siamo a fine aprile e ieri c’erano sei gradi. Non può funzionare così.

28. Sto diventando dipendente dal café au lait. Caldo, freddo, di qualsiasi marca, zuccherosissimo o al naturale (seh, “naturale”) ha soppiantanto la mia voglia di caffè espresso.

29. Ogni settimana faccio la spesa in minimo tre supermercati diversi; uno per il succo d’arancia e il caffellatte, uno per la spesa massiva che comprende dolci, biscotti e pane di una qualità decente e un terzo per le spese dell’ultimo minuto ed i pasti pronti.

30. La doccia spande, ed è molto divertente perché se ci metti più di 4’59” a lavarti, il bagno si allaga completamente.

31. Venerdì scorso ho visto l’alba affacciata alla finestra al secondo piano di un McDonald a Roppongi; ero stanca morta, ma è stato decisamente bello. Stamattina sono tornata ancora dopo rispetto alla scorsa settimana, ma purtroppo pioveva ed il sole non si è visto.

Shin-nakano, 6:20 di mattina. Vedere l'alba è sempre faticoso e nel contempo soddisfacente!

Shin-nakano, 6:20 di mattina. Vedere l’alba è sempre faticoso e nel contempo soddisfacente!

Fine.

“おかえりなさい!” , o delle prime ore in terra straniera

Volo alle 14:35, pronti all’aeroporto quasi tre ore prima: ordinaria amministrazione per la sottoscritta, che si ritrova all’aeroporto di Milano Malpensa con la sua Valigia Ottanio pronta per essere imbarcata. Ci si guarda attorno e il banco del check-in non può che essere quello dove non si vedono che occhi a mandorla. Il tempo tra l’imbarco del bagaglio ed il mio imbarco scorre abbastanza velocemente e senza intoppi di alcun genere.
Alle 13:50, giapponesamente puntuali, saliamo sull’aereo Alitalia che sorprendentemente parte con qualche minuto di anticipo.
C’è però una cosa che noto fin da subito, e che sarebbe difficile effettivamente non notare: il mio posto finestrino, prenotato accuratamente cinque mesi prima, non ha un finestrino.

La vista dal mio posto-finestrino. Lo so, toglie il fiato

Ma pazienza, lasciamo correre, con un po’ di esercizio riesco anche a spiare fuori dal finestrino del posto dietro di me, che ovviamente si trova sopra l’ala e che quindi mi permette solamente di vedere la maestosa scritta verde della compagnia aerea che, se potesse, mi starebbe già sfottendo a morte. Niente foto artisticamente acute quindi, non per oggi.

Le prime due ore passano praticamente senza che me ne accorga, complici un po’ di musica, l’inizio di un film italiano (dopo poco abbandonato) e il tempo passato a gonfiare il provvidenziale cuscino di Muji, comprato nonostante la mia avversione per questo brand-non brand. Il pranzo (o cena? preferisco la seconda, visto che subito dopo tutti a nanna) mi ha piacevolmente stupita. Potendo scegliere tra il menù giapponese e quello italiano ho optato per il primo e ta-dah, uno spettacolare pollo cotto non-so-come accompagnato da riso bianco, qualche verdurina amichevole e del salmone affumicato che faceva la sua porca figura.

La dignitosa cena offertaci da Alitalia.

La dignitosa cena offertaci da Alitalia.

Come potete notare, era tutto molto buono.

Come potete notare, era tutto molto buono.

Dopo il pasto sale l’abbiocco, e coadiuvata dalle gocce soporifere che non si sa bene se segnare o no sotto “narcotici” nella dichiarazione per la dogana, riesco pian piano ad addormentarmi. O almeno, ad assopirmi. Sto nel dormiveglia travagliato e costellato di sogni lucidi più o meno inquietanti fino a che, finalmente, non riesco a prendere sonno definitivamente. Ad un certo punto apro gli occhi e quello che mi trovo davanti è questo:

Ciao Alb! Ciao Cristina!

Ciao Alb! Ciao Cristina!

Pazzesco, non pensavo che un viaggio all’apparenza interminabile (ricordo: 12 ore e mezzo) sarebbe passato così velocemente. E niente, Alitalia annuncia che stiamo arrivando in anticipo (ma quando mai?), e alle 10:40 di un tiepido e ventoso giovedì mattina giungiamo finalmente all’Aeroporto Internazionale di Narita.

Riassumiamolo:

– Cose che sì: la vasta scelta di film disponibili (di cui non ne ho guardato nemmeno uno perché ero troppo impegnata a cercare di addormentarmi); il cuscino poggiatesta di Muji, grazie al quale sono effettivamente riuscita ad addormentarmi; i tappi per le orecchie gentilmente prestatimi dal moroso, non potrò più farne a meno; il pollo servitoci a pranzo, davvero niente male; una specie di radiatore sotto il sedile davanti che dapprima trovavo fastidioso perché non riuscivo ad accomodare bene i piedi, e che poi ho scoperto essere una manna dal cielo perché riscaldava ed insomma è stato bellissimo.
– Cose che no: il posto finestrino senza finestrino, la nausea all’atterraggio.

Il cartello di benvenuto trasuda giapponesità da tutti i cartacei pori.

Il cartello di benvenuto trasuda giapponesità da tutti i cartacei pori. La scritta in rosso (おかえりなさい, okaerinasai) significa più o meno “Bentornato a casa”. Tanto amore.

Già a pochi minuti dall’atterraggio inizio tra me e me a sfatare i più popolari miti che riguardano il Giappone, tanto cari a noi occidentali quando facciamo paragoni con la nostra società insipida, insubordinata e maleducata. Mi dedicherò brevemente ad illustrare la situazione, ma premetto che parlo da appena arrivata e che le mie parole non sono legge (c’è scritto anche nel disclaimer in fondo al blog), che ovviamente ci saranno delle eccezioni eccetera.

Mito number one: i giapponesi sono educatissimi. Arrivo al banco dove consegnare il proprio passaporto assieme al visto per ottenere la alien registration card (una tessera che durante la permanenza in Giappone fungerà da documento identificativo), e mi trovo davanti il classico impiegato in giacca, cravatta e mascherina chirurgica, evidentemente scazzatissimo ed evidentemente molto infastidito dal fatto di dover ripetere una frase più volte (una in modalità Boeing777 e l’altra in modalità trattore del nonno, per interderci) affinché io potessi capire ed evitare di scrivere/fare castronerie. Prende i miei moduli ed i miei documenti, prende le impronte digitali, scatta una fotografia: il tutto inframezzato da lamenti che neanche Peter Griffin, vari いや (“iya”, cioè qualcosa di simile ad un “no” ma con una sfumatura di “oh no, che palle”) carichi di disappunto che non sapevo se fossero dovuti a me o al suo essersi alzato con il piede sbagliato, testa inclinata a destra ed altre cose che non facevano presagire nulla di buono. Morale della storia, prima che potessi rendermene conto mi sono ritrovata circondata da tre giapponesi diversi che prendevano in mano le mie carte scrutandole, cercando di dare un’interpretazione convincente all’impiegato con la mascherina e spiegandogli come fare il proprio lavoro. Sono anche stata invitata da uno di essi ad accomodarmi in un’inquietante stanzetta simile a quelle dove fanno esplodere i bagagli sospetti, dove ho aspettato per venti minuti che riuscissero a risolvere la cosa (che poi, che cosa?). Alla fine, dopo un’ora abbondante dall’atterraggio e dopo essere state accolte da un’affabile impiegata giapponese nella sala del ritiro bagagli che ci chiedeva se fossero nostre quelle valigie che giravano sul nastro da mezzora, io e la mia compagna di viaggio siamo riuscite ad incontrare Ms. M., la dolce addetta dell’università dove andremo a studiare, che da almeno un’ora aspettava con le sue scarpe col mezzo tacco scomodo e il bicchierone di Starbucks in mano (immagino sia una specie di fashion item anche qui, ma non ne sono ancora sicura).

Mito number two: i giapponesi sono pulitissimi e ordinatissimi. No! Non lo sono! Tralasciando l’organizzazione architettonica e l’aspetto estetico delle vie, dei negozi e via dicendo di cui magari parlerò più approfonditamente in un prossimo post (quando avrò anche più fonti su cui basarmi), appena abbiamo raggiunto il nostro appartamento preso in affitto a caro prezzo ci siamo accorte di una cosa. Puzzava da morire. Non do ovviamente la colpa al popolo giapponese di questo, anche perché a quanto pare l’agenzia è gestita da stranieri, ma comunque: puzza e lerciume ovunque. Abbiamo dovuto organizzare una spedizione punitiva allo 百円ショップ (“Hyakuen shop”, corrispondono circa ai nostri “Tutto a 1€”, ma con molta più scelta), spendendo all’incirca una trentina di euro solo in prodotti di pulizia. Fate un po’ il conto. Non so quanto tempo ci vorrà perché il cattivo odore se ne vada del tutto, ma quando rientreremo finalmente in casa e la prima frase che uscirà dalla bocca di una delle due non sarà “che puzza”, sapremo che ce l’avremo fatta. Per ora abbiamo disseminato deodoranti per gli ambienti un po’ dappertutto (di cui uno al profumo di sakura, i fiori di ciliegio. Giusto per rimanere in tema.)

Questa è stata solo la prima spesa, prima di renderci conto di aver dimenticato metà delle cose necessarie.

Questa è stata solo la prima spesa, prima di renderci conto di aver dimenticato metà delle cose necessarie.

Per oggi direi che è quasi tutto, vi lascio con un altro paio di foto bonus un po’ a casaccio, che quelle almeno non si fa fatica a leggerle. Alla prossima!

Insalatina, secondo il menù, "healthy". Carica di maionese e striscioline di qualcosa che sembrava molto pancetta. Ho apprezzato.

Insalatina, secondo il menù, “healthy”. Carica di maionese e striscioline di qualcosa che sembrava molto pancetta. Ho apprezzato.

Questo sì che era healthy però. Brodino con udon, alghette varie e zenzero.

Questo sì che era healthy però. Brodino con udon, alghette varie e zenzero.

PS. Van mi ha chiesto di citarlo nel blog, quindi lo cito: ciao Van! E complimenti per la tua prima apparizione su Spotted!