È aprile e io ho l’ansia, o della mia introduzione al mondo dei creatori di videogiochi.

È aprile. Di già. Mi sembra ieri che stavo seduta ai tavolini esterni del baretto di piazza Duomo, incurante del freddo, a parlare del più e del meno con le mie amiche di una vita (Isa e Franci e Irene e Vale vi voglio benissimo e mi mancate ciao). Erano i primi di gennaio, e ora è già aprile inoltrato. Dall’altra parte del mondo è iniziato il caldo primaverile, tranne per qualche giornata fuori dal coro, ma è il vento perenne del mio quartiere che ogni giorno mi fa impazzire e desiderare di non aver mai provato a mettere piede fuori di casa. Ho già sacrificato a Nakano Central Park innumerevoli passate di mascara, diverse acconciature e qualche ombrello. La cosa divertente è che quando arriva il caldo vero, quello che fuori fanno quaranta grandi e vorresti girare con la faccia in un bidone di ghiaccio per riuscire a respirare senza sentirti bruciare i peli del naso, allora il vento smette. Grazie, vento, è stato bello averti con noi tra ottobre e aprile, ci vediamo l’anno prossimo. Se devo essere onesta, però, il vento mi preoccupa meno della metà di quanto mi preoccupino i prossimi anni della mia vita.


Partiamo dal fatto che ho lasciato l’Italia dieci mesi fa con l’idea di continuare con l’università e invece ora mi ritrovo in un istituto professionale a studiare come si fanno i videogiochi. Se non mi conoscessi potrei rileggere questa frase dieci, venti volte e comunque non trovarci un senso. Di solito queste cose vanno al contrario, uno inizia che vuole fare il cantante/veterinario/astronauta/videogiocatore professionista e poi la vita lo smonta così tante volte da convincerlo a iscriversi a un’università, finire la triennale, iscriversi a una specialistica, prendere un master eccetera eccetera. Io vengo su al contrario, tipo Benjamin Button o gli inglesi, e a ventitreanniquasiventiquattro decido di prendere la via dei videogiochi. Non è mai troppo tardi per i videogiochi.

Nel post di oggi parlerò un po’ della mia introduzione alla Tokyo Designer Gakuin seguendo una timeline che va da novembre fino a oggi, 17 aprile.

Novembre – Marzo
Dopo aver superato colloqui (“come ti vedi in futuro, e quanti soldi ha la tua famiglia?”) e test scritti (“quanti soldi ha la tua famiglia, e come ti vedi in futuro?”), sono iniziate le lezioni della pre-school. Una domenica al mese per incontrarsi con gli altri futuri studenti e simulare le lezioni che inizieranno poi da metà aprile. L’obiettivo della pre-school del dipartimento di videogiochi (lo so, suona un sacco poco serio, appena un gradino sopra a “Facoltà di Scienze delle Merendine”) era il seguente: mettere assieme futuri game planner, game programmer, character designer e artisti 3D puntando puntando a produrre una mini-visual novel a finali multipli (due, in realtà). Detta così sembra una cosa divertente, e invece prevedibilmente qualcosa è andato storto. Dico prevedibilmente perché… provate a pensarci: i futuri game planner, game programmer, character designer e artisti 3D di cui sopra sono tutti a. freschi di liceo e ignari che al mondo esista gente non giapponese oppure b. cinesi che fanno branco e se ne sbattono altamente di cosa stia succedendo attorno a loro. E poi c’ero io, l’unica occidentale tra un centinaio di occhi a mandorla, coi capelli rossi e i dilatatori alle orecchie e i tacchi che mi fanno raggiungere la discreta altezza di un metro e sessantasette. Se non fa paura tutto questo, non so cos’altro potrebbe. Formato il gruppo, la trama su cui abbiamo concordato era semplice: finale del torneo di baseball del liceo, l’eroe invoca la protezione di un talismano che lo fa trasformare in una maghetta (lo so, lo so). L’aura della maghetta fa trasformare il lanciatore avversario in un demone e i due si scontrano. Fine. “E i due finali?”, vi chiederete voi. I membri del gruppo non-character-designer ( tre su sette) hanno deciso che non servivano. Anche se è una visual novel. Anche se ci è stato detto di usare i finali multipli. Ogni obiezione è stata soppressa. Visto che i il numero dei personaggi era uguale a quello dei character designer (quattro), abbiamo deciso di disegnarne uno a testa. Una ragazza cinese, che però è in Giappone da diversi anni e che per tutto il meeting ha continuato a ripetere “Se non sapete fare qualcosa lasciate fare a me che tanto so fare bene tutto” è stata la prima ad alzare la mano, prenotandosi per disegnare la maghetta e lasciando gli altri a disegnare le cose più complicate. “Se non sapete disegnare qualcosa lo faccio io, so disegnare tutto”. Okay. Tutto questo è successo durante la prima lezione. Tanto per dire, il mese dopo eravamo in tre. Io, il game planner e l’artista 3D. Nemmeno un programmatore. Visto che la volta precedente nessuno aveva avuto la premura di condividere il proprio lavoro nella cartella apposita del computer, mi è stato chiesto di disegnare tutti e quattro personaggi, “tanto quanto ci metti? Mezz’ora per personaggio?” Saltando brutalmente alle conclusioni, apprezzo molto l’idea di organizzare una pre-school per fare abituare le persone a lavorare in gruppo. Il problema è che nessuno di noi aveva la minima idea di cosa stava facendo e, soprattutto, di come andava fatto.

11 Aprile
Saltiamo avanti di un altro mese. La scuola promette di spedirci a casa i materiali didattici tra il 10 e il 12 aprile e l’11 mattina, puntualissimo, suona il postino.

Un pacchettino piccolino. E sì, ho i capelli lilla.

Un pacchettino piccolino. E sì, ho i capelli lilla.

Diciamo che come materiali li ho trovati un po’ scarsini (soprattutto vista la mancanza di libri di testo – sono parecchio scettica a riguardo ma vediamo come va), ma mi sono emozionata tantissimo per la cartellina formato B3 che è tipo la versione dandy e intellettuale di quelle cartellone sfigatissime bianche che ci portavamo dietro alle medie quando c’era arte.
Oltre a quella, ho ricevuto un blocco per gli schizzi sempre in formato B3, una riga, un set di 12 matite normali e uno da 24 acquarellabili, un taglierino con cui fare a pezzi i miei nemici, una clip per appendere i loro resti alle pareti e una penna supermegaspecialissima per la tavoletta grafica (che devo ancora capire in cosa differisca dalla penna che già ho ma oh, i materiali erano obbligatori e magari scoprirò che è una figatissima, boh).

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14 aprile
Giorno della cerimonia di apertura. Qui funziona che quando entri in una scuola nuova devi presentarti tutto impomatato e incravattato in un auditorium/sala conferenze/hall a caso per farti dare il benvenuto dal preside, il corpo docenti al completo, il sindaco, gente a caso laureatasi decenni prima in quella stessa scuola che ora fa i soldoni e che vuole dimostrarti come anche tu possa fare carriera e diventare un pezzo grosso dell’industria della carta pur avendo un diploma in inserire corso a caso, e tanti tanti senpai.
Ah, e poi ci si fa le foto. Tantissime foto, soprattutto se sei giapponese e se stai entrando nella tua nuova scuola con qualcuno dei tuoi vecchi compagni di liceo. Siccome non volevo essere da meno anche io mi sono fatta fare una foto, però da sola perché non ho amici.

Sembro quasi una persona seria.

Sembro quasi una persona seria.

15 aprile
Orientation. Quest’anno di iscritti al dipartimento di videogames siamo in 107, di cui circa un quarto sono cinesi stranieri. Ci hanno consegnato finalmente l’orario e ho appreso che su cinque giorni ne ho due pieni e tre mezze giornate. Giovedì ho solo il pomeriggio. Ho gioito. Vorrei scrivere le materie che andrò a studiare nello specifico, ma non saprei tradurre i nomi in italiano. Vi basti sapere che per questo primo semestre studierò sia le basi del disegno (su carta e digitale) che alcuni elementi di grafica 3D, oltre a frequentare seminari sulla teoria del videogioco/ricerche recenti in campo videoludico/teorie di marketing/presentazioni aziendali e altra bella robbba. Also, uno degli eventi annuali segnati nel calendario accademico è il Tokyo Game Show, il primo anno come spettatori e il secondo come espositori. Sono gasatissima.

16 aprile
Class meeting, Come c’era da aspettarsi in una scuola del genere, la mia classe è piena di disagiati (ma d’altra parte se non hanno dei problemi noi non li vogliamo). Siamo circa in 25, di cui la metà cinesi stranieri, e tutto sommato mi va anche bene. Mi sento vecchia perché i giapponesi solitamente iniziano a frequentare questo tipo di scuola a 18 anni, appena finito il liceo, e ciò significa che sono ancora tutti minorenni. Dall’altro lato il mio insegnante responsabile è un manzo asiatico individuo parecchio interessante che chissà come è passato dal dipartimento di architectural design a quello di videogame (crisi di mezza età?). Tra i compagni degni di nota, comunque, spiccano un tenero giapponese balbuziente, una ragazza cinese di 27 anni che prima di venire qui faceva la tatuatrice nella periferia di Pechino (siamo già migliori amiche forever), un ragazzo di Hong Kong che si fa chiamare Charles, quattro ragazze giapponesi che non distinguo l’una dall’altra e sfiga ha voluto che mi capitasse anche la ragazza cinese residente da lungo tempo in Giappone di cui vi parlavo sopra. Quella che “ragazzi, se non sapete fare qualcosa tranquilli che io so fare tutto”. Già. Ah, e c’è un altro ragazzo taiwanese che durante il giro di presentazioni, mentre tutti nominavamo videogiochi o anime preferiti, ha pensato di includere la storia di quella volta in cui ha pescato con suo zio un tonno lungo un metro. Hm.
Spero vivamente che il collante della classe non consista solo di passioni in comune, altrimenti visto il mio schifo per tutto ciò che è animazione che non mi ricordi la mia infanzia mi considero già tagliata fuori. Durante le presentazioni, ogni volta che qualcuno diceva “Il mio anime preferito è inserirenomeanime“, dai banchi si levava un disgustoso coro di “ooooh” e “aaaaah” e gridolini fastidiosamente eccitati, mentre io nella mia ignoranza pregavo che qualcuno prima o poi dicesse “a me non piacciono gli anime, preferisco le serie tv americane”. Ma non l’ha detto nessuno.

L’unico Charles della mia vita.

17 aprile
Oggi. La mattinata è trascorsa a imparare come farsi un account su Gmail (e, per la cronaca, con questo ho creato il mio quinto indirizzo e-mail, posso farmi un sacco di profili falsi ovunque), mentre nel pomeriggio abbiamo iniziato un lavoro di gruppo che si protrarrà fino a martedì, il cui obiettivo è disegnare una mappa dei dintorni della scuola che sia interessante e artisticamente piacevole. La mappa in realtà può avere come tema qualsiasi cosa, ma la parola chiave è – notate bene“interessante”. Riunito il gruppo, constatato oltre a me tutti gli altri sono tutti cinesi e finito il round di presentazioni arriva il momento di decidere il tema. Brainstorming! Cosa potremmo mai scegliere per rendere la nostra mappa unica, interessante e stimolante? Subito arrivano i consigli migliori in tutta la storia dei consigli. “Facciamo una mappa dei parcheggi”. “No, una delle stazioni del treno”. “Macchè, facciamone una con i ristoranti cinesi”.

Terrorizzata dall’idea di dover girare tutto il pomeriggio a cercare e mappare parcheggi (seriamente? parcheggi?) ho proposto di lavorare invece sui locali a tema di Akihabara, che si trova ad appena un quarto d’ora a piedi dalla scuola. Fortunatamente l’idea ha avuto un riscontro positivo, e abbiamo deciso di partircene alla volta della città elettrica alla ricerca di bar, ristoranti e caffetterie carine.
To be continued…

Insomma, questi sono stati i miei primi giorni di scuola. Sicuramente i prossimi due anni saranno pieni di esperienze pazzesche, sono veramente curiosa di vedere come andrà quando le lezioni cominceranno effettivamente.

Grazie per essere rimasti con me per quasi 2000 parole, vi lascio con alcune domande: da piccole/i preferivate Charles/Kamura o Eric/Hayama? Fa caldo in Italia? Chi volete sul trono di spade?

Alla prossima!

Altro mese, altre cose random sulla metropoli.

L’aggiornamento del blog procede a rilento, e il post random sul secondo mese arriva con circa una settimana mille giorni di ritardo. Prima che me ne sia potuta accorgere ho già trascorso metà del mio soggiorno qui, e continuo ad essere perplessa sulla metropoli e sui suoi abitanti.

1. Ci hanno chiuso il tetto di cui parlavo con entusiasmo nello scorso articolo. Il primo impatto con quella porta di ferro che per la prima volta non si apriva è stato davvero traumatico. Aggiornamento: dopo circa tre settimane lo hanno riaperto, ho tirato un respiro di sollievo.

2. Mi è stata spacciata della Nutella, sono veramente grata a chi mi ha aiutata in questo poco legale compito, ora sono felice pure se tra due giorni non lo sarò più perché sarà già finita. Pazienza.

3. I giapponesi sono senz’anima.

4. Il mio sentire la mancanza di casa si è tradotta in: finire un barattolo di Nutella da quattrocento grammi in meno di una settimana, cercare in internet un posto dove poterla comprare, trovarlo e provvedere a una spesa autodistruttiva e costosissima che mi faccia sentire un po’ più nella mia cucina italiana.

Bentornata a casa, Anna!

Bentornata a casa, Anna!

5. Qui la gente non si cura molto di te, qualsiasi cosa dicano i giapponesi sul loro proverbiale rispettare gli altri e preoccuparsi della presenza e delle reazioni altrui. La gente ti spintona per salire e scendere dal treno, non chiede permesso, non si preoccupa di scansare l’ombrello quando piove passando in una strada stretta e tu ti ritrovi completamente fradicia e per poco non ti si cavava pure un occhio.

6. Amo le caffetterie dove tutti se ne stanno da soli a pensare agli affari propri; ogni tanto provo ad immaginare la storia dietro ogni singolo volto. In quella dove vado di solito, a trecento metri da casa, vedo sempre le solite facce. Siamo una fredda famigliola di persone sole, con i nostri libri, i nostri caffè, i nostri iPod. Nelle caffetterie riacquisto un po’ di sanità mentale.

7. Esistono dei locali dove puoi coccolare dei gattini mentre bevi il tuo caffé. Se entrassi là dentro non riuscirei più a uscirne, un po’ come il loop della dannata Nutella. Me ne terrò alla larga.

8. Saizeriya è stata una scoperta straordinaria. Una catena di cheap family restaurant che fa cucina italiana, che costa poco (un piatto di pasta circa 3,50€, una minipizza sempre 3,50€, bibite, caffè e cappuccino gratis a volontà e così via).

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Piccola, ma con la mozzarella di bufala.

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Prezzo per pizza + tiramisù: circa quattro euro e mezzo. Not bad!

9. Oggi ho avuto la prima esperienza di entrata in volata nella metropolitana. Ho sempre guardato con ammirazione quelli che mentre le porte si stavano chiudendo trovavano comunque il coraggio di lanciarsi nel vagone come se non ci fosse un domani, e finalmente quel coraggio l’ho trovato anche io. Essenzialmente la scelta era tra rischiare di venire schiacciata dalle porte o aspettare circa otto minuti per la metro seguente, e alla fine la prima opzione ha avuto la meglio. Mi sono cagata addosso, per un attimo mi sono sentita come uno dei protagonisti di Saw. “Tokyo Metro vuole fare un gioco con te”.

10. Cose che ti rallegrano un po’ la giornata. Ero con un amico giapponese, N., ed a un certo punto gli arriva sul telefono un messaggio da parte di una sua amica di liceo che non vedeva da tempo. Il messaggio diceva: “Ciao, quanto tempo! Sei per caso in giro con una bellissima ragazza straniera? Mi pare di averti visto!”
SPOILER: la bellissima ragazza sono io! Ohohohoh grazie amica di N.

11. Ho giocato a biliardo dopo tantissimo tempo (tre mesi come minimo, facciamo pure quattro). Non c’è niente come la mia crew di Mestre, ma pure oggi non è stato male. L’unica pecca è stato il prezzo, circa 12 euro a testa per poco più di due ore. Al nostro biliardo malfamato ed abitudinario di Mestre ne pagavamo 4, ma qui hanno la brutta abitudine di vendere le cose ed i servizi a persona, e non a stanza/tavolo/ecc.

12. Saitama (e, nello specifico, la zona di Kawagoe) sta diventando come una seconda casa. Mi ricorda così tanto Trento che non posso che volerci ritornare.

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13. Mentre i miei coinquilini si fanno polpo e patate io mi nutro di crocchette surgelate ed edamame, ma è colpa mia che spendo i soldi per la cena al biliardo o al karaoke. Questione di priorità suppongo.

14. Ho una voglia pazzesca di andare al mare, fare barbecue, andare in giro per i colli bolognesi con la Vespa Special che ti toglie i problemi, fare tutte quelle belle cose estive che non si sa se si potranno fare o no perché siamo apparentemente entrati nella stagione delle piogge che durerà più o meno fino a luglio. Speriamo in bene.

15. La cosa dei “tre supermercati” di cui vi parlavo in alcuni articoli precedenti è andata a farsi benedire ultimamente.  Faccio la spesa solo in quello sotto casa ed essenzialmente compro solo edamame, caffellatte, pane e crocchette surgelate. Tutto ciò che non è compreso nei suddetti articoli lo prendo d’asporto in giro.

16. Non pensavo che i coreani fossero così brava gente, bravi coreani, vi voglio bene.

17. Lo scorso weekend i nostri amici di Kanagawa hanno organizzato un italian party nella loro università, e ho bevuto il primo spritz dopo tre mesi. Gioia e giubilo, mi sono venute le lacrime agli occhi al primo sorso.

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Qui avevo già finito di piangere, ma ero comunque molto emozionata.

18. Qui si vendono i deodoranti in coppia, uno in formato lacca per capelli per l’uso casalingo e l’altro in formato mini per quando si va in giro. Roba seria, poco fa in metro ho visto una pubblicità che recitava pressapoco “Un uomo profumato sembra un uomo di successo”. Sembra!

19. Ho ricevuto il primo abbraccio da parte di un giapponese, anche se c’era il trucco: K. ha vissuto per un anno in Italia (e proprio in Italia lo ho conosciuto), parla benissimo l’italiano e conosce almeno cinque modi diversi per insultare le ragazze di facili costumi. Resta il fatto che è stato un gesto alquanto inaspettato, poi ultimamente ho l’emozione facile ed ancora una volta mi sono quasi commossa.

20. Finisco l’articolo con della buona musica giapponese, che non pensavo esistesse. Sono in loop continuo da quasi una settimana. Ultimamente quando vado al karaoke con i giapponesi prendo appunti, si scoprono gruppi davvero niente male!

Per oggi è tutto, mi scuso per l’enoooorme ritardo dell’articolo e come al solito non so dirvi quando arriverà il prossimo. Abbiate fede! Alla prossima, vi voglio bene e tanti abbracci per tutti.

Washlet, o del gabinetto degli dèi:

Poco fa discutevo col mio ragazzo cercando di decidere se stasera scrivere un post generale sulla mia giornata o uno più specifico sul washlet (se vi state chiedendo cosa sia un washlet, dopo lo spiegherò nei dettagli), e lui mi ha suggerito di scegliere questa seconda opzione, se mi aveva così colpita. Se si parla di “colpire”, dunque, non posso far altro che lanciarmi in questa entusiasta monografia di questo leggendario sanitario da bagno, nonché una delle cose per le quali siamo costretti a riconoscere la superiorità del Sol Levante (fonte: il blog del mio collega).

Disclaimer: questo post conterrà foto di gabinetti, se vi aspettavate i ciliegi in fiore scorrete fino in fondo alla pagina e sarete in minima parte accontentati.

Il washlet, questo sconosciuto. Ma partiamo dal principio. Ero con due compagni di viaggio a Shibuya, e dopo aver camminato per tutto il giorno si iniziava a sentire il bisogno di sedersi per un attimo e l’occhio cade su Silkream Dolci Café (sì, lasciamo perdere il nome), un locale apparentemente molto carino che poi ha rivelato contenere un immenso vortice malefico di maleficità: partendo dal fatto che il prezzo medio per una crépe si aggirava sugli 800yen (poco meno di 7€) e che la cosa meno costosa che potevi ordinare era un succo all’arancia da 450yen che aveva lo stesso sapore di quelli del Lidl, passando dal fatto che fosse un locale solo per donne o per uomini accompagnati da donne ed concludendo con la seguente scena, dove D. è un mio compagno, L. la mia compagna e poi ci siamo io e la gentile commessa.

Gentile Commessa: “Se gli onorevolissimi clienti sono pronti per ordinare, sono pronta ad accogliere umilmente la Loro ordinazione.”
D: “Sì, allora io prendo questa crépe.”
L: “Io prendo un thé.”Io: “Io nulla, divido la crépe con lui.”
Gentile Commessa: “Sono desolata, molto onorevolissima cliente, ma in realtà la politica del nostro umile negozio consiglierebbe se non la disturba di avere un’ordinazione per cliente” (traduzione: “ciccia, se non ordini te ne devi andare e restituire pure l’acqua che ti abbiamo dato gratis sulla fiducia”).

Meh. Quindi per una crépe, un thé caldo ed un succo all’arancia del Lidl abbiamo speso quasi quanto ieri sera a cena per tre porzioni di udon.

Stiamo comunque parlando di questa crépe, al tiramisù con gelato alla vaniglia e caramello a parte.

Stiamo comunque parlando di questa crépe, al tiramisù con gelato alla vaniglia e caramello a parte.

Vi starete probabilmente chiedendo come da questa storia arriveremo a parlare di washlet, o molto più probabilmente vi starete chiedendo che diamine sia un washlet.
Beh, a un certo punto ci siamo messi a pensare che con i soldi che gli avevamo lasciato tanto valeva andare pure in bagno, e quindi uno alla volta ci andiamo. Apparte gli specchi con intarso in simili-marmo alla maniera di Luigi XVI e la molto fine musichetta francese che accompagnava amenamente la pisciata  l’uso della toilette, eccolo lì, per la prima volta sotto i miei occhi da turista entusiasta per qualsiasi cosa: il tanto sospirato ed invidiato washlet.

Lo so, non sembra nulla di che a vederlo così, ma aspettate di sentire di che cosa è capace.

Lo so, non sembra nulla di che a vederlo così, ma aspettate di sentire di che cosa è capace.

Prima di raccontarvi la mia entusiasmante esperienza con questo marchingegno del demonio, lasciate che ve ne decanti un po’ le lodi facendo un bel copia-incolla dalla pagina di wikipedia dedicata.

La toilette moderna in Giappone, comunemente definita in giapponese washlet (ウォシュレット) o sedile pulente con acqua calda, è attualmente il più moderno tipo di sanitario, con un’ampia gamma di gadget. Il Washlet Zoe della TOTO è addirittura entrato nel Guinness dei primati, come il sanitario più sofisticato al mondo con la bellezza di 7 funzioni. […] Nel 2002, quasi la metà delle abitazioni private in Giappone possedeva un sanitario di questo tipo, più di quante non abbiano un personal computer. Anche se a un primo sguardo può sembrare un normale sanitario di tipo occidentale, esso ha numerosi optional, come un asciugatore ad aria calda, un asse riscaldato, possibilità di massaggio, regolazioni della temperatura e del getto d’acqua, apertura automatica del coperchio, sciacquone dopo l’uso, pannelli di controllo senza fili, riscaldamento e aria condizionata per la stanza, e così via, come parte sia del sanitario che del sedile. Queste caratteristiche possono essere comandate da un pannello di controllo che può essere collegato al fianco del sanitario stesso o essere su una vicina parete, spesso con un collegamento senza fili per trasmettere i comandi al sedile.

Non lo trovate fenomenale? Nel momento in cui ho poggiato il mio regale posteriore sull’asse e mi sono accorta che non solo non era gelido come solitamente accade, ma era pure riscaldato dall’interno, mi sono resa conto che di una cosa del genere non potrò più farne a meno. C’è da ringraziare che stia arrivando la primavera, perché se fossi venuta qui nel semestre invernale col cavolo che avrei usato il bagno di casa, mi sarei scelta un café o una casa altrui ed avrei fatto il nido lì.
Ho inoltre dovuto provare i vari bottoncini che vedete nella foto sopra; quelli più grandi servono a selezionare la funzione, e nell’ordine: stop, regale didietro, “yawaraka” (simile al precedente, ma con un getto più soft), bidet, regolazione della potenza del getto, regolazione della temperatura. I tastini più piccoli sopra, invece, sono: grande, piccolo (penso riferito alla quantità d’acqua al momento di tirare lo sciacquone), move, massaggio ed asciugatura.
Ovviamente non ho provato tutto perché si era anche fatta una certa e non potevo certo passare un’altra mezzora in bagno a studiarci su; fattostà che ora potete ben capire come mai sono rimasta piacevolmente “colpita” sia dal washlet che dal suo confortevole getto d’acqua calda.

Ecco un altro tipo di washlet, stavolta con comandi a lato, avvistato all'aeroporto di Narita.

Ecco un altro tipo di washlet, stavolta con comandi a lato, avvistato all’aeroporto di Narita.

Completo il tutto con un’ultima citazione, sempre da wiki, che sembra una sciocchezza ma non lo è per niente:

 Il pannello di controllo è spesso collegato a un sensore di pressione sul sedile stesso, che ne consente l’accensione solo in caso di effettivo utilizzo del bidet: questo per ovviare agli inconvenienti con i primi modelli, quando molti curiosi premevano il tasto che attiva l’opzione lavaggio per vederne/capirne il funzionamento, e prontamente ricevevano uno spruzzo d’acqua in viso.

Vi consiglio comunque di leggere tutta la pagina di wikipedia dedicata per scoprire un sacco di altre cose interessanti sulle funzionalità di questo gioiellino, e non ci resta che sperare che alla dogana non facciano troppi problemi una cosa del genere arrivi presto anche in Italia. Nel frattempo, per non farci mancare niente, ecco le solite fotografie a random che mi fa sempre piacere condividere!

Fiori di ciliegio a Nakano, vicino a casa mia.

Fiori di ciliegio a Nakano, vicino a casa mia.

Il pranzo di oggi, che è costato quanto la crépe di cui sopra. Riso con tempura di verdure di stagione, zuppa con patate dolci e carote, una piccola frittata e alcuni pickles di dubbia specie.

Il pranzo di oggi, che è costato quanto la crépe di cui sopra. Riso con tempura di verdure di stagione, zuppa con patate dolci e carote, una piccola frittata e alcuni pickles di dubbia specie.

Nicholas Cage vi saluta!

Nicholas Cage vi saluta!

Uno scorcio provvisorio di Shibuya, giusto per non farvi rimanere a bocca asciutta!

Uno scorcio provvisorio di Shibuya, giusto per non farvi rimanere a bocca asciutta!

Ema (tavolette votive) fuori da un santuario scintoista, nel centro di Shibuya.

Ema (tavolette votive) fuori da un santuario scintoista, nel centro di Shibuya.

Vi ringrazio un sacco per i continui feedback e per continuare a leggermi, spero di continuare ad essere abbastanza interessante sia per chi il Giappone non lo ha mai visto, sia per chi non lo vuole manco vedere e anche per chi è già qui o verrà prossimamente a studiare come me.
A presto!