La ragazza perfetta secondo i giapponesi in ventidue punti.

Ciao amici, sto scrivendo un post palesemente filler e nemmeno me ne vergogno. Vabbè.

Tutto nasce da questo tweet.

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Trovate l’originale qui .

Retwittato quasi diecimila volte, per la maggior parte da ragazze giapponesi, dice: “Le aspettative degli uomini sono troppo alte HAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAH” (lo giuro, leggere quel “wwwwwww” è proprio molesto come leggere una lunghissima finta risata scritta in maiuscolo). L’immagine è stata presa da una rivista per aitanti giovani virili e contiene le caratteristiche che la donna ideale dovrebbe avere. Vogliamo vederle tutte, punto per punto?

Prima però prendete carta e penna e contate quanti punti si applicano a voi stesse. O a voi stessi. Ffffatto?

1. Viso: deve avere un viso carino (vi ricordo che in Giappone il “carino” (kawaii) si contrappone quasi antiteticamente al “sexy”); quando ride compaiono le fossette; trucco naturale. Trucco naturale, cioè fondotinta come se non ci fosse un domani e ciglia finte. E colla per le palpebre. E nastro adesivo per far comparire le borse sotto gli occhi.

2. Capelli: neri, lunghi, che si arricciano verso il fondo. E si arricciano verso il fondo molto naturalmente, proprio come il trucco di prima.

3. Altezza: 160cm. Così alta? Ma è più alta della maggior parte degli uomini giapponesi! (No, okay, sto esagerando).

4. Peso: 48kg. Indice di massa corporea 18.75, cioè 0.25 sopra la soglia del sottopeso. Ma comunque normopeso, quindi bravi giapponesi, se vi piacciono magre almeno avete scelto una magrezza accettabile.

5. Seno: coppa C. È la coppa più frequente in Giappone, e corrisponde a una nostra seconda scarsa.

6. S o M? S. Ecco, qui c’è un discorso da fare. In senso generale, S sta per “sadist” e M sta per “masochist” – ma non dovete avere paura. I giapponesi hanno trasposto questa categorizzazione tendenzialmente utilizzata in ambito sessuale nel mondo di tutti i giorni, adottando le caratteristiche di entrambe le parti e adattandole a un contesto di flirting (o, più in generale, per descrivere la propria personalità). Ne deriva che una persona S è una persona caratterialmente forte, mentre una persona M è tendenzialmente remissiva e accondiscendente. Il fatto che gli uomini giapponesi preferiscano un tipo S mi ha lasciata un po’ sorpresa!

7. Profumo: di sapone. Insomma, dev’essere una ragazza pulita. Ci sta.

8. Personalità: tsundere. Il termine tsundere indica un personaggio arrogante, acido e freddo che in seguito si rivela di buon cuore, dolcino e tanto tenero. Oh, Giapponesi, ma quanto ci siete affezionati a queste cose da manga/simulatori d’appuntamento?

Solo per intenditori.

Solo per intenditori.

9. Frase celebre: “Sceeeemo! <3” (“Baaaaaka! ❤ “) È una cosa che si collega un po’ allo tsundere qui sopra, l’uomo giapponese adora la donna che lo chiama “scemo” in modo affettuoso, dimostrandogli poi con gli atteggiamenti (più che a parole) che invece è onestamente presa da lui e che lo trova l’uomo più intelligente e affascinante della terra.

10. Stile: kawaii. Anche qui, l’uomo ricerca nella sua donna ideale un abbigliamento kawaii, cioè carino e puccioso (e anche qui si contrappone al “sexy”). Un uomo giapponese che vede una donna supersexy per strada probabilmente la guarderà, ma non vorrà averci una relazione perché non gradirà l’idea che la sua donna mostri a tutti la sua mercanzia – il fortunato dev’essere solo lui. È un ragionamento che sta in piedi, no?

11. Hobby: cucina. Classic.

12.Musica preferita: rock. Questo fa a pugni con tutti i punti che abbiamo visto finora, ma andiamo avanti.

13. Cibo preferito: gelato al tè verde. Okay, qui le cose si stanno facendo abbastanza precise. L’unica cosa che mi viene in mente quando penso al gelato al the verde è…

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Fonte: Natale a Tokyo , di Dario Moccia.

14. È brava in: materie umanistiche.        

15. Voti scolastici: in alto nella fascia intermedia. Abbastanza intelligente (?) da portare avanti una conversazione, ma non abbastanza per mettere in soggezione il Maschio.

16. Club scolastico: danza. Danza cosa? Classica? Moderna? Hip hop? Tradizionale nepalese?

17. Debolezza: lo sport. Scusa? Ma non doveva far parte del club di danza?

18. Fratelli e sorelle: un fratello più piccolo.

19. Animale domestico: toy poodle. Dai, quei barboncini piccolissimi e derpissimi che qui in Giappone vanno un casino. Quelli che quando li prendi devi fidarti della parola commesso, perché li chiamano “toy poodle” ma se poi non sono very “toy” e crescono un po’ più del dovuto chessifà? Non voglio nemmeno pensarci.

20. Manga preferito: ONE PIECE.

21. Lavoro part-time (arubaito): in un café.

22. Se le chiedi che tipo di ragazzo le piace… Risponderà “uno gentile, come te ♡”. Ma non abbiamo detto che ai giapponesi piaceva la tsundere? More like, “Che tipo di ragazzo mi piace? Di sicuro non tu, senpai >///< *tsun tsun*”.

Questo è quanto. Non è poi molto, no?
Avete contato quanti punti avete fatto? Io sono arrivata a 5 su 22. E tra questi figurano l’essere alta 160cm, tsundere e odiare lo sport. Sono una persona bellissima.

Fatemi sapere nei commenti (qui o sulla pagina Facebook) quanti punti avete fatto!
Alla prossima.

Perdere un iPhone a Tokyo, o di come sono finita a firmare un contratto biennale per comprarne un altro.

Partiamo dall’inizio, cioè da due domeniche fa.
Ero di ritorno dal Kanamara Matsuri, la cui fama lo precede, col mio iPhone 4 carico di speranze e fotografie goliardiche che non vedevo l’ora di mostrarvi. Ho cambiato tre linee metropolitane. La prima da Kawasaki Daishi a Shinagawa, linea Keikyu Kawasaki, treno rapido. La seconda da Shinagawa a Shinjuku, linea Yamanote. La terza da Shinjuku ad Asagaya, linea Chuo, treno locale.
Arrivata ad Asagaya, casa dolce casa, mi sono attardata a prendere un caffè freddo e un cornetto al cioccolato da St. Marc Café, che pioveva a dirotto e tirava un vento meschino e me li meritavo. Uscita da St. Marc Café ho fatto un salto da 7 Eleven, comprato del cibo probabilmente malsano e qualcosa da bere. Mi sono incamminata verso casa. Entrata nella mia stanza ho frugato nella solita tasca del solito zaino e mi sono accorta che “la solita cosa” che mi aspettavo di tirar fuori da lì faticava a farsi trovare. Ho guardato meglio. Ho guardato nell’altra tasca. Ho guardato ancor meglio. Ho controllato quindici volte. Nella mia borsa non c’era nessun iPhone. La cosa pazzesca è che dall’ultima volta che avevo preso in mano il telefono, facendo un rapido calcolo, era passata almeno un’ora e mezza. Al giorno d’oggi esistono ancora persone che per così tanto tempo riescono a stare senza controllare Facebook, senza scattare una foto a una lattina abbandonata per strada, senza farsi un selfie, senza mandare un messaggio a qualcuno? A quanto pare sì. Non pensavo di rientrare in questa peculiarissima categoria di persone. A quanto pare sì.

Come fate a stare senza fotografare lattine abbandonate per più di un'ora e mezza? Non lo so.

Come fate a stare senza fotografare lattine abbandonate per più di un’ora e mezza? Non lo so.

Non avevo mai perso nulla di così importante nemmeno in Italia, quindi mi sono ritrovata abbastanza confusa. Cosa si fa in questi casi? Con chi devo parlare? A chi devo chiedere? Il mio telefono mi tornerà mai indietro o l’ho perso per sempre? Come farò a postare le foto del Kanamara Matsuri sulla mia pagina di Facebook e farvi morire d’invidia?

Ho convenuto abbastanza rapidamente con me stessa che la cosa migliore da fare era interpellare il magico e onnisciente mondo di internet, che sicuramente avrebbe saputo aiutarmi. Viene fuori che esiste una app per rintracciare tutti i propri dispositivi Apple purché siano ancora accesi e purché abbiano questa app installata e/o siano registrati su iCloud. Beh, indovinate cosa: non avevo idea che una cosa simile esistesse e non mi ero nemmeno mai posta il problema, quindi figurarsi se uno qualsiasi dei miei dispositivi Apple avrebbe potuto rintracciare il mio povero disperso telefono. Ci ho provato comunque eh, che non si sa mai, ma il miracolo che mi aspettavo non è avvenuto.

Mentre succedevano tutte le cose elencate nell’ultimo paragrafo, il mio compagno di viaggio M. ha insistito per tutto il tempo col fatto che forse sarei dovuta andare al koban 交番 (leggi: chioschetto della polizia) più vicino a fare denuncia. Da cocciuta testarda come sono è trascorsa un’ora buona prima che mi decidessi a dargli retta, ad alzare il culo dal letto e ad andare una volta per tutte dalla polizia per avere almeno una speranza che il telefono perduto mi ritornasse indietro.

Arrivata nel baracchino della polizia, due metri di lunghezza per tre di larghezza, ho compilato un modulo dove segnavo di preciso cosa ho perso, dove l’avevo perso, a che ora e le particolarità dell’oggetto in questione. Fortunatamente si parla di un iPhone 4, modello che in Giappone è talmente superato che probabilmente a Tokyo lo avranno conservato come reperto archeologico appena cinque o sei persone. Ho lasciato un recapito e il poliziotto mi ha lasciato una promessa: “ti chiameremo se qualcuno di animo gentile ci riporterà il tuo telefono da pezzenti” (non ha detto esattamente così, ma l’ho letto tra le righe).

Dei ciliegi, per gradire.

Dei ciliegi, per gradire.

Ho aspettato tutta la sera, ma non mi è arrivata nessuna telefonata. Il giorno dopo nemmeno. Verso le otto di sera sono uscita per andare a bere una cosa in questa izakaya 居酒屋 (leggi: locale zozzo dove si beve e si mangia a prezzi ragionevoli) a Koenji, e quando ne sono uscita controllando per caso il telefono ho trovato una chiamata persa. “BENE”, ho pensato, “BENE, erano solo 35 ore che aspettavo questa chiamata stando ossessivamente attaccata a questo catorcio di telefono pre-pagato, lo perdo d’occhio un attimo ed ecco, non poteva andare diversamente”. Ho richiamato. Ha risposto una donna. Da qui in poi io assumerò l’iniziale T (di TokyoistKrieg e di Tapina), mentre la donna si prenderà la O (di Operatrice e di Ottusa).

O: “Pronto, risponde un ufficio a caso di Suginami, chi parla?”
T: “Salve mi chiamo TokyoistKrieg, ho visto che avete chiamato da questo numero poco fa…”
O: “Aspetti che controllo. (…)”
T: “Potrebbe essere per il telefono che ho perso ieri pomeriggio?”
O: “Ah, sì, ecco! Era un iPhone 4, giusto? Non è che potrebbe ripetermi anche le altre specifiche?”
T: (visibilmente e udibilmente emozionata perché sente di stare per riabbracciare il suo telefono smarrito) “Sì, dunque, ha una cover rossa e un adesivo sul pulsante home.”
O: “La sim al suo interno è della Au?”
T: “No, è una prepagata per il traffico dati B-Mobile”.
O: “Ho capito. Attenda solo un attimo.”

…per svariati minuti diverse musichette (di cui ricordo solo Per Elisa) si alternano in linea lasciandomi appesa come una carpa koi ad una lenza. Poi, quando meno me l’aspetto, una voce maschile ansimante e strascicata inizia ad attacarrmi come se stesse rantolando i suoi ultimi respiri. Questo nuovo personaggio si chiamerà N (di Nuovo Personaggio e di Nonstocapendonulladiquellochemistaidicendo).

N: “Pronto, scusi se l’ho fatta aspettare.”
T: “Non c’è problema.”
N: “Allora, lei ha perso un telefono? Mi può dire le sue caratteristiche?”
T: “Sì, allora. Aveva una cover rossa, un adesivo sul pulsante home…”
N: “Il pulsante home?”
T: “Sì, quello subito sotto lo schermo, al centro. Ha un adesivo rosso sopra.”
N: “Guardi, abbiamo trovato un telefono che risponde a questa descrizione. Mi fornisce gentilmente il codice per sbloccarlo così confermiamo che è proprio il suo?”
T: (a questo punto mi sentivo così vicina alla meta, ma così vicina…) “Sì, il codice è 1234”.
N: “1234? Ho capito, attenda un attimo.”

…per ulteriori svariati minuti ulteriori diverse musichette si alternano in linea lasciandomi appesa come un kakemono in una sala da tè.

N: “Pronto, guardi che il codice non corrisponde. Mi riconferma che è 1234?”
T: “Sì, confermo. 1234.”
N: “Il codice è errato, il telefono non si sblocca.”
T: “Chiedo scusa ma sarebbe possibile venire direttamente lì a controllare di persona se il telefono è mio?”
N: Sore wa chotto… それはちょっと…”
T: “Mi scusi, ma mi conferma che stiamo parlando di un iPhone 4 con la cover rossa e un adesivo rosso sul pulsante home?”
N: “No, qui non c’è nessun adesivo. Ma nel telefono c’è una sim card di Au?”
T: “No, come dicevo prima alla sua collega all’interno c’è una prepagata per il traffico dati B-Mobile”.
N: “Ah no, allora non può proprio essere. Qui c’è dentro una sim Au.” *click*

E riattacca, lo stronzo.
E non ho nemmeno il tempo di riprendermi da questo essere presa a cornettate virtuali in faccia che mi arriva un sms, il quale mi avverte con un tempismo pressoché perfetto che il mio credito residuo è inferiore ai 300 yen. Nell’ultima telefonata ho speso qualcosa come dieci euro, insomma. Per niente.

Perse quasi le speranze di ritrovare il mio telefono, ho deciso di sottoscrivere un abbonamento biennale con Softbank, uno dei maggiori operatori telefonici giapponesi, per un iPhone 5s. Perdonate il mio essere posh, ma come ho detto il 4 è ormai superato e qui ti vendono solo l’ultimo modello.

Qualche giorno dopo mi sono dunque recata nel negozio Softbank di Roppongi dove sono stata accolta da una commessa dolcissima e gentilissima che dopo avermi offerto da bere si è presa cura di me come se fossi una sua amica di lunga data. Grazie, N-san, non ti dimenticherò mai. Non ve la faccio troppo lunga, ma conclusa la transazione sono tornata a casa con:
1. Una borsa porta-bento esclusivissima griffata Softbank Roppingi.
2. Una confezione di condimento per il riso.
3. Una bilancia pesa-persone super-tecnologica che calcola tutto quello che può calcolare, e che ti parla pure. Giuro, la cosa difficile è farla stare zitta.
4. Un braccialetto fitness non meglio classificato, anche questo super-tecnologico, anche questo che calcola tutto quello che può calcolare (a partire dalle ore di sonno, passando per le volte in cui ti svegli di notte e arrivando alle calorie bruciate). Non l’ho mai usato e non lo userò mai.
5. Fortunatamente, un iPhone 5.

Io volevo solo un telefono...

Io volevo solo un telefono…

Soddisfatta tutto sommato del mio nuovo reattore a propulsione dalle sembianze di uno smartphone, la mia vita è proseguita spensierata per un altro paio di giorni. Avevo quasi dimenticato il mio precedente iPhone 4 (lo so, l’ho superata abbastanza in fretta), quando a uno dei miei compagni italiani – quello che mi aveva attivato la famosa sim B-Mobile – arriva una misteriosa telefonata dalla suddetta compagnia telefonica. Dopo un tira e molla durato diversi giorni in cui la B-Mobile provava a contattare il mio amico e non riusciva a raggiungerlo e viceversa, abbiamo finalmente capito che il mio telefono è stato ritrovato da qualche parte del Giappone. Gioia e giubilo!

Ho richiamato personalmente il koban in cui pareva fosse depositato il mio telefono, ma disgraziatamente era sabato e loro “non si occupano di lost&found durante i weekend”. Ma tranquilli, prendetevela pure comoda.
Ho richiamato lunedì.
Mi hanno confermato che il telefono lo avevano loro.
Sono corsa a Mitaka, a due fermate di distanza da casa mia, trepidante nell’attesa di riaverlo nuovamente tra le mie braccia.
Ho esibito un paio di documenti d’identità.
Il telefono mi è stato restituito.

Avevo sentito più volte parlare dell’efficienza del sistema lost&found giapponese, ma fino a questo momento non riuscivo a credere al fatto che perdendo qualcosa di valore in giro per Tokyo qualcuno avrebbe preso quel qualcosa e l’avrebbe riportato alla polizia.
Ho perso un iPhone a Tokyo e l’ho ritrovato in una settimana. La vita è bella.

Bentornato iPhone 4, ti voglio bene anche se adesso ho un telefono migliore di te.

Bentornato iPhone 4, ti voglio bene anche se adesso ho un telefono migliore di te.

Tutto è bene quel che finisce bene, amici.
Vi chiedo scusa per l’enorme ritardo di quest’ultimo post, spero di tornare presto a essere attiva e reattiva!
Buona settimana a tutti.

Idee regalo per i vostri cari, o delle invenzioni più inutili della galassia.

Sappiamo tutti che quando si parla di invenzioni straordinarie e contemporaneamente di dubbia utilità i giapponesi saltano fuori immancabilmente. Visto che ho abbandonato il blog da quasi due mesi ho deciso di scrivere un post-flash per presentarvi alcuni prodotti di cui non potrete più fare a meno – leggere per credere.
Dunque bando alle ciance e via ❤

Categoria A: beauty supplies.

Se pensate che la vostra faccia sia troppo tonda, che il vostro naso sia troppo schiacciato, che le vostre orecchie ultimamente hanno preso una piega strana o se vi ritrovate ad avere venticinque anni e a dimostrarne quasi ventisei, questa è la categoria che fa per voi.

AGERU FACE MAKER

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Prezzo: 23 euro.

Usando questa pratica fascia di plastica per soli dieci minuti al giorno, la vostra faccia sembrerà più giovane e fresca! While looking like an idiot.

BB SPORTS BODYMAKER FACE CONTROL

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Prezzo: 19 euro.

Se avete sempre sognato di avere una mascella scolpita come quella dei coreani, per soli 19 euro potrà arrivarvi a casa questa splendida amaca da mento che usa le vostre orecchie al posto dei classici alberi e con la quale potrete ottenere quella “macho face you’ve always wanted” praticamente senza sforzo. Cosa state aspettando?

FACEWAVER EXERCISE MASK

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Prezzo: 46 euro.

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“AAAAAAGGGHHHHH”

Anche questo piccolo miracolo della scienza permette teoricamente di rilassare e assieme esercitare i muscoli della faccia, migliorare la circolazione sanguigna eccetera. NOPE.

BEAUTY LIFT FACE NOSE

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Prezzo: 52 euro.

Questo attrezzo malefico, che tra l’altro vibra, promette di dare una risistemata al vostro naso. Con soli tre minuti al giorno tutti vedranno la differenza! (…dice il sito, ma ne dubito fortemente).

FACE SLIMMER EXERCISE MOUTHPIECE

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Prezzo: 47 euro.

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Derpderpderpderpderp

Lo so, è la cosa più inquietante e sviante che abbiate mai visto. In realtà è un economicissimo attrezzo per spianarvi la faccia ed evitare che vi vengano le rughe. Dovreste metterlo e poi iniziare a pronunciare tutte le vocali come la donnina qui sopra (“AAA IIII UUUU EEEEE OOOOO” cit.) di modo che il vostro bel faccino possa elasticizzarsi per bene.

EYELID TRAINER

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Prezzo: 19 euro.

Questo invece servirebbe per farsi venire la doppia palpebra all’occidentale.

Categoria B: cose antisgamo.

C’è un motivo se i giapponesi sembrano sempre così composti e puliti e perfetti. Non pensate che basti lavarsi 1-2 volte al giorno, zozzoni: c’è di più!

SARA-RI NUDY ARMPIT ANTI-SWEAT STICKER SET

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Prezzo: 15 euro.

Non ho ancora capito se i giapponesi non sudano per natura o se tutti hanno questo piccolo segreto nascosto nell’incavo dell’ascella, ad ogni modo well played, fellas.

DEOEST ODOR ELIMINATING DEODORANT UNDERWEAR

Schermata 2013-12-09 alle 14.13.34

Prezzo: 46 euro.

Schermata 2013-12-09 alle 14.13.20

Prezzo: 56 euro.

Sì. Sono mutande deodoranti. La pubblicità dice che riducono gli odori del 70% (mi piacerebbe sapere che esperimenti hanno condotto per arrivare a una stima del genere) e pertanto non dovrete più preoccuparvi di evitare il ristorante messicano prima di una serata romantica. Via libera a tutto il gas che volete! 〜

KARAKURI NECK CHARM

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Prezzo: 53 euro.

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Quando ho visto questo prodotto per la prima volta ho riso tantissimo. Il concetto di base è praticamente quello di prendere una molletta e pinzarsi sulla nuca la pelle floscia del collo per dare un effetto lifting immediato. E per soli cinquanta euro. Bargain! Tra una decina d’anni me lo compro anche io.

Categoria C: cose su cui farei un pensierino.

OKASHINA BANANA JUICE MAKER

I giapponesi sanno come pubblicizzare i loro prodotti, e a me è venuta voglia di frullato alla banana.

Alla prossima, farfalline! ❤

Some like it fake: un giro nei sexy shop giapponesi

Disclaimer: in questo post non c’è niente di che, ma se siete tra quelle persone a cui non va mai bene niente e che si scandalizzano per un nonnulla forse è meglio che vi spostiate su una pagina meno conturbante, tipo questa.
Disclaimer 2: vi consiglio caldamente di cliccare su tutti i link ipertestuali inseriti in questo post. O di non cliccarci se fate parte della categoria sopra, ma avete voluto comunque proseguire nella lettura. Poi fate vobis.

So che quando pubblicherò il link di questo post su facebook una mandria di curiosi si affollerà in Tokyoistkrieg per saperne di più su questo aspetto particolarmente significativo della terra del Sol Levante, quindi darò il meglio di me per non deludere nessuno!
…Sono queste le parole con cui avrei voluto iniziare il post, eppure sono costretta a deludervi fin da subito: i giapponesi non sono un popolo di maniaci sessuali come tutte le persone dotate di una connessione internet sono portate a pensare. Certamente in Giappone troviamo fetish che qualsiasi altro paese al mondo farebbe fatica anche solo a immaginare (figuriamoci a concepire), ma nonostante non sia una specialista né una ricercatrice del campo sono abbastanza sicura che la maggior parte della gente sia, in questo senso, normale in modo spiazzante. Mi spiego: gli italiani hanno rapporti sessuali, secondo le fonti più recenti, 108 volte all’anno; i giapponesi viaggiano attorno alle 45. Citando un articolo abbastanza recente intitolato: “Niente sesso, siamo giapponesi” (di S. Piersanti),

Da un’inchiesta condotta dal ministero della Salute con l’organizzazione Family Planning Association, il 34,6 per cento delle coppie sposate giapponesi ha rapporti sessuali una volta al mese e spesso a intervalli anche molto maggiori, sino alla totale astensione da ogni attività sessuale. Il 26 per cento delle donne sposate intervistate ha dichiarato di non aver avuto alcun rapporto sessuale con il marito durante l’anno. Il 44 ha sostenuto che avere una relazione sessuale attiva e duratura è troppo complicato e noioso. «Bisogna alzarsi, farsi la doccia, mettere in lavatrice biancheria e lenzuola. Tutto per cosa, poi? Preferisco far finta di dormire» ci conferma Yomo K., 28 anni, fioraia di Tokyo che, forse, ha un marito un po’ pasticcione.

Questo si concretizza in pochi bimbi, calo demografico, giapponesi in via d’estinzione e altre amenità varie.

Insomma, fa un po’ strano mettere a confronto questi dati e tutto ciò che mamma internet ci ha insegnato riguardo al Giappone come patria delle cose strane e dei gusti sessuali discutibili. Fa strano che il Giappone sia il paese in cui trovare del sesso a pagamento è più facile che trovare un bancomat con circuito Maestro funzionante e fa strano che qualcuno abbia davvero bisogno di sexy shop a sette piani + seminterrato. Io in quel famoso sexy shop ci sono stata, ed ecco che cosa ci ho trovato.
Il negozio è il M’s Pop Life Department di Akihabara, un mostro tutto verde di otto piani (stretti stretti, ma pur sempre otto piani), al cui ingresso ci aspetta un cartello che ci invita, cortesemente, a prendere l’ascensore e ad iniziare la visita dall’alto per non creare ingorghi sulle scale.

Eccolo, il mostro. Foto presa da qui.

Questa sono io perplessa nell'ascensore.

Questa sono io nell’ascensore. Penso che le mie perplessità si possano intravedere anche sotto tutti questi pixel.

Ho appreso solo qualche minuto fa che in quell’enorme emporio delle cose strane non si potevano fare fotografie, e che se fossi stata sgamata mi avrebbero costretta a cancellare tutto. Fortunatamente avevo una complice  (che sprono ad aggiornare il suo blog ogni tanto) che mi copriva dall’alto del suo metro e cinquanta, e dunque godetevi le fotografie più esclusive e malandrine che vedrete mai su Tokyo ist Krieg (o forse no, chissà cosa ci riserverà il futuro).

Ultimo piano, costumi: tra i soliti (e comprensibili) costumi da poliziotta, infermiera, cameriera e scolaretta che penso vadano anche in Italia (anche se non sono così sicura riguardo alle divise da scolaretta) si trovano costumi che ti fanno piegare la testa di lato dalla perplessità: costumi da bagno scolastici interi ed imbarazzanti, incomprensibili magliette a maniche corte a tinta unita senza nessuna attrattiva sessuale, mutandoni da nonna ed altre amenità che non capisco se c’è veramente qualcuno che le compra spendendoci 70 euri o se sono lì per fare un po’ di scena. Ovviamente non possono mancare i costumi delle eroine dei nostri anime preferiti: Sailor Moon, Rei Ayanami di Evangelion, Hatsune Miku e via dicendo. Per tutti i costumi i prezzi si aggirano tra i 50 e i 100 euro, che in alcuni casi possono anche starci ma che in alcuni casi proprio no.

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La mia complice, se non ricordo male, smaniava per il costume da poliziotta. Come biasimarla?

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Non ho capito cosa dovrebbe rappresentarmi il costume bianco e rosso nel mezzo. Any ideas?

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Sì, ai giapponesi piace travestirsi.

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Mutandine su mutandine su mutandine. C’è davvero qualcuno che va da M’s a comprare le mutandine, invece che in uno qualsiasi della miriade di negozi di biancheria intima che affollano Tokyo?

Scendiamo di qualche piano e iniziamo a trovare qualcosa di più “normale”. Sicuramente colpisce l’elemeno visivo: i colori sgargianti, la varietà, scritte su scritte, centinaia di prodotti allineati su scaffali inseriti a forza in questi mini-piani di una ventina di metri quadri. Corridoi larghi un metro che se incontri una persona che arriva dalla direzione opposta devi per forza tornare indietro fino alla cassa per farla passare, o cambiare direzione. Non c’è destra e sinistra, c’è solo avanti-dietro, come nei vecchi videogiochi di Super Mario. Nei corridoi stretti incontriamo stranieri come noi che sghignazzano indicandosi a vicenda le cose più assurde; poi troviamo gli onnipresenti impiegati in giacca e cravatta, che tengono lo sguardo basso e contemporaneamente tengono d’occhio le persone che hanno attorno per non essere viste nei loro acquisti compromettenti; gruppi di ragazze giapponesi (che ci hanno lasciate non poco stupite) che cercavano chissà cosa, e chissà se per loro stesse o come regalo per le loro amiche; infine, qualche sporadica coppia.

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Triggering: ho menzionato che i giapponesi hanno un debole enorme per le minorenni? E per “minorenni” non intendiamo quindicisedicidiciassettenni, intendiamo quella fascia d’età in cui sei in bilico tra scuole elementari e scuole medie (se non peggio). Se dovessi scegliere la cosa che mi disturba di più del Giappone, non sarebbe né la vendita di mutandine usate (vedi più avanti), né gli host club, né gli uomini integralmente depilati. Sarebbe probabilmente il fatto che in Giappone il possesso di materiale pedopornografico per uso personale non è perseguibile per legge. La nostra ex professoressa di letteratura giapponese ci raccontava che quando viveva lei in Giappone, qualche anno fa, le arrivavano via posta dei cataloghi a tema a dir poco orripilanti. Dal 2000 o giù di lì è stata almeno proibita la vendita e la produzione di suddetti materiali, e sebbene il governo abbia iniziato, a partire dallo stesso periodo, a pensare di prendere dei provvedimenti a riguardo, i reati di pedopornografia fanno tutt’altro che calare.
In questa amena cornice di schifo, si colloca tutto il materiale pedopornografico distribuito liberamente sotto forma di anime, fumetti, e tutte quelle cose disegnate e dunque “fittizie” che in quanto tali non possono far male a nessuno, VERO? Eh no, miei cari occhietti a mandorla. Tutto questo è profondamente, innegabilmente e indiscutibilmente SBAGLIATO.
Ora non spaventatevi, praticamente tutti i giapponesi sono delle gran brave persone, ma c’è decisamente del marcio a non condannare la distribuzione di materiali simili.

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La biondina qui presente è giovane, ma non è la più giovane che potreste trovare tra gli scaffali. Sappiate che c’è anche di peggio. Molto peggio. E sì, in questa pastellosa scatolina c’è esattamente quello che stavate pensando.

Una cosa che non capisco è la passione dei frequentatori di questo genere di posti per le mutande anonime e tristi. Basta che sulla confezione ci sia una splendida e formosa donnina con gli occhioni perché i nostri amici segaioli perdano la testa e comprino pacchi e pacchi di anonime mutande a righe bianche e verdi, bianche e rosa, bianche e gialle. Penso che il divertimento stia nel fatto che chi le compra pensa che le mutandine siano davvero appartenute alle ragazze super-kawaii disegnate sul pacchetto. Ad ogni modo, se c’è qualche lettore dalla mente più aperta della mia che sa spiegarmi il fascino di questo genere di biancheria, lo pregherei di lasciarmi un commento qui sotto.

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Secondo la confezione, la ragazza con i capelli rossi è una “carinissima studentessa” (e per fortuna che ce lo assicurano loro). Oltretutto pare che abbiano un “buon profumo”. Creepy.

Un discorso un pochino diverso va fatto per i prodotti qua sotto. Pensavo che fossero altre mutande di pessimo gusto, accompagnate da altri vestiti a caso tipo gonnelline, reggiseni, shorts eccetera, ma per amore della corretta informazione ho esaminato meglio la fotografia e mi sono accorta che fino ad ora non avevo nemmeno idea di cosa avessi effettivamente fotografato. Ebbene, amici miei, sono tutte cose dedicate a un mercato maschile. Cioè. Le indossano gli uomini. C’è proprio specificato che si tratta di “男の娘用” (otoko no ko you), cioè biancheria “rivolta ai travestiti”. Mi vedo questi giapponesi felici, magari capi d’azienda, che tornano a casa, si allentano la cravatta, tolgono la camicia e si infilano un baby doll. Che meraviglia, quante cose si scoprono.
Parentesi, siccome non ne ero sicura ho chiesto a un amico giapponese se le scritte sulle confezioni significassero veramente quello che immaginavo, e lui non ne aveva assolutamente idea. “Ma certo che non lo so, perché dovrei sapere il significato di certe cose?”. Rimango sempre perplessa per quanto certa gente conosca poco della propria lingua e della propria “cultura”, se di cultura si può parlare. Ignorano deliberatamente le cose che ritengono brutte, probabilmente hanno un filtro che fa passare solo gli unicorni, gli arcobaleni e il ramen. Contenti loro!

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Vedete quel cartello verde in alto col prezzo 70,000Y (circa 520 euro)? Si riferisce a qualcosa di non meglio specificato fornito di uretra e vagina, in taglia S e con dei capelli (o peli). I don’t even want to know.

Avete presente le leggende metropolitane secondo cui in Giappone esistono i distributori di mutandine usate? Nonostante le polemiche e l’abolizione della maggior parte dei distributori automatici che fino a qualche anno fa potevano essere tranquillamente trovati per strada tra un distributore di sigarette e uno di bevande analcoliche, queste macchine infernali possono essere trovate abbastanza facilmente nella maggior parte dei sexy shop. Solo una cosa mi lascia perplessa (solo una, CEEERTO): il prezzo. Mille yen (8 euro) sono decisamente poco per un paio di mutandine usate che nei negozi specializzati vengono a costare, ai poveri maniaci sessuali repressi che ne vanno in cerca, almeno cinque volte tanto. Il motivo di questa svalutazione? Posso solo immaginare, ma mi viene da pensare che forse vengono fornite senza la foto della ragazza che teoricamente le ha indossate. Boh. Non si sa. Mi informerò (o anche no).

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Loli-panties. I have no idea, a me sembrano solo mutandoni da nonna.

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Tenetevi forte, gente. Seiri-panties, ossia “mutandine da ciclo”. I HAVE NO IDEA.

Per rimanere in tema, concludo con questo video carino che ci insegna a non fidarci di niente e di nessuno (il fatto che il “maniaco” sia occidentale rientra perfettamente nella cornice di pensiero giapponese secondo cui “no, noi non facciamo queste cose”). Enjoy!

Anche per oggi chiudo il post con la sensazione di aver lasciato un po’ tutto a metà. Ce ne sarebbero di cose da dire sull’industria dell’amore e del sesso in Giappone, ma forse è il caso di posticipare la seconda parte a data da destinarsi (mi piacerebbe avere più fotografie e video autentici da mostrarvi, quindi magari la prossima volta che torno via…)
Grazie di seguirmi sempre, spero che questo post particolare non abbia offeso o scandalizzato nessuno, ma non dite che non vi avevo avvisati! Abbracci a tutti e alla prossima!

PS. Mi sono accorta di quanto tendo a fare di tutta l’erba un fascio parlando sempre di “i giapponesi questo, i giapponesi quello, i giapponesi pensano…” eccetera. So che in realtà sono tutti diversi, come siamo tutti diversi anche noi italiani. Però gente, non posso mica fare ogni volta un sondaggio d’opinione tra milioni di persone per darvi tutte le informazioni belle precise. Prendete le cose così come ve le racconto, e non fateci troppo caso.

Dieci cose che dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi (seconda parte)

…continua da qui.
Ci siamo lasciati quasi tre mesi fa dopo aver parlato di fauna metropolitana, gente che dorme e scale mobili che girano al rovescio. In questi due mesi ne sono successe di cose: ho trascorso l’ultimo periodo in Giappone, ho dato l’addio (o almeno l’arrivederci, che fa meno tristezza) a tutti i miei amici dagli occhi a mandorla, me ne sono tornata in Italia a riabbracciare amici e conoscenti ed a fare il pieno di spritz e pizza, sono ripartita una settimana per la Tunisia ed ora sono tornata di nuovo e sono ufficialmente sotto tesi triennale.
Dopo questo quasi-obbligatorio ed ermetico riassunto, possiamo proseguire proprio da dove ci eravamo fermati con altre tre cose delle dieci che dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi. Premetto che il post sarà scritto utilizzando il tempo presente, in quanto frutto di pagine di appunti scritti quando ancora ero lì.

Numero quattro, la corsa ad ostacoli per il posto a sedere.
Nelle ore di punta, quando gli addetti alle metropolitane (di cui parleremo profusamente nel prossimo post) sono costretti a spingere con la forza i poveri passeggeri all’interno del vagone, che si trasforma prevedibilmente in un puzzolente e scomodo carro bestiame, accaparrarsi un posto a sedere è sempre una priorità e può trasformarsi in una questione di vita o di morte. Lunghi ed intensi studi sono stati fatti fino ad ora, e turns out che ci sono diverse tecniche provate e sperimentate per conquistare l’ambito cuscinetto vellutato da mettere sotto ai propri stanchi glutei. Un po’ perché sono pigra ed un po’ perché non saprei assolutamente dire di meglio, lascio l’analisi vera e propria a quel genio incontestato che è SirDic, che nel suo blog assolutamente da leggere da cima a fondo esamina tra l’altro quattro tecniche superefficaci e con cospicue possibilità di successo.

Punto number five, trascorrere il tempo in metropolitana.
I passatempi in cui si dilettano i giapponesi nel tragitto tra casa e lavoro o tra casa e scuola sono i più disparati, ma un buon 80% comprende l’uso di attrezzi elettronici: non si può parlare al cellulare per rispetto degli altri passeggeri (ma nel frattempo la domenica mattina i rappresentanti dei partiti politici vengono a urlare sotto casa tua, e mentre cammini tranquillo a Shibuya può passare un camion con la musica sparata a mille di qualche fenomeno del momento -musica che non voglio sentire, grazie-, e ci sono megaschermi che urlano pubblicità e trasmettono gameplay a tutto volume ad ogni angolo di Akihabara: un po’ di coerenza, Giappone?) quindi una buona metà della gente che si vede con un cellulare in mano sta usando Line (servizio di messaggistica instantanea simile al nostro decadente Whatsapp) o qualche social network (Facebook e Twitter i più popolari), mentre un quarto si sta trastullando con qualche giochino malsano e distruggi cervello del tipo “metti in fila le bolle e sconfiggi il boss” eccetera.  Parliamoci chiaro, io dico “cellulare” ma intendo “iPhone”: qui vanno alla grande, anche con la scusa che te li vendono con un contratto ad abbonamento e quindi sono abbastanza convenienti, e poi la mela (APPURU, dall’inglese “apple” storpiato come solo i giapponesi sanno storpiare) è uno status symbol potentissimo. Insomma, iPhone ovunque, e non passa giorno in cui qualcuno non mi chieda “Come mai hai un Samsung e non un iPhone?” (apparte i coreani, loro solitamente mi battono un cinque entusiasta). Rimane l’ultimo quarto fosco di utenti, e per questo ultimo quarto va fatto un discorso a parte: per preservare la propria privacy, in Giappone sono in vendita apposite pellicole oscuranti che proteggono il proprio telefono dagli occhi indiscreti della gente (spesso e volentieri: I MIEI), quindi purtroppo sono costretta a darvi informazioni incomplete: posso solo immaginare (e potete anche voi, orsù).

Chi non ha un iPhone in mano di solito ha una PSP o un Nintendo DS (e varianti). Mi si è stretto il cuore a constatare come qui il videogiocare non sia bollato come un passatempo da poppanti, e dentro di me faccio i salti di gioia ogniqualvolta noto un composto impiegato sulla trentina che allena i propri pokémon con amore, e non nascondo di passare viaggi interi ad osservare in modo molesto gli schermi di quelli che giocano ai music games con la maestria di veri e propri pro-gamer.
Poi ci sono quelli che leggono libri. Qui la maggior parte dei libri esce in un miniformato, poco più grande di una Moleskine classica, proprio per permettere la lettura agevole anche in luoghi affollati o scomodi. Di conseguenza i volumi più lunghi vengono divisi in due o tre parti, cosa indiscutibilmente scomoda ed esteticamente disturbante (vabbè ho capito, è solo un mio problema), ma senza dubbio dotata di una sua comodità. Una cosa che ho notato è che qui tutti usano una sovraccoperta neutra: per non rovinare il libro o per non far vedere agli altri che cosa si sta leggendo? Personalmente non ne sono sicura, ma la seconda ipotesi si è fatta ormai largo nel mio cervello ed ora fa fatica ad uscirne.
Visto che siamo in Giappone, ovviamente ci sono quelli che leggono i manga: inutile ripetere il discorso fatto sopra riguardo a come viene visto in Italia il leggere fumetti e come viene visto qui. Una cosa molto carina è collegata alla rivista Shonen Jump, un settimanale che raccoglie gli ultimi capitoli usciti dei manga più popolari prima che escano raccolti monograficamente. Stampato su carta riciclata e di qualità non proprio eccelsa, Shonen Jump è molto economico (circa 200yen per 300 pagine), e non è raro che chi ha finito di leggere i capitoli a cui è interessato lasci il volume in metro, a disposizione di chi lo vuole leggere dopo. Poi ci sono anche gli stupidi gaijin che approfittano della gentilezza –anche qui è tutto da vedere eh, gentilezza o semplicemente poca voglia di portarsi in giro volumi di trecento pagine- dei giapponesi e si prendono i volumi per portarli in regalo ai propri amici squattrinati (non sto parlando di me eh, come vi salta in mente?), ma quello è un altro discorso.
Last but not least, ci sono quelli che si leggono i porno o sfogliano riviste erotiche per appuntamenti. Spesso ma non sempre si tratta di signori sulla cinquantina, per nulla messi in imbarazzo dalla mancanza di pellicole oscuranti apposite che, anziché i cellulari, proteggano anche suddette riviste.

Prendere un treno a Tokyo è una passeggiata.

Punto sei: cifre e dati seri.
E’ giunto il momento di fare un discorso un attimo più tecnico sul sistema dei treni della capitale. Occorre premettere che sebbene in Italia la distinzione tra metropolitane e treni sia abbastanza netta, non si può dire la stessa cosa qui in Giappone. Entrambi, in linea di massima, hanno i sedili rivolti verso il centro del vagone, entrambi viaggiano all’incirca alla stessa velocità (fatta eccezione per i treni superveloci fatti per le lunghe distanze, uno su tutti lo Shinkansen, che purtroppo non posso permettermi a causa della mia condizione di studentessa squattrinata), e la differenza principale si può dire essere la compagnia a cui la vettura fa riferimento. A Tokyo ci sono nove linee appartenenti alla Tokyo Metro e un casino di trentuno linee appartenenti alla JR East. Un così grande numero di linee da vita a un immenso labirinto sotterraneo che è difficile anche solo da immaginare. Chilometri e chilometri di binari, decine di svincoli che si articolano su numerosi piani (basti pensare che la Fukutoshin, la linea metropolitana che corre più in profondità, è al quinto piano sotterraneo; viaggia a una media di 27 metri sotto terra arrivando di tanto in tanto a ben 35 metri!), stazioni che si estendono da un quartiere all’altro e che si concretizzano in centri commerciali, luoghi di ritrovo, autentici punti nevralgici che vanno a sostituire le nostre piazze (tra l’altro inesistenti a Tokyo, non sono sicura che valga anche per il resto del Giappone). Incredibile pensare che qui i treni non facciano quasi mai ritardo, e dico “quasi” perché ovviamente le eccezioni ci sono: siamo nel mezzo della stagione delle piogge (梅雨, tsuyu), e anche se quest’anno sembra che siamo stati in parte risparmiati basta un temporale per far ritardare le linee che corrono in superficie. A questo si aggiungono i frequenti suicidi (sbrigativamente liquidati dai pannelli informativi come  “incidente con danni alle persone”) e la conseguente “pulizia” di binari che ovviamente porta via tempo e fa ritardare. Mi è anche stato detto che recentemente, nelle stazioni minori e quindi senza barriere protettive, non è così raro che ragazzi e persino bambini troppo presi dal proprio cellulare non si accorgano del pericolo e cadano sui binari. Insomma, i ritardi ci sono, anche se spesso sono piccolezze tra i due e i dieci minuti: resta il fatto che si tratta di un divario allucinante con le condizioni della nostra amata Trenitalia, con la quale per ogni viaggio è meglio calcolare un “margine di errore” tra i trenta minuti (se vogliamo essere ottimisti) e le quarantotto ore (in caso di neve e sciopero contemporaneamente). Japan, live long and prosper!

Continua qui.

Chiedo scusa per il post un po’ smorto e per l’assenza di approfondimenti, link ipertestuali e fotografie fatte dalla sottoscritta, ma ultimamente va così. Spero comunque che la lettura vi sia risultata piacevole!
Alla prossima con (in ordine casuale) i miei nuovi simpatici referrers e la terza ed ultima parte della serie dedicata al mondo delle metropolitane giapponesi!

 

La barba.

La barba. Un titolo semplice semplice per il post di oggi, scritto in un impeto di “non ne posso più”, impeti che ho quotidianamente ma che oggi hanno raggiunto livelli molto più alti della mia soglia di sopportazione del dolore psicologico.
La barba. 
In Italia non hanno tutti una barba, ma si può comunque dire che farsi crescere la barba è una cosa abbastanza comune.
In Giappone non lo è. Ai giapponesi la barba non piace. Il primo impatto che ho avuto con questo rifiuto della virilità del tutto giapponese è stato ovviamente guardandomi attorno. In metropolitana, per strada, nei negozi. Dei miei compagni di università nessuno ha quella che può essere definita barba. Nemmeno uno sporadico pizzetto. Fanno a gara a chi si rade più spesso.
Anche google può testimoniare quanto detto sopra.

Schermata 2013-07-06 alle 21.03.57Se scriviamo nella barra di ricerca “la barba”, il primo suggerimento è “radersi la barba”, il secondo è “farsi crescere la barba” (grazie), il terzo è “metodo per rendere la barba più rada” ed il quarto ancora “radersi la barba”.
Confrontiamolo con la schermata di ricerca italiana.

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La barba è di sinistra, e vabbè. La barba è ereditaria, e lo è senza dubbio tra padre e figlio dello stesso sesso. Ma poi, finalmente, la barba è bella. La barba è di moda. Agli italiani la barba piace.

Ho continuato la mia ricerca via internet, incuriosita dai vari risultati che mi comparivano via via davanti agli occhi. Sono incredula e perplessa, così tanto da volervi rendere partecipi come ho voluto rendere partecipe la mia coinquilina, che ora è incredula e perplessa quanto me.
Ho cercato dunque, tramite un motore di ricerca giapponese, “come le donne vedono gli uomini con la barba”, e queste sono state le risposte.
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(Traduzione sottostante fatta molto a pressapoco, perché se sapessi davvero tradurre non starei qui a scrivere un blog, o forse sì perché tanto non c’è comunque lavoro, ad ogni modo fidatevi di me che quando si tratta di barba o non barba prendo sempre tutto molto seriamente).

1. Se la barba gli sta bene, OK, ma non ci sono molti uomini a cui la barba dona (COSA??? COSA??? Oddio ho già voglia di piangere).
2. Ho l’impressione che quando si mangia il cibo si impigli nella barba(anche se fosse, questi sono problemi dell’uomo e non tuoi. E a noi gli uomini piacciono con i tacos impigliati nella barba, brutti sporchi e cattivi)
3. Quando ci si bacia fa male, non mi piace! (Risposta sbagliata gioia mia, quando partorirai farà male, baciare un uomo con la barba non fa male. E poi voi giapponesi non vi baciate, per Diana).
4. Ho letto che secondo degli studi psicologici (?) “gli uomini che per mostrarsi migliori si fanno crescere la barba hanno poca fiducia in se stessi“. (NO)
5. I salaryman (impiegati in azienda, quelli con giacca cravatta e ventiquattr’ore, per intenderci) con la barba: NG (“no good”).
6. D’estate da doppiamente una sensazione di sporco (ma dove vivono queste, apparte che i giapponesi si lavano dalle due alle cinque volte al giorno pure d’inverno, non oso immaginare d’estate).
7. Wild, sexy, mascolini (ecco qui posso anche essere d’accordo, anche se non mi spiego come questo settimo punto si colleghi a quelli sopra).
A volte mio marito si fa crescere la barba. Ci sono dei periodi in cui penso “è wild, è proprio figo”, ma passati quei periodi il mio pensiero cambia in “che sporcizia”. La differenza tra le due cose è sottile (dici bene amica mia, onto = sexy), quindi è difficile per me dare un parere sulla barba. Ad ogni modo fa male, quindi non mi piace.

Potrei portare tanti altri esempi dal world wide web, ma penso di essermi spiegata abbastanza bene.
Concludo questo post-flash con un video che tutti voi dovete assolutamente guardare, se non lo fate mi offendo davvero.

Per quelli che non vedranno il video (e che quindi non sono veramente miei amici) o per quelli che non capiscono l’inglese, un breve riassunto:
“If your dad doesn’t have a beard you’ve got two Mums, two beardless Mums”.
“Se tuo padre non ha la barba, hai due mamme. Due mamme senza barba.”

 

Dieci cose che dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi (prima parte)

Pre-disclaimer: dopo aver finito di scrivere questo post mi sono accorta che è uscito lungo quanto una tesi di laurea triennale di Ca Foscari, quindi per comodità e per permettervi di somatizzare il tutto ho deciso di dividerlo in tre parti.

Disclaimer: questo ed i prossimi due post saranno i post più divaganti che abbia mai scritto. La loro lettura richiederà uno sforzo psichico e fisico notevole, quindi assicuratevi di non essere già stressati di vostro, preparatevi un caffè, mettete della buona musica -consiglio gli Shonan no Kaze– e sedetevi comodi, pronti a non farvi troppe domande sul filo logico dei pensieri della sottoscritta.

Una delle cose più interessanti da fare a Tokyo è senza dubbio salire su una metropolitana. Ogni vagone rappresenta in piccolo uno spaccato di società giapponese, le sue dinamiche, la sua discutibile magia; è un mondo così affascinante che ho deciso di dedicarvici il primo post dopo quasi un mese di silenzio (al solito, chiedo scusa per il ritardo), presentando al mio modesto pubblico una lista di dieci cose che dovreste assolutamente sapere sui treni della metropoli. Cominciamo con le prime tre:

La fauna. A seconda delle diverse fasce orarie si trova la gente più disparata:
Tra le 7 e le 10, la gente che va a fare il proprio dovere: kaishain (uomini che lavorano in azienda) in giacca e cravatta, studenti e studentesse, office ladies con le loro graziose borsine per il pranzo.
Attorno a mezzogiorno, le signore di mezza età che sfoggiano i loro amabili kimono, graziosi quanto scomodi, e siedono vicine a piccoli gruppi ridacchiando di tanto in tanto in modo composto, con la mano davanti alla bocca per non scoprire i denti.
Tra le 16 e le 18, le orde di bambini ed adolescenti in divisa che tornano da scuola.
– Fino alle 22, gli studenti dei club sportivi e musicali che hanno fatto pratica fino a tardi e che si trascinano dietro borsoni più grandi da loro contenenti racchette da tennis, violoncelli, mazze da baseball, tastiere, cadaveri fatti a pezzi (deformazione della realtà dovuta all’abitudine, colpa del dannato maniaco che vive across the street e che probabilmente è frutto delle mie fantasie e della visione del film Audition).
– Tra le 22 e l’ultima corsa, troviamo quello che rimane dei kaishain di prima: ormai senza più giacca, con la cravatta allentata ed il sangue pregno di alcol, la parlantina strascicata e la risata facile, o in alternativa gli occhi socchiusi sul ciglio di questo e quell’altro mondo, la bocca leggermente aperta e il cervello scollegato.
– La mattina presto è senza dubbio la fascia oraria più antropologicamente interessante: tra le 5 e le 6 troviamo infatti quelli che potremmo paragonare ai tupperware con gli avanzi del giorno prima che troviamo nel frigo nei momenti di bisogno. Questi avanzi di società giapponese sono divisi tra quelli che hanno perso per sbaglio l’ultima corsa della sera prima, i giovani che hanno ballato nei club fino all’alba e che ora si reggono malamente agli appositi sostegni vacillando sonnolenti (presente!), vecchie signore che si sa, come in Italia la mattina non riescono a dormire fino ad un orario decente e devono dunque trovare un diversivo per tenersi impegnate e mezzi-fantasmi dal sesso e dall’età imprecisata che, eretti ed impalati nel bel mezzo del vagone, senza alcun sostegno, con gli occhi chiusi ed un’aura a dir poco inquietante dondolano avanti e indietro seguendo l’ondeggiare della metropolitana; sono più di là che di qua, queste opere d’arte mobili (cit. Andrea Dipré), che non si sa come non perdono l’equilibrio e anche quando pensi che stiano per rovinare al suolo riescono, sempre con gli occhi chiusi ed il respiro pesante, a spostare veloci un piede e regolare così il proprio baricentro. Magia.

2. La gente dorme sempre. SEMPRE! Tra gli altri motivi c’è il fatto che qui gli uomini lavorano dalle otto della mattina fino alle dieci la sera (senza in realtà combinare molto più di quello che combiniamo noi italiani tra le nove e le cinque) e le donne devono svegliarsi due ore prima del dovuto per mettersi tutte le schifezze possibili e immaginabili in faccia: colla per le palpebre, ciglia finte, creme su creme, cerone e chi più ne ha più ne metta. Chi non si trucca come Moira Orfei deve preparare il pranzo al marito ed ai figli, e si ritrova a svegliarsi presto comunque. E allora eccoci, al mattino al pomeriggio e alla sera, su tratte di un’ora e mezza come nei cinque minuti compresi tra due o tre fermate, il giapponese medio dorme. Si siede e dorme: la testa collassa in avanti dando vita a una figura distorta ed inquietante (sì, mi inquieta tutto, colpa di The Ring e The Grudge che hanno segnato la mia vita per sempre), oppure collassa da un lato appoggiandosi molesto alla spalla del giapponese vicino che talvolta si presta volentieri ad essere involontario cuscino mentre a volte si alza e si sposta, lasciando la povera creatura addormentata a collassare ulteriormente sul sedile affianco per un buon sonno ristoratore. Ma attenzione, il giapponese medio si risveglierà puntualmente alla propria fermata: non ha una sveglia, non ha nessuno che lo chiama, lui ha la sua fermata nel sangue e la sente arrivare, come  una vecchietta col male alle ossa sente arrivare il cattivo tempo. Ed ancora: magia.
Vi rimando allo splendido blog di Kirainet per vedere alcune fotografie meravigliose di giapponesi che dormono, purtroppo non dispongo di materiale personale.

3. Le scale mobili. Non solo nelle metropolitane, a Tokyo quando si sale su una scala mobile con l’intenzione di piantarsi sul gradino e farsi trasportare pigramente fino in cima, per buona educazione ci si allinea tutti a sinistra. Se qualcuno ha fretta e vuole percorrere le scale camminando, lo fa dal lato destro: il contrario rispetto all’Italia, e vi lascio immaginare i casini che combinavo le prime settimane quando tutta convinta piantavo i piedi a destra e i giapponesi, tutti imbarazzati perché troppo educati (o cagasotto) per chiedere ad uno straniero di muovere il culo e spostarsi dall’altra, entravano in panico e sfoggiavano numeri da circo per aggirarmi senza causare ulteriore stress sulla scala mobile. O in alternativa restavano impalati dietro di me sperando che prima o poi mi decidessi a camminare anche io. Illusi! Nelle metropolitane, il senso di alcune scale mobili cambia a seconda delle ore del giorno: ascendenti la mattina e discendenti alla sera, trasformando quello che già è un labirinto nella scuola di magia e stregoneria di Hogwarts (“alle scale piace cambiare, cit Hermione). Di nuovo, magia.

Per oggi mi fermo qui, alla prossima -che spero non sarà troppo tardi.
Tanti abbracci!

Continua qui!