Tornare a casa.

So che nel post precedente mi sono autodefinita “apolide”, ma mi è successa una cosa strana il giorno in cui sono tornata a Tokyo. Cominciamo dal principio.

Innanzitutto vi comunico che
1. Sono arrivata a Tokyo sana e salva e
2. Sto scrivendo questo post da una caffetteria di Asagaya e questo mi da una gioia che non potete immaginare. Il sentimento di anticipation che ho covato nei confronti di un’azione così semplice mi ha corrosa per così tanto tempo che ora non mi sembra vero di potermi sedere con calma, sola, ordinare un ice-coffee come Dio comanda, aprire il computer e se necessario passare un intero pomeriggio a scrivere e guardare la gente e bere caffè e scrivere ancora e bere sempre più caffè e lamentarmi se la notte non dormo. Può non sembrare nulla di speciale, ma vi assicuro che per la sottoscritta (fanatica della felicità convulsa scatenata dalla piccole cose) lo è. やってみればわかる.

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Sono partita da Venezia il 21 marzo: pochi giorni che sembrano tuttavia anni e anni, complice l’assenza di sonno che mi ha portata a vivere giornate lunghissime e intensissime di 30 ore ciascuna. Sono partita da Venezia e nel momento in cui sono salita sul primo aereo, quello che mi avrebbe scaricata a Dubai, ancora non mi rendevo pienamente conto di dove ero diretta, del perché fossi lì e così via. Non so spiegare a parole quella sensazione: mi sembrava di partire seguendo le istruzioni di una persona che non ero io, di una seconda me che aveva stabilito molto tempo prima che quella cosa andava fatta, punto.
Sono salita sul primo aereo e mi sono accorta che Emirates è la compagnia definitiva. Non ne ho sperimentate molte, sicuramente meno di una decina, ma a partire dai posti che ho trovato leggermente più larghi e leggermente più comodi rispetto alle altre compagnie e arrivando fino al cibo, tutto era migliore. Magari è solo autosuggestione; magari il volo dell’anno scorso con Alitalia mi era sembrato brutto e scomodo perché ero sola e impaurita. Quest’anno, anche complice la presenza di persone per me importanti, le prime sei ore sono sembrate tre.

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Era la prima volta che su un aereo mi davano un menù, e mi sono emozionata.

Dopo uno scalo a Dubai, una puntata al Duty Free, il tentativo di dormicchiare un po’ che non ha per nulla funzionato, dopo due ore e mezza che sono sembrate un’eternità, sono salita sul secondo volo. Nove ore (che sono sembrate meno, comunque) in cui non ho chiuso occhio, allungando la giornata partita alle otto di un venerdì mattina italiano fino alle sei e mezza un sabato sera giapponese. Facendo due calcoli, la mia giornata è di fatto durata una trentina di ore e una volta scesa dall’aereo e superati i controlli non mi rendevo ancora conto né di dove ero, né di che giorno o che ora fosse, né di cosa stesse succedendo attorno a me.
La coscienza che il viaggio fosse finito non si è presentata neanche di striscio. Avevo ancora tanta strada da percorrere e sarei dovuta arrivare all’appartamento di due amici italiani che mi avrebbero ospitata per la notte. Appartamento che, guarda caso, si trova nell’edificio immediatamente accanto alla mia ex-casa, quella dove io e L. lo scorso anno abbiamo trascorso sei mesi di profondo disagio e soddisfazioni e difficoltà e ricordi felici.

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Negli aerei Emirates si spengono le luci e si può ammirare il cielo stellato. Ditemi se è poco.

Sono salita sullo Skyliner, linea metropolitana che porta dall’aeroporto di Narita fino a Nippori, e che sembrava un’ottima alternativa economica al N’EX (Narita Express). Sbagliato. La differenza di prezzo è di una quindicina di euro, ma il percorso è infinito e dopo più di un’ora dalla partenza stavo ancora aspettando di raggiungere Nippori – tutt’altro che la mia tappa finale, oltretutto. Da Nippori ho affrontato la come sempre invivibile Yamanote che in una ventina di minuti mi ha portata fino a Shinjuku.
Ed è qui cheè avvenuta l’epifania.
Erano ormai le otto e mezza di sera, e mano a mano che il treno si avvicinava alle forme familiari del quartiere della notte per eccellenza, le luci, i colori e le forme che da sei mesi non vedevo mi si sono parate davanti violente causandomi un mezzo crollo emotivo misto a eccitazione misto a commozione che si è in fondo palesato ai miei due compagni di viaggio semplicemente come una me dagli occhi lucidi che mormora a bassa voce una singola frase: “Sono a casa”. Non so perché proprio Shinjuku. Sì, è un quartiere che adoro e che collego a un sacco di ricordi, ma non è IL quartiere. Fattosta che in quel momento di cruda realizzazione ho dimenticato (per cinque minuti) la stanchezza e sono stata felice di ritrovarmi lì. Sono scesa dal treno e ho ripercorso la parte della stazione di Shinjuku che mi avrebbe riportato alla linea Marunouchi, quella che l’anno scorso prendevo tutti i giorni per andare e tornare da scuola – e per andare e tornare da ovunque, a dirla tutta. A mano a mano che le stazioni si susseguivano una dopo l’altra le ripercorrevo mentalmente: Nishi Shinjuku. Nakano Sakaue. Shin Nakano. Le porte si apriranno dal lato sinistro.
Stremata dalla stanchezza e fisicamente provata dal trasporto di una valigia troppo grande che pesava la metà di me sono emersa dal sottosuolo e ho tirato un sospiro di sollievo. È proprio tutto come quando sei mesi fa ci siamo lasciate, Shin Nakano. (E sticazzi, direte voi, cosa vuoi che succeda in sei mesi?). L’unica differenza è il nuovo Pachinko tra la prima e la seconda entrata della stazione: così grande, sfarzoso e colorato che per una frazione di secondo mi sono chiesta se mi trovavo sulla strada giusta.
A un certo punto ho svoltato a sinistra, ed ecco la via dove abitavamo io e L. La luce della sua stanza è accesa, sul mio balcone sono stesi dei vestiti ad asciugare. Ho provato rabbia perché la vita di quel piccolo, insignificante appartamento va avanti anche senza di noi.

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Ogni viaggio comincia con una realizzazione di qualche tipo: c’è chi realizza che saranno giorni, settimane o mesi duri; c’è chi realizza che da quel viaggio non tornerà mai più del tutto. Io ho realizzato che la città di Tokyo è la cosa più vicina a casa che abbia mai trovato nei miei viaggi attorno al mondo. E sono felice di essere qui.

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“おかえりなさい!” , o delle prime ore in terra straniera

Volo alle 14:35, pronti all’aeroporto quasi tre ore prima: ordinaria amministrazione per la sottoscritta, che si ritrova all’aeroporto di Milano Malpensa con la sua Valigia Ottanio pronta per essere imbarcata. Ci si guarda attorno e il banco del check-in non può che essere quello dove non si vedono che occhi a mandorla. Il tempo tra l’imbarco del bagaglio ed il mio imbarco scorre abbastanza velocemente e senza intoppi di alcun genere.
Alle 13:50, giapponesamente puntuali, saliamo sull’aereo Alitalia che sorprendentemente parte con qualche minuto di anticipo.
C’è però una cosa che noto fin da subito, e che sarebbe difficile effettivamente non notare: il mio posto finestrino, prenotato accuratamente cinque mesi prima, non ha un finestrino.

La vista dal mio posto-finestrino. Lo so, toglie il fiato

Ma pazienza, lasciamo correre, con un po’ di esercizio riesco anche a spiare fuori dal finestrino del posto dietro di me, che ovviamente si trova sopra l’ala e che quindi mi permette solamente di vedere la maestosa scritta verde della compagnia aerea che, se potesse, mi starebbe già sfottendo a morte. Niente foto artisticamente acute quindi, non per oggi.

Le prime due ore passano praticamente senza che me ne accorga, complici un po’ di musica, l’inizio di un film italiano (dopo poco abbandonato) e il tempo passato a gonfiare il provvidenziale cuscino di Muji, comprato nonostante la mia avversione per questo brand-non brand. Il pranzo (o cena? preferisco la seconda, visto che subito dopo tutti a nanna) mi ha piacevolmente stupita. Potendo scegliere tra il menù giapponese e quello italiano ho optato per il primo e ta-dah, uno spettacolare pollo cotto non-so-come accompagnato da riso bianco, qualche verdurina amichevole e del salmone affumicato che faceva la sua porca figura.

La dignitosa cena offertaci da Alitalia.

La dignitosa cena offertaci da Alitalia.

Come potete notare, era tutto molto buono.

Come potete notare, era tutto molto buono.

Dopo il pasto sale l’abbiocco, e coadiuvata dalle gocce soporifere che non si sa bene se segnare o no sotto “narcotici” nella dichiarazione per la dogana, riesco pian piano ad addormentarmi. O almeno, ad assopirmi. Sto nel dormiveglia travagliato e costellato di sogni lucidi più o meno inquietanti fino a che, finalmente, non riesco a prendere sonno definitivamente. Ad un certo punto apro gli occhi e quello che mi trovo davanti è questo:

Ciao Alb! Ciao Cristina!

Ciao Alb! Ciao Cristina!

Pazzesco, non pensavo che un viaggio all’apparenza interminabile (ricordo: 12 ore e mezzo) sarebbe passato così velocemente. E niente, Alitalia annuncia che stiamo arrivando in anticipo (ma quando mai?), e alle 10:40 di un tiepido e ventoso giovedì mattina giungiamo finalmente all’Aeroporto Internazionale di Narita.

Riassumiamolo:

– Cose che sì: la vasta scelta di film disponibili (di cui non ne ho guardato nemmeno uno perché ero troppo impegnata a cercare di addormentarmi); il cuscino poggiatesta di Muji, grazie al quale sono effettivamente riuscita ad addormentarmi; i tappi per le orecchie gentilmente prestatimi dal moroso, non potrò più farne a meno; il pollo servitoci a pranzo, davvero niente male; una specie di radiatore sotto il sedile davanti che dapprima trovavo fastidioso perché non riuscivo ad accomodare bene i piedi, e che poi ho scoperto essere una manna dal cielo perché riscaldava ed insomma è stato bellissimo.
– Cose che no: il posto finestrino senza finestrino, la nausea all’atterraggio.

Il cartello di benvenuto trasuda giapponesità da tutti i cartacei pori.

Il cartello di benvenuto trasuda giapponesità da tutti i cartacei pori. La scritta in rosso (おかえりなさい, okaerinasai) significa più o meno “Bentornato a casa”. Tanto amore.

Già a pochi minuti dall’atterraggio inizio tra me e me a sfatare i più popolari miti che riguardano il Giappone, tanto cari a noi occidentali quando facciamo paragoni con la nostra società insipida, insubordinata e maleducata. Mi dedicherò brevemente ad illustrare la situazione, ma premetto che parlo da appena arrivata e che le mie parole non sono legge (c’è scritto anche nel disclaimer in fondo al blog), che ovviamente ci saranno delle eccezioni eccetera.

Mito number one: i giapponesi sono educatissimi. Arrivo al banco dove consegnare il proprio passaporto assieme al visto per ottenere la alien registration card (una tessera che durante la permanenza in Giappone fungerà da documento identificativo), e mi trovo davanti il classico impiegato in giacca, cravatta e mascherina chirurgica, evidentemente scazzatissimo ed evidentemente molto infastidito dal fatto di dover ripetere una frase più volte (una in modalità Boeing777 e l’altra in modalità trattore del nonno, per interderci) affinché io potessi capire ed evitare di scrivere/fare castronerie. Prende i miei moduli ed i miei documenti, prende le impronte digitali, scatta una fotografia: il tutto inframezzato da lamenti che neanche Peter Griffin, vari いや (“iya”, cioè qualcosa di simile ad un “no” ma con una sfumatura di “oh no, che palle”) carichi di disappunto che non sapevo se fossero dovuti a me o al suo essersi alzato con il piede sbagliato, testa inclinata a destra ed altre cose che non facevano presagire nulla di buono. Morale della storia, prima che potessi rendermene conto mi sono ritrovata circondata da tre giapponesi diversi che prendevano in mano le mie carte scrutandole, cercando di dare un’interpretazione convincente all’impiegato con la mascherina e spiegandogli come fare il proprio lavoro. Sono anche stata invitata da uno di essi ad accomodarmi in un’inquietante stanzetta simile a quelle dove fanno esplodere i bagagli sospetti, dove ho aspettato per venti minuti che riuscissero a risolvere la cosa (che poi, che cosa?). Alla fine, dopo un’ora abbondante dall’atterraggio e dopo essere state accolte da un’affabile impiegata giapponese nella sala del ritiro bagagli che ci chiedeva se fossero nostre quelle valigie che giravano sul nastro da mezzora, io e la mia compagna di viaggio siamo riuscite ad incontrare Ms. M., la dolce addetta dell’università dove andremo a studiare, che da almeno un’ora aspettava con le sue scarpe col mezzo tacco scomodo e il bicchierone di Starbucks in mano (immagino sia una specie di fashion item anche qui, ma non ne sono ancora sicura).

Mito number two: i giapponesi sono pulitissimi e ordinatissimi. No! Non lo sono! Tralasciando l’organizzazione architettonica e l’aspetto estetico delle vie, dei negozi e via dicendo di cui magari parlerò più approfonditamente in un prossimo post (quando avrò anche più fonti su cui basarmi), appena abbiamo raggiunto il nostro appartamento preso in affitto a caro prezzo ci siamo accorte di una cosa. Puzzava da morire. Non do ovviamente la colpa al popolo giapponese di questo, anche perché a quanto pare l’agenzia è gestita da stranieri, ma comunque: puzza e lerciume ovunque. Abbiamo dovuto organizzare una spedizione punitiva allo 百円ショップ (“Hyakuen shop”, corrispondono circa ai nostri “Tutto a 1€”, ma con molta più scelta), spendendo all’incirca una trentina di euro solo in prodotti di pulizia. Fate un po’ il conto. Non so quanto tempo ci vorrà perché il cattivo odore se ne vada del tutto, ma quando rientreremo finalmente in casa e la prima frase che uscirà dalla bocca di una delle due non sarà “che puzza”, sapremo che ce l’avremo fatta. Per ora abbiamo disseminato deodoranti per gli ambienti un po’ dappertutto (di cui uno al profumo di sakura, i fiori di ciliegio. Giusto per rimanere in tema.)

Questa è stata solo la prima spesa, prima di renderci conto di aver dimenticato metà delle cose necessarie.

Questa è stata solo la prima spesa, prima di renderci conto di aver dimenticato metà delle cose necessarie.

Per oggi direi che è quasi tutto, vi lascio con un altro paio di foto bonus un po’ a casaccio, che quelle almeno non si fa fatica a leggerle. Alla prossima!

Insalatina, secondo il menù, "healthy". Carica di maionese e striscioline di qualcosa che sembrava molto pancetta. Ho apprezzato.

Insalatina, secondo il menù, “healthy”. Carica di maionese e striscioline di qualcosa che sembrava molto pancetta. Ho apprezzato.

Questo sì che era healthy però. Brodino con udon, alghette varie e zenzero.

Questo sì che era healthy però. Brodino con udon, alghette varie e zenzero.

PS. Van mi ha chiesto di citarlo nel blog, quindi lo cito: ciao Van! E complimenti per la tua prima apparizione su Spotted!

Delle cinque fasi di elaborazione di una partenza (seconda parte):

(…continua da qui)

Ieri abbiamo visto la prima e la seconda fase, cioè rispettivamente l’attesa impaziente e la realizzazione del pericolo. Continuiamo la nostra analisi con…

Terza fase: il panico, o il rifiuto della partenza. La fase immediatamente successiva alle riflessioni della fase due è la peggiore di tutte. Gli alberelli che ti bloccavano il cammino (ogni riferimento a pokemon è puramente casuale) diventano montagne insormontabili; cadi nel panico più profondo, improvvisamente nel viaggio che verrà non scorgi più nulla di positivo, mediti addirittura di rimanertene a casa e credi di aver fatto la scelta peggiore della tua vita a comprare il biglietto aereo con tanto anticipo, senza aver nemmeno avuto il tempo di valutare bene i pro ed i contro della situazione. Pensi al tuo ragazzo che non vedrai per cinque mesi; pensi alla mamma ed al papà che staranno per giorni interi in ansia perché la loro unica bimba se ne va all’avventura nella terra del pesce palla avvelenato e dell’hentai, dove i terremoti sono all’ordine del giorno e le radiazioni uccidono mandrie di tori da quanto sono tossiche (*sarcasm*).

“Giappone – non serve dire altro”. Fotogramma pregno di significato tratto dal film Funky Forest, interamente visionabile a questo indirizzo. Due ore e mezza di puro WTF.

Sei così impanicata che inizi anche a farti due conti su quanto ti costerebbe rinunciare al tutto, e per fortuna che c’è il tuo ragazzo che ti fa rinsavire e che ti sopporta quando ad un certo punto ti metti a piangere ogni volta che ti dice una parolina dolce, perché “Ecco uffa, ora me lo dici ma poi non me lo potrai più dire” (nei momenti di quiete e razionalità) o perché “Ecco uffa, ora me lo dici ma poi non me lo potrai più dire e devi smetterla adesso hai capito che tanto lo so che appena parto tu ti trovi un’altra perché ecco tu resti qui e ti annoi io invece vado lì e sarò sempre impegnata e uffa non è giusto voglio rimanere qui anzi adesso annullo il volo” (durante il ciclo). Tesoro, grazie di avermi sopportata in certi momenti

Quarta fase: la negoziazione. Quella della negoziazione è la fase in cui torni in te. Il giorno della partenza si avvicina, le giornate volano ed ogni tanto ti perdi le settimane per strada. Ormai sei cosciente del fatto che dovrai affrontare svariate difficoltà ed innumerevoli sfide con te stessa e con l’ambiente che ti circonda, ma la cosa non ti spaventa più di tanto.
Sei psicologicamente pronta per il tuo matrimonio con la metropoli; come da tradizione, porti con te qualcosa di vecchio: il trolley che ti accompagna da ormai cinque anni in tutti i tuoi viaggi.
Qualcosa di nuovo: il parka sfoderabile che speri ti sarà utile da ora fino a primavera inoltrata.
Qualcosa di blu: la tua tanto sospirata Valigia color Ottanio che rende tutto più bello.
Qualcosa di  prestato: la t-shirt di Inglorious basterds del tuo uomo.
Qualcosa di regalato: un set di posate tascabili che i tuoi compagni di liceo ti avevano regalato nel 2008, prima del tuo viaggio in Cina.

La Valigia Ottanio. Tutto maiuscolo perché merita rispetto e reverenza.

Escogiti qualche trucchetto per sentire meno la mancanza di casa: stampi qualche foto, ti assicuri di avere sul computer tutte le serie tv che ti serviranno a somatizzare il distacco dal villaggio natale (leggi: Lost) ed a superare un’eventuale, si spera solo momentanea, carenza di banda o assenza di wi-fi. Nascosta in valigia, tra un cardigan con i colibrì ed una camicia in jeans, metti una moka per i momenti di bisogno. Sul fondo, due pacchi di caffé Bontadi, qualità rossa ed oro. In ogni piccola intercapedine tra la montagna inutile di vestiti che ti ostinerai a portare potrai trovare: una zuppa pronta liofilizzata Knorr; un pezzetto di Parmigiano; delle mele della Val di Non disidratate; sughi pronti; dado di carne per il brodo; peperoncino q.b.

La valigia è quasi pronta; vestiti su vestiti impossibili da abbinare tra loro, il cardigan con i colibrì ed un pacchetto di caffè che sbuca timidamente da un angolo.

Ora che hai anche allacciato gli elastici di sicurezza della valigia, ti senti un po’ più sicura anche tu. Sicuramente avrai dimenticato qualcosa a casa, sicuramente ti pentirai di non aver fatto questo o quello prima di partire, sicuramente ti mancheranno gli amici, i parenti, il ragazzo, le tartarughe, il tuo fedele elefante di peluche.
Ma l’agitazione lascia lo spazio alla consapevolezza di stare per fare qualcosa di grande, di stare per partire per un viaggio che aspettavi da anni in quanto coronazione della tua esperienza di studio triennale; ti trasformi improvvisamente in Red alla conquista del Kanto. Tu sei Thorin Scudodiquercia, e Tokyo è la tua Erebor.

Quinta fase: l’euforia. Premettendo che per quanto riguarda il caso presente devo ancora sperimentare la quinta fase, mi baserò su vari ricordi che, come ho già detto nello scorso post, riconducono più o meno ad uno stesso pattern. Per un’analisi più dettagliata della fase euforica vi rimanderò al mio prossimo intervento, in cui parlerò del decollo, del volo, dell’arrivo e di un sacco di altre cose interessantissime. Dunque, on to the memories!
La fase euforica inizia solitamente all’arrivo all’aeroporto ed all’incontro con gli altri partecipanti al viaggio (se ce ne sono, nel mio caso ce ne sono sempre stati). Si inizia con le solite frasi di circostanza, del calibro di: “Caaaavoli, sembra ieri che ci hanno detto che partivamo!”, oppure “Ho dovuto rifare la valigia venti volte per farci stare tutto”, e ancora “Guarda sicuramente questa è la volta buona che cade l’aereo hahahah” (risate falsissime, generalmente quando qualcuno fa uscire simpaticamente questa frase iniziano tutti a cagarsi addosso). Lo stomaco inizia a fare le bizze, non sai mai se hai fame o se stai per vomitare il pranzo da un momento all’altro. Dopo il check-in di solito ci sono due ore morte, in cui non sai bene come e quanto aspettare per salutare chi rimane qui ad aspettarti; a un certo punto non hai più i bagagli e non hai nulla con cui distrarti se non qualche scialbo negozio duty-free, e di conseguenza la tua percezione del tempo sballa completamente e ti sembra di dover rimanere lì ad aspettare per giorni interi. Magicamente però l’ora dell’imbarco arriva, sali, saluti le hostess, scruti i vicini, ti fai due conti di quanto ti inveiranno dietro quando dovrai chiedere loro di lasciarti passare per andare in bagno, e poi l’aereo decolla. Il numero delle fotografie che ti divertirai a fare alle ali che sferzano le nuvole è inversamente proporzionale alla durata complessiva del volo (sto ancora cercando di elaborare una formula a riguardo, ma per un volo di dodici ore e mezzo stimo di stufarmi dopo circa quindici secondi).

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Fotografie di questo calibro che, oltre ad esprimere al meglio la mia folle sensibilità artistica, dimostrano la mia fenomenale competenza ad aggiungere filtri nostalgici in Photoshop.

La fase euforica dura tendenzialmente fino al primo pasto che ti serviranno in aereo (enough said). Da quel momento in poi ti sforzerai incredibilmente per riuscire a dormicchiare anche solo per un quarto d’ora, fallendo clamorosamente ed iniziando così lo zapping spasmodico tra i film ed i CD gentilmente offerti dalla compagnia sul tuo personale schermino, almeno fino a quando il passeggero seduto davanti a te non penserà bene di inclinare il suo sedile in modalità astronave, impedendoti di proseguire la visione senza cavarti gli occhi.
All’arrivo nel paese di destinazione ti fingerai sicuro di te, ma girerai come una trottola (dentro e fuori) per recuperare i tuoi bagagli, passare i controlli doganali, trovare l’uscita e resistere alla tentazione di prendere un intero flacone di gocce di melissa lasciando che qualcun altro si prenda cura di te, sperando di risvegliarti in un confortevole letto a due piazze.
Il  viaggio è finito, ma in realtà comincia ora.
Anche se nessuno ha ancora pronunciato la fatidica frase scherzosa sulla caduta dell’aereo, io mi sto già cagando addosso  sono già un po’ nervosa.

Il prossimo post lo scriverò da Tokyo non appena mi sarò sistemata. Nel frattempo statemi tutti bene, e grazie infinite del feedback che mi avete dato ieri, non mi aspettavo tanto interesse! Tanti abbracci per voi, e via con gli ultimi ritocchi alla valigia!