Sempre a Tokyo, tre anni dopo

Ciao amici, finalmente ho un secondo per aggiornare il blog! Questi ultimi due anni della mia vita sono stati assolutamente frenetici e non ho avuto un singolo momento per respirare! Wow! So busy! Come i giapponesi che magari vorresti anche uscirci assieme ma ti dicono “okay, ti va bene il settordicesimo giorno di pignavera che prima di allora sono impegnato?” e NO non va bene, non so nemmeno dove sarò domani figuriamoci tra più di un mese – che poi impegnato a fare cosa? Dai please non prendiamoci in giro.
Comunque…
Sarà che il 30 maggio 2015 ho aggiunto il primo gioco alla library di Steam e da allora la mia vita è profondamente cambiata.¯\_(ツ)_/¯

Immagino che una gran parte dei miei subscribers abbia perso la speranza di avere mie notizie, ma per quelli che non mi hanno ancora cancellata senza pietà dal feed e per quel centinaio di persone (ma veramente? Non me lo merito ma grazie) che casualmente capitano sul blog ogni giorno ho deciso di scrivere un breve riassunto dei due anni di silenzio stampa appena passati.

Dove eravamo rimasti? Chi ha voglia e tempo può andarsi a leggere l’articolo precedente, che ho scoperto con mio sommo orrore risalire al 17 aprile 2015. Per chi non ha voglia e non ha tempo (che comunque rilassatevi, tanto lo so che poi andate a guardarvi i memes), vi basti sapere che quando ci siamo lasciati ero appena entrata in una senmon gakko (istituto professionale? scuola di specializzazione?) per studiare video game design.

Aprile – Agosto 2015
Il primo semestre è andato tutto sommato benone. Ero una studentessa modello. Era tutto bellissimo, sognavo di fare la game designer, guardavo i siti delle compagnie che mi interessavano con i brillantini negli occhi tipo Lady Oscar, impaziente di scoprire quale futuro mi avrebbe aspettata.

Settembre 2015 – Tokyo Game Show
La Tokyo Designer Gakuin ha un booth al Tokyo Game Show, e verso maggio mi è stato chiesto se mi andava di partecipare come companion (receptionist? Promotional model? Booth babe? L’ultima mi piace, vada per l’ultima). Ho detto ovviamente di sì e per i mesi seguenti sono stata alle mercé delle facoltà di make up e fashion design, dove sono stata vittima consenziente di infinite prove di trucco e parrucco. Anche se fingo di lamentarmi devo ammettere che mi sono sentita un po’ una principessa a farmi truccare/pettinare e cucire un vestito su misura.

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Purtroppo i vestiti erano un po’ trash ma ok.

Sono stati quattro giorni parecchio faticosi, ma la vista sul padiglione di Star Wars Battlefront ha ripagato abbondantemente il dover partire di casa alle 5:30 di mattina alla volta di Kaihin Makuhari e il tornare a casa alle 20 con i le gambe e i piedi distrutti da quei dannati stivali cinesi da 5€ tops.

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Ottobre – Dicembre 2015
Ho partecipato al concorso per il nuovo logo di Tokyo 2020. Ovviamente non avevo alcuna speranza di vincere, ma almeno ci ho provato e ora posso scrivere sul curriculum di aver fatto anche sta cosa. Bella zì.

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Il 2015 per il Giappone è stato come il 2016 per il resto del mondo

Marzo 2016

I miei due coinquilini italiani uomini si sono trasferiti e sono stata invece raggiunta da E., una coinquilina italiana donna. Ora viviamo in due nell’appartamento dove prima eravamo in tre, e la terza stanza è stata reclamata da Sua Maestà Sherlock, il mio riccetto burbero.
Nella mia stanza da 4.5 tatami (=7.4mq) siamo io, il mio letto ikea bianco coi cassettoni sotto che altrimenti la roba dove la metto, il mio desktop computer nonché amore della mia vita che lavora senza sosta sulla scrivania ikea pure quella, una sedia girevole e una libreria. Wow. Ogni tanto mi guardo i room tour di qualche vlogger canadese straniera residente in Giappone e maronn regalate dei soldi anche a me vi prego. Un giorno sarà ricca e comprerò tutta Koenji, ve lo giuro.

Aprile 2016

RAGA

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Il 9 aprile 2016 è stato il giorno più bello della mia vita – sono finalmente riuscita ad andare a un concerto degli Avantasia dopo anni in cui loro suonavano in Italia mentre io ero in Giappone e viceversa. Sono andata in solitaria solitudine perché i miei amici a quanto pare hanno tutti dei gusti musicali obiettivamente di merda e insomma che ci vogliamo fare. Comunque è stato meraviglioso. Ora basta fare la fangirl, è passato quasi un anno Anna, get over it.
Oltre a questo episodio che segnerà per sempre la mia vita, in aprile ho anche cominciato a lavorare part time come traduttrice in un’azienda presentatami dalla mia scuola, lavoro che porto avanti tutt’ora e che mi ha costretta a tradurre videogiochi e manga via via più scabrosi. Traduco principalmente interviste ad artisti, articoli sul disegno e making-of vari, ma ogni tanto mi arriva un qualche otome game, e quando sono proprio fortunata riesco anche a mettere le mani su un BL game di qualità. E se non sapete cosa sono i BL game, si tratta di quei simulatori d’appuntamento che hanno come protagonisti personaggi (uomini) omosessuali ma che sono in realtà rivolti a un pubblico femminile. A ognuno il suo. Devo dire che comunque amo il mio arubaito e che sorprendentemente in un anno non mi sono ancora stufata.
In aprile mi sono anche fatta Tinder ma vabbè dai, non entriamo nel dettaglio.

Settembre 2016 – Tokyo Game Show

Anche nel 2016 ho partecipato al Tokyo Game Show, anche nel 2016 mi sono fatta truccare e pettinare (se non la smettono con la cosa dei codini però mi incazzo). Fortunatamente i costumi di quest’anno erano molto migliori di quelli dell’anno precedente.

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Alti livelli di trash comunque

Sfortunatamente non c’era nessun booth si Star Wars Battlefront a confortarmi stavolta, quindi sono stati quattro giorni stancanti e frustranti. In compenso nel padiglione vicino faceva la sua porca figura il mega-booth di Sony, con Horizon Zero Dawn, The Last Guardian (che poi sappiamo che fine ha fatto ma vabbè) e altre meraviglie.

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BANG.

Digressione:

Spero davvero che non vi troverete mai a raccontare, tutto d’un fiato, due anni della vostra vita a qualcuno. Ve lo giuro, sono sicurissima di aver fatto cose, incontrato gente, visto posti… Ma ora che sono qui a guardare i due anni passati dividendoli in mesi/trimestri/semestri mi accorgo che veramente nella mia vita è cambiato ben poco rispetto a quando vi ho lasciati.
Va bene, ho un diploma in più (ho menzionato che mi sono diplomata? Chiedo scusa per gli spoiler) e ho smesso di mangiare carne/pesce, ma per il resto sono esattamente uguale a due anni fa – forse un po’ più incazzata, ma in realtà non ho nessuna ragione in particolare per esserlo. Si cresce e ci si incazza, che ci vogliamo fare.

2017 in generale, anche detto Epoca Moderna:

A dicembre due miei compagni e io ci siamo messi a lavorare sul nostro progetto di laurea/diploma. Molti studenti di character design hanno scelto semplicemente di presentare il loro portfolio o di creare alcune illustrazioni ad hoc, mentre io mi sono messa in testa di voler fare un videogioco. Insomma, ho studiato per due anni come si fanno, i videogiochi! Fortunatamente due compagni programmatori si sono uniti a me nell’impresa, sebbene abbiano lasciato alla sottoscritta carta bianca sia per tutto ciò che riguardava il design che per la trama e l’ambientazione. Ne è uscito un gioco minuscolo, in pixel art, ambientato durante il Proibizionismo americano.

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Prohibition – A Story from the Roaring Twenties

A inizio febbraio abbiamo avuto quella che uno studente normale definirebbe “discussione della tesi”, ma noi siamo una scuola di game design quindi è stata più che altro una live session di gameplays. Il nostro giochino piccino picciò dura sì e no cinque minuti compreso il filmato iniziale, ma per un motivo o per l’altro a quelli della commissione dev’essere piaciuto, perché ci hanno dato uno 奨励賞 (shoureishou, una specie di premio incentivo per quelli che hanno le capacità ma non si applicano ‘nzomma. Story of my life).

La settimana scorsa c’è stata la cerimonia di laurea. 
Hanno chiamato sul palco il migliore studente per ogni corso di specializzazione, e ognuno di loro ha detto due parole per riassumere questi due anni di scuola. Qualcuno si è rivolto ai propri compagni con le lacrime agli occhi, dal palco, dicendo loro みんな、愛している che è proprio tipo “vi amo”. In quel momento mi sono resa conto di quanto un’esperienza del genere possa essere vissuta in modo diverso a seconda della persona. Mi sono resa conto che probabilmente quella persona che ha detto ai suoi compagni “vi amo” continuerà a tenersi in contatto con loro, o almeno ci proverà. Dall’altra parte ci siamo noi di game design che ci conosciamo tutti per nome ma che non ci caghiamo, e che non riusciamo nemmeno a organizzare una bevuta in compagnia il giorno del diploma.

“Scusa, devo proprio andare a lavorare.”
“Eh guarda, devo andare a farmi cambiare l’indirizzo per la bolletta del telefono.”
“Uhhh dai ti faccio sapere più tardi magari, okay?”

Insomma, tra una cosa e l’altra sono in Giappone da tre anni, di cui due spesi alla Tokyo Designer Gakuin. Ne è valsa la pena? Sì, perché ho conosciuto l’azienda in cui tra un paio di settimane inizierò a lavorare tramite la scuola. Ma giusto per quello.
Ammetto che sono stati due anni tranquillissimi e senza troppi sbatti, ma sono anche stata fortunata perché la nostra facoltà è apparentemente la più easy di tutti, prova ne è il fatto che si sono diplomati cani e porci. Quindi se decidete di venire in Giappone e studiare in una senmon gakko mi raccomando impegnatevi e non adagiatevi sugli allori okay?

Ora si vedrà come andrà la mia vita da shakaijin, o membro funzionante della società.

Vi lascio con una foto di un cagnetto che ho spotted a Osaka lo scorso weekend, augurandovi di essere sempre relaxed come lui (o lei, idk).

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Dieci cose che dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi (seconda parte)

…continua da qui.
Ci siamo lasciati quasi tre mesi fa dopo aver parlato di fauna metropolitana, gente che dorme e scale mobili che girano al rovescio. In questi due mesi ne sono successe di cose: ho trascorso l’ultimo periodo in Giappone, ho dato l’addio (o almeno l’arrivederci, che fa meno tristezza) a tutti i miei amici dagli occhi a mandorla, me ne sono tornata in Italia a riabbracciare amici e conoscenti ed a fare il pieno di spritz e pizza, sono ripartita una settimana per la Tunisia ed ora sono tornata di nuovo e sono ufficialmente sotto tesi triennale.
Dopo questo quasi-obbligatorio ed ermetico riassunto, possiamo proseguire proprio da dove ci eravamo fermati con altre tre cose delle dieci che dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi. Premetto che il post sarà scritto utilizzando il tempo presente, in quanto frutto di pagine di appunti scritti quando ancora ero lì.

Numero quattro, la corsa ad ostacoli per il posto a sedere.
Nelle ore di punta, quando gli addetti alle metropolitane (di cui parleremo profusamente nel prossimo post) sono costretti a spingere con la forza i poveri passeggeri all’interno del vagone, che si trasforma prevedibilmente in un puzzolente e scomodo carro bestiame, accaparrarsi un posto a sedere è sempre una priorità e può trasformarsi in una questione di vita o di morte. Lunghi ed intensi studi sono stati fatti fino ad ora, e turns out che ci sono diverse tecniche provate e sperimentate per conquistare l’ambito cuscinetto vellutato da mettere sotto ai propri stanchi glutei. Un po’ perché sono pigra ed un po’ perché non saprei assolutamente dire di meglio, lascio l’analisi vera e propria a quel genio incontestato che è SirDic, che nel suo blog assolutamente da leggere da cima a fondo esamina tra l’altro quattro tecniche superefficaci e con cospicue possibilità di successo.

Punto number five, trascorrere il tempo in metropolitana.
I passatempi in cui si dilettano i giapponesi nel tragitto tra casa e lavoro o tra casa e scuola sono i più disparati, ma un buon 80% comprende l’uso di attrezzi elettronici: non si può parlare al cellulare per rispetto degli altri passeggeri (ma nel frattempo la domenica mattina i rappresentanti dei partiti politici vengono a urlare sotto casa tua, e mentre cammini tranquillo a Shibuya può passare un camion con la musica sparata a mille di qualche fenomeno del momento -musica che non voglio sentire, grazie-, e ci sono megaschermi che urlano pubblicità e trasmettono gameplay a tutto volume ad ogni angolo di Akihabara: un po’ di coerenza, Giappone?) quindi una buona metà della gente che si vede con un cellulare in mano sta usando Line (servizio di messaggistica instantanea simile al nostro decadente Whatsapp) o qualche social network (Facebook e Twitter i più popolari), mentre un quarto si sta trastullando con qualche giochino malsano e distruggi cervello del tipo “metti in fila le bolle e sconfiggi il boss” eccetera.  Parliamoci chiaro, io dico “cellulare” ma intendo “iPhone”: qui vanno alla grande, anche con la scusa che te li vendono con un contratto ad abbonamento e quindi sono abbastanza convenienti, e poi la mela (APPURU, dall’inglese “apple” storpiato come solo i giapponesi sanno storpiare) è uno status symbol potentissimo. Insomma, iPhone ovunque, e non passa giorno in cui qualcuno non mi chieda “Come mai hai un Samsung e non un iPhone?” (apparte i coreani, loro solitamente mi battono un cinque entusiasta). Rimane l’ultimo quarto fosco di utenti, e per questo ultimo quarto va fatto un discorso a parte: per preservare la propria privacy, in Giappone sono in vendita apposite pellicole oscuranti che proteggono il proprio telefono dagli occhi indiscreti della gente (spesso e volentieri: I MIEI), quindi purtroppo sono costretta a darvi informazioni incomplete: posso solo immaginare (e potete anche voi, orsù).

Chi non ha un iPhone in mano di solito ha una PSP o un Nintendo DS (e varianti). Mi si è stretto il cuore a constatare come qui il videogiocare non sia bollato come un passatempo da poppanti, e dentro di me faccio i salti di gioia ogniqualvolta noto un composto impiegato sulla trentina che allena i propri pokémon con amore, e non nascondo di passare viaggi interi ad osservare in modo molesto gli schermi di quelli che giocano ai music games con la maestria di veri e propri pro-gamer.
Poi ci sono quelli che leggono libri. Qui la maggior parte dei libri esce in un miniformato, poco più grande di una Moleskine classica, proprio per permettere la lettura agevole anche in luoghi affollati o scomodi. Di conseguenza i volumi più lunghi vengono divisi in due o tre parti, cosa indiscutibilmente scomoda ed esteticamente disturbante (vabbè ho capito, è solo un mio problema), ma senza dubbio dotata di una sua comodità. Una cosa che ho notato è che qui tutti usano una sovraccoperta neutra: per non rovinare il libro o per non far vedere agli altri che cosa si sta leggendo? Personalmente non ne sono sicura, ma la seconda ipotesi si è fatta ormai largo nel mio cervello ed ora fa fatica ad uscirne.
Visto che siamo in Giappone, ovviamente ci sono quelli che leggono i manga: inutile ripetere il discorso fatto sopra riguardo a come viene visto in Italia il leggere fumetti e come viene visto qui. Una cosa molto carina è collegata alla rivista Shonen Jump, un settimanale che raccoglie gli ultimi capitoli usciti dei manga più popolari prima che escano raccolti monograficamente. Stampato su carta riciclata e di qualità non proprio eccelsa, Shonen Jump è molto economico (circa 200yen per 300 pagine), e non è raro che chi ha finito di leggere i capitoli a cui è interessato lasci il volume in metro, a disposizione di chi lo vuole leggere dopo. Poi ci sono anche gli stupidi gaijin che approfittano della gentilezza –anche qui è tutto da vedere eh, gentilezza o semplicemente poca voglia di portarsi in giro volumi di trecento pagine- dei giapponesi e si prendono i volumi per portarli in regalo ai propri amici squattrinati (non sto parlando di me eh, come vi salta in mente?), ma quello è un altro discorso.
Last but not least, ci sono quelli che si leggono i porno o sfogliano riviste erotiche per appuntamenti. Spesso ma non sempre si tratta di signori sulla cinquantina, per nulla messi in imbarazzo dalla mancanza di pellicole oscuranti apposite che, anziché i cellulari, proteggano anche suddette riviste.

Prendere un treno a Tokyo è una passeggiata.

Punto sei: cifre e dati seri.
E’ giunto il momento di fare un discorso un attimo più tecnico sul sistema dei treni della capitale. Occorre premettere che sebbene in Italia la distinzione tra metropolitane e treni sia abbastanza netta, non si può dire la stessa cosa qui in Giappone. Entrambi, in linea di massima, hanno i sedili rivolti verso il centro del vagone, entrambi viaggiano all’incirca alla stessa velocità (fatta eccezione per i treni superveloci fatti per le lunghe distanze, uno su tutti lo Shinkansen, che purtroppo non posso permettermi a causa della mia condizione di studentessa squattrinata), e la differenza principale si può dire essere la compagnia a cui la vettura fa riferimento. A Tokyo ci sono nove linee appartenenti alla Tokyo Metro e un casino di trentuno linee appartenenti alla JR East. Un così grande numero di linee da vita a un immenso labirinto sotterraneo che è difficile anche solo da immaginare. Chilometri e chilometri di binari, decine di svincoli che si articolano su numerosi piani (basti pensare che la Fukutoshin, la linea metropolitana che corre più in profondità, è al quinto piano sotterraneo; viaggia a una media di 27 metri sotto terra arrivando di tanto in tanto a ben 35 metri!), stazioni che si estendono da un quartiere all’altro e che si concretizzano in centri commerciali, luoghi di ritrovo, autentici punti nevralgici che vanno a sostituire le nostre piazze (tra l’altro inesistenti a Tokyo, non sono sicura che valga anche per il resto del Giappone). Incredibile pensare che qui i treni non facciano quasi mai ritardo, e dico “quasi” perché ovviamente le eccezioni ci sono: siamo nel mezzo della stagione delle piogge (梅雨, tsuyu), e anche se quest’anno sembra che siamo stati in parte risparmiati basta un temporale per far ritardare le linee che corrono in superficie. A questo si aggiungono i frequenti suicidi (sbrigativamente liquidati dai pannelli informativi come  “incidente con danni alle persone”) e la conseguente “pulizia” di binari che ovviamente porta via tempo e fa ritardare. Mi è anche stato detto che recentemente, nelle stazioni minori e quindi senza barriere protettive, non è così raro che ragazzi e persino bambini troppo presi dal proprio cellulare non si accorgano del pericolo e cadano sui binari. Insomma, i ritardi ci sono, anche se spesso sono piccolezze tra i due e i dieci minuti: resta il fatto che si tratta di un divario allucinante con le condizioni della nostra amata Trenitalia, con la quale per ogni viaggio è meglio calcolare un “margine di errore” tra i trenta minuti (se vogliamo essere ottimisti) e le quarantotto ore (in caso di neve e sciopero contemporaneamente). Japan, live long and prosper!

Continua qui.

Chiedo scusa per il post un po’ smorto e per l’assenza di approfondimenti, link ipertestuali e fotografie fatte dalla sottoscritta, ma ultimamente va così. Spero comunque che la lettura vi sia risultata piacevole!
Alla prossima con (in ordine casuale) i miei nuovi simpatici referrers e la terza ed ultima parte della serie dedicata al mondo delle metropolitane giapponesi!

 

Dieci cose che dovreste sapere sulle metropolitane giapponesi (prima parte)

Pre-disclaimer: dopo aver finito di scrivere questo post mi sono accorta che è uscito lungo quanto una tesi di laurea triennale di Ca Foscari, quindi per comodità e per permettervi di somatizzare il tutto ho deciso di dividerlo in tre parti.

Disclaimer: questo ed i prossimi due post saranno i post più divaganti che abbia mai scritto. La loro lettura richiederà uno sforzo psichico e fisico notevole, quindi assicuratevi di non essere già stressati di vostro, preparatevi un caffè, mettete della buona musica -consiglio gli Shonan no Kaze– e sedetevi comodi, pronti a non farvi troppe domande sul filo logico dei pensieri della sottoscritta.

Una delle cose più interessanti da fare a Tokyo è senza dubbio salire su una metropolitana. Ogni vagone rappresenta in piccolo uno spaccato di società giapponese, le sue dinamiche, la sua discutibile magia; è un mondo così affascinante che ho deciso di dedicarvici il primo post dopo quasi un mese di silenzio (al solito, chiedo scusa per il ritardo), presentando al mio modesto pubblico una lista di dieci cose che dovreste assolutamente sapere sui treni della metropoli. Cominciamo con le prime tre:

La fauna. A seconda delle diverse fasce orarie si trova la gente più disparata:
Tra le 7 e le 10, la gente che va a fare il proprio dovere: kaishain (uomini che lavorano in azienda) in giacca e cravatta, studenti e studentesse, office ladies con le loro graziose borsine per il pranzo.
Attorno a mezzogiorno, le signore di mezza età che sfoggiano i loro amabili kimono, graziosi quanto scomodi, e siedono vicine a piccoli gruppi ridacchiando di tanto in tanto in modo composto, con la mano davanti alla bocca per non scoprire i denti.
Tra le 16 e le 18, le orde di bambini ed adolescenti in divisa che tornano da scuola.
– Fino alle 22, gli studenti dei club sportivi e musicali che hanno fatto pratica fino a tardi e che si trascinano dietro borsoni più grandi da loro contenenti racchette da tennis, violoncelli, mazze da baseball, tastiere, cadaveri fatti a pezzi (deformazione della realtà dovuta all’abitudine, colpa del dannato maniaco che vive across the street e che probabilmente è frutto delle mie fantasie e della visione del film Audition).
– Tra le 22 e l’ultima corsa, troviamo quello che rimane dei kaishain di prima: ormai senza più giacca, con la cravatta allentata ed il sangue pregno di alcol, la parlantina strascicata e la risata facile, o in alternativa gli occhi socchiusi sul ciglio di questo e quell’altro mondo, la bocca leggermente aperta e il cervello scollegato.
– La mattina presto è senza dubbio la fascia oraria più antropologicamente interessante: tra le 5 e le 6 troviamo infatti quelli che potremmo paragonare ai tupperware con gli avanzi del giorno prima che troviamo nel frigo nei momenti di bisogno. Questi avanzi di società giapponese sono divisi tra quelli che hanno perso per sbaglio l’ultima corsa della sera prima, i giovani che hanno ballato nei club fino all’alba e che ora si reggono malamente agli appositi sostegni vacillando sonnolenti (presente!), vecchie signore che si sa, come in Italia la mattina non riescono a dormire fino ad un orario decente e devono dunque trovare un diversivo per tenersi impegnate e mezzi-fantasmi dal sesso e dall’età imprecisata che, eretti ed impalati nel bel mezzo del vagone, senza alcun sostegno, con gli occhi chiusi ed un’aura a dir poco inquietante dondolano avanti e indietro seguendo l’ondeggiare della metropolitana; sono più di là che di qua, queste opere d’arte mobili (cit. Andrea Dipré), che non si sa come non perdono l’equilibrio e anche quando pensi che stiano per rovinare al suolo riescono, sempre con gli occhi chiusi ed il respiro pesante, a spostare veloci un piede e regolare così il proprio baricentro. Magia.

2. La gente dorme sempre. SEMPRE! Tra gli altri motivi c’è il fatto che qui gli uomini lavorano dalle otto della mattina fino alle dieci la sera (senza in realtà combinare molto più di quello che combiniamo noi italiani tra le nove e le cinque) e le donne devono svegliarsi due ore prima del dovuto per mettersi tutte le schifezze possibili e immaginabili in faccia: colla per le palpebre, ciglia finte, creme su creme, cerone e chi più ne ha più ne metta. Chi non si trucca come Moira Orfei deve preparare il pranzo al marito ed ai figli, e si ritrova a svegliarsi presto comunque. E allora eccoci, al mattino al pomeriggio e alla sera, su tratte di un’ora e mezza come nei cinque minuti compresi tra due o tre fermate, il giapponese medio dorme. Si siede e dorme: la testa collassa in avanti dando vita a una figura distorta ed inquietante (sì, mi inquieta tutto, colpa di The Ring e The Grudge che hanno segnato la mia vita per sempre), oppure collassa da un lato appoggiandosi molesto alla spalla del giapponese vicino che talvolta si presta volentieri ad essere involontario cuscino mentre a volte si alza e si sposta, lasciando la povera creatura addormentata a collassare ulteriormente sul sedile affianco per un buon sonno ristoratore. Ma attenzione, il giapponese medio si risveglierà puntualmente alla propria fermata: non ha una sveglia, non ha nessuno che lo chiama, lui ha la sua fermata nel sangue e la sente arrivare, come  una vecchietta col male alle ossa sente arrivare il cattivo tempo. Ed ancora: magia.
Vi rimando allo splendido blog di Kirainet per vedere alcune fotografie meravigliose di giapponesi che dormono, purtroppo non dispongo di materiale personale.

3. Le scale mobili. Non solo nelle metropolitane, a Tokyo quando si sale su una scala mobile con l’intenzione di piantarsi sul gradino e farsi trasportare pigramente fino in cima, per buona educazione ci si allinea tutti a sinistra. Se qualcuno ha fretta e vuole percorrere le scale camminando, lo fa dal lato destro: il contrario rispetto all’Italia, e vi lascio immaginare i casini che combinavo le prime settimane quando tutta convinta piantavo i piedi a destra e i giapponesi, tutti imbarazzati perché troppo educati (o cagasotto) per chiedere ad uno straniero di muovere il culo e spostarsi dall’altra, entravano in panico e sfoggiavano numeri da circo per aggirarmi senza causare ulteriore stress sulla scala mobile. O in alternativa restavano impalati dietro di me sperando che prima o poi mi decidessi a camminare anche io. Illusi! Nelle metropolitane, il senso di alcune scale mobili cambia a seconda delle ore del giorno: ascendenti la mattina e discendenti alla sera, trasformando quello che già è un labirinto nella scuola di magia e stregoneria di Hogwarts (“alle scale piace cambiare, cit Hermione). Di nuovo, magia.

Per oggi mi fermo qui, alla prossima -che spero non sarà troppo tardi.
Tanti abbracci!

Continua qui!

Cose che mi mancano dell’Italia dopo 50 giorni all’estero.

Il titolo del post dice già tutto: per quanto il Giappone sia una figata (con i suoi pro e i suoi contro, sia chiaro), dopo circa cinquanta giorni di esilio mi ritrovo a pensare con un po’ di nostalgia all’Italia e agli italiani. Ciò non mi impedirà di cancellare il mio volo di ritorno e rimanere qui per tutto l’anno e tre mesi che il mio visto mi consente godermi il soggiorno e magari tornare quando avrò un po’ di soldi da parte (Italia, dammi un lavoro); diciamo che penso a quello che mi manca del paese in cui sono nata, sorrido, alzo le spalle e mi guardo attorno a Nakano, a Shinjuku, a Ikebukuro, a Roppongi, catturando tutto ciò che di bello ho qui e che purtroppo tra non troppo tempo dovrò lasciarmi dietro.
Vattene via, malinconia! Non ho tempo per te!
Dunque, ecco alcune cose (non tutte, assolutamente, staremmo qui per ore) che mi mancano dell’Italia sono, in ordine assolutamente casuale:

I miei genitori: c’è poco da fare, forse la cosa che più mi manca di casa (dopo la Nutella e lo spritz, of course) sono i miei. Ma non diteglielo, altrimenti poi si commuovono e vogliono che torni presto e chi glie lo spiega che ho deciso di cancellare il volo di ritorno e vivere qui da eremita fino al prossimo dicembre. [sto scherzando, state tranquilli, tornerò. Forse]

I miei amici a cui voglio tanto tanto bene: sicuramente farò qualche figura di merda non nominando qualcuno di veramente importante, ma proviamoci comunque. Quelli del ring of fire che sono rimasti in Italia: Alex, Van, Sara, non vedo l’ora di tornare in quel di Viale S. Marco ed abbracciarvi tutti fortissimo. Le mie amiche di vecchia, vecchissima data Franci ed Ene: cosa saranno mai altri tre mesi a confronto di un’amicizia che dura da vent’anni? Le mie donne Vale, Vale, Fabi e Karin: anche se pure quando sono in Italia ci vediamo poco poco mi mancate tanto, ma recupereremo il tempo perso! Sicuramente c’è qualcun altro che mi sfugge, ma sappiate che siete sempre tutti nei miei pensieri di emigrante!

Quasi-tramonto su Minato-Mirai. Sempre per la serie "foto che non c'entrano nulla ma che alleggeriscono il post".

Quasi-tramonto su Minato-Mirai. Sempre per la serie “foto che non c’entrano nulla ma che alleggeriscono il post”.

I concerti dei Modena City Ramblers: ci pensavo l’altro giorno ascoltando un po’ di loro pezzi; finora ci sono stata solo due volte, ma entrambe sono state spettacolari e divertentissime. La prima volta ero con la mia mamma ed il mio ragazzo, la seconda ero con alcuni dei miei migliori amici: entrambe le volte abbiamo ballato, cantato, urlato, pianto (Ninnananna e In un giorno di pioggia mi uccidono sempre).

I concerti dei Seven Deadly Folks: non molti di voi li conosceranno perché sono della mia zona, ma pure i loro concerti come quelli dei Modena sono sempre memorabili. Diciamo che in generale si può dire che mi mancano parecchio i concerti delle band di Trento, è sempre pieno di gente che conosco, conosco la gente che suona, è sempre tutto molto conviviale e ti fa sentire bene.

La mia casa da fuori-sede a Mestre: mi dava quella sicurezza e stabilità di cui avevo bisogno, era un rifugio sicuro in cui tutti potevano trovare riparo nei momenti difficili, bastavano un paio di telefonate o un post in facebook e si riempiva di alcol amici, risate, cibo e felicità.

Il caffé a un euro: qui da Starbucks un espresso regolamentare costa 400yen, cioè circa tre euro. Non esiste. Fortuna che ho ancora mezzo chilo di quello che mi sono portata da casa e che mi conforta nei momenti in cui un semplice caffélatte scadente non basta. Ma di solito basta, e ne sono alquanto stupita. A questa voce aggiungiamo pure la mia macchina a cialde della Nespresso: don’t worry George, I’ll be back soon.

Lo spritz: c’è poco da fare, mi piace avere la mia izakaya (pub) di fiducia a Kabukicho, ma mi piaceva anche prendermi anche solo un quarto d’ora dopo lezione per andare in Campo e prendermi un buonissimo ed economicissimo spritz con i miei colleghi, sperando che con il bicchiere portassero anche qualcosa da mangiare perché altrimenti che gusto c’è. In seguito uno dei video tra quelli maggiormente on-air in quel di Nakano (complice anche Ofgold, che si emoziona ogni volta per la r di Marghera e per i ricordi d’infanzia che questa canzone gli riporta alla mente).

Il cibo italiano: il cibo italiano mi manca, ma non per questo mi metto a cercarlo nei supermercati o nei ristoranti di Tokyo. Potrei, ma sinceramente pregusto il momento in cui potrò sedermi a tavola con calma e godermi una pizza come si deve, le lasagne della mia mamma and such. Mi manca entrare in un supermercato e sapere esattamente che cosa prendere e quanto spenderò, e mi manca uscire con dei sacchetti pieni di frutta e verdura. Mi mancano le verdure grigliate surgelate del Cadoro (Alex e Monica sanno esattamente di cosa sto parlando), mi manca la pizza d’asporto di Batty sotto casa, mi manca la colazione all’italiana con spremuta d’arancia, un bicchiere di latte gelato e pane con la Nutella (apro una parentesi per la Nutella perché ne sento davvero tanto la mancanza. Mi sono giunte delle notizie secondo cui si può trovare in un determinato supermercato per “soli” 600yen, ma non sono sicura di volerla comprare perché poi ne vorrei sempre di più e beh, alla fine sono senza da due mesi, posso resistere per altri tre).

A cosa serve il cibo italiano quando si possono comprare sboldrate come questa? non vi dico nemmeno cosa c'è dentro perché a nominare tutto faremmo notte.

A cosa serve il cibo italiano quando si possono comprare sboldrate come questa? non vi dico nemmeno cosa c’è dentro perché a nominare tutto faremmo notte.

Il contatto fisico: tasto dolentissimo della mia permanenza a quel di Tokyo, penso che se non avessi qualche amico italiano con cui scambiarmi un abbraccio ogni tanto il mio cuore si sarebbe già congelato e spappolato alla prima botta. Ci sarebbe un discorso troppo lungo da fare riguardo alla percezione che i giapponesi hanno del contatto fisico, quindi mi limiterò a trascrivere un breve dialogo avvenuto -non ricordo in che lingua- tra me e il mio giapponese preferito (=un giapponese che ha studiato per sei mesi in Canada e che quindi non è tanto giapponese quanto potrebbe essere, fortunatamente).

A: “Ma quindi come funziona qui, come dimostrate il vostro affetto verso gli amici?”
N: “Beh, principalmente lo dimostriamo cercando di non causare problemi…”
A: “Ma fisicamente? Un abbraccio, un bacio sulla guancia quando ci si incontra?”
N: “No, noi ci inchiniamo e basta!”
A: “Ma ma ma e se non vi vedete da tipo sei mesi come funziona?”
N: “Lo stesso, non vedo perché dovrei abbracciare un mio amico o una mia amica.”
A: “…”

Mi veniva quasi da piangere, io sono quella che abbraccia tutto e tutti per qualsiasi futilissimo motivo. Una cosa del genere se prolungata potrebbe davvero farmi passare la voglia di vivere qui (idealmente parlando, per quello che ne so ora potrei anche non tornare mai più). Funziona in modo molto simile anche tra coppie, ma quello meriterebbe un discorso a parte e pertanto approfondirò meglio in uno dei prossimi post.

Sì, a grandi linee direi che sono queste le cose che maggiormente mi mancano dell’Italia. Se qualcuno dei miei compagni di viaggio mi sta leggendo vorrei fare anche a voi la stessa domanda: a voi cosa manca di più della nostra brutta Italia?
Per oggi è tutto, alla prossima!

Ps. Emme, pensavi che non ti avrei nominato. Non mi sono dimenticata di te, che mi manchi un sacco lo sai già perché te lo ripeto tutti i giorni!

Diario fotografico: Hama Rikyū Garden e dintorni.

Incredibile come Tokyo stia finalmente iniziando a darci qualche giornata di sole; una dietro l’altra (per ora sono solo due, ma direi che per il momento è record), con delle temperature che superano i venti gradi e un venticello leggero che spero continui a soffiare anche quando sopraggiungerà il caldo torrido dell’estate.
Giornate ottime, insomma, per uscire di casa a fare due passi e riprendersi dalla pioggia dei giorni precedenti, che ci ha costretti (con grande dolore di tutti, come potrete ben immaginare) a chiuderci in un karaoke dalle tre di pomeriggio alle sette di sera, e poi di nuovo in una salagiochi (dolore ancora più grande, come no) fino alle nove passate.
Reduci insomma dalla prima metà di weekend all’insegna dell’aria viziata delle piccole salette private del karaoke e delle corsie strette e rumorose della sala giochi, abbiamo pensato la mattina dopo di andare a fare due passi in direzione Ginza senza un progetto preciso in mente, pronti a seguire il cuore più che la cartina. E allora via, linea Marunouchi da Shinnakano fino alle porte del quartiere del lusso e delle grandi marche per eccellenza.

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Palazzoni su palazzoni, loghi di brand internazionali sotto e grandi vetrate sopra; probabilmente oltre ad esse ci saranno decine di impiegati (o, come li chiamano qui, “salarymen”) con la loro usuale divisa: giacca sopra e cravatta sotto, camicia bianca d’estate e d’inverno, scarpette lucide e pantalone scuro. Ho preferito comunque catturare una delle poche nuvole della giornata, fermatasi a riposare negli uffici di quelli che invece non riposano mai (dicono; in realtà spesso riposano eccome, anche se a modo loro).

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Continuando a camminare, favoriti anche dai prezzi dei negozi di cui sopra che non sono decisamente suitable per le mie tasche da studentessa in trasferta, ci siamo ritrovati di fronte a quello che poi abbiamo scoperto essere un tempio buddista anche se da fuori era più simile ad una vecchia stazione tedesca e da dentro ad una cattedrale.

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Ci guardiamo intorno e continuiamo a camminare, senza preoccuparci troppo della direzione che stiamo prendendo. Ad un certo punto tutto inizia a parlare chiaro: i grattacieli per primi, la facciata di uno dei quali è quasi interamente coperta da un enorme dipinto che raffigura un pesce rosa.

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Poi i vari sensi, uno dopo l’altro: la vista ci indica una fiumana di persone che si accalcano in un paio di stradine perpendicolari alla superstrada principale a quattro corsie. Anche l’olfatto se ne accorge, perché dalle bancarelle che costeggiano le viuzze sale un odore di pesce perforante, ma allo stesso tempo non fastidioso come quello che senti nei mercati altrove. Le orecchie sentono i venditori che gridano e i camerieri che ti invitano ad entrare nel loro ristorante per il pranzo. Le insegne nei dintorni ce lo confermano: siamo a Tsukiji, dove ogni mattina tra le quattro e mezza e le sette si può assistere all’asta dei tonni, che dicono sia una cosa assolutamente da vedere ed alla quale spero di avere un giorno l’occasione di assistere.
Prefiggendomi di scrivere un post in futuro dove parlerò esclusivamente del mercato del pesce più famoso di tutto il Giappone, liquido questa parte di vagabondaggio con la foto di un cane in scatola (chinese cuisine, you’re doing it wrong).

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Dopo una ciotola di riso coperta di ottimo sashimi, continuiamo la passeggiata ed arriviamo ad un parco che non ci aspettavamo di trovare (non ti aspetti quasi mai di trovare un parco a Tokyo, ma così grande e bello men che meno; sarà che sono poco informata, e sì che nella mia guida era pure segnato). Quindi ecco ciò che voi tutti temevate, altre foto di parchi, fiori, alberi, felicità, arcobaleni e cose verdi e rigogliose. Che ci volete fare, in posti così è difficile fare brutte fotografie, e io ne approfitto.
Ecco a voi lo splendido Hama Rikyū Garden.

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Insomma, è dall’inizio dell’articolo che parlo al plurale e nonostante ami parlare di me (anzi, di noi) in plurale maiestatis, vorrei specificare chi è il “noi” di questa volta. Il solito M., che ancora una volta ha abbandonato il locus amoenus in cui vive alla volta della fredda metropoli, ed L. che recentemente si è unito all’orda di studenti in scambio nella capitale e che per sua sfortuna si ritrova a vivere a 300m da dove vivo io. Vi voglio un sacco bene.

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Anche per oggi è tutto, vi ringrazio ancora per leggermi anche quando sono noiosa o per guardare le mie foto senza leggermi (sì, se leggessi sapresti che sto parlando di te, ma visto che appunto guardi solo le foto sto parlando con i muri).
Se per caso siete curiosi su qualche aspetto particolare o vi piacerebbe che affrontassi in modo approfondito qualche argomento, scrivetemelo qua sotto (o in facebook, come vi torna più comodo)!
Alla prossima!