Una vita in 30kg, o di come preparare una valigia senza troppi sbatti.

Come forse tutti sapranno (e se non lo sapete, sappiatelo), Tokyo ist Krieg se ne ritorna a Tokyo a partire dal 21 marzo. E non ci rimarrà cinque miseri mesi come lo scorso anno. Se ne andrà per restarci.
Sono nel pieno della quarta fase, quella della negoziazione della partenza, e questo significa solo una cosa: è arrivato il momento di preparare la valigia. Meglio prendersi con un po’ d’anticipo, questa volta. Se l’anno scorso mi apprestavo a partire con Alitalia e la sua modesta franchigia da 23kg, quest’anno Emirates mi permetterà di dare il meglio di me e di mettermi alla prova cercando di inserire nella mia Valigia Ottanio i 30kg più significativi della mia vita da continua esule.
È dalla fine del liceo che, per un motivo o per l’altro, viaggio. Non penso di avere una vita particolarmente movimentata, ma lo spostamento fuori sede causa università e il conseguente trasferimento a Tokyo per gli ultimi cinque mesi del terzo anno (nonché la conversazione provvidenziale con un’amica, M.) mi hanno fatto capire che per noi orientalisti è indispensabile una mentalità essenzialmente apolide. Trovo che l’allungarsi innaturalmente verso il cosmopolitismo sia un’azione inutilmente faticosa e sopravvalutata. Io non mi sento cittadina del mondo, anzi. Non mi sento cittadina di nessun luogo e questo mi rende libera e svolazzante come una falena felice (e sì, dai, ci siete arrivati da soli, i vari angoli del mondo sono i miei lampioni).

Dicevamo, mi ritrovo ora nella condizione di dover selezionare i 30kg più importanti della mia vita per poi portarli con me dall’altra parte del mondo. Sarà necessaria una dose non indifferente di tenacia e abilità nella gestione degli spazi, perché l’anno scorso di chili me ne sono portata molti di meno e comunque mi sono dovuta sedere sulla valigia per riuscire a chiuderla.

Prima di mettersi nell’ordine di idee che è ora di alzare il culo e iniziare a impacchettare roba è bene assicurarsi di:
1. Essere rilassati e non avere altri pensieri. E questo implica il prendersi con un po’ di anticipo (nel mio caso una settimana, più o meno), per aver tempo di rimediare a eventuali mancanze e di disfare e ricostruire il vostro capolavoro tante volte quante la bilancia ve ne ordinerà.
2. Non farsi prendere dal panico: se dimenticate qualcosa c’è una buona probabilità che la vendano anche nel posto dove state andando. Corollario: ricordatevi che comprare passaporti o altri documenti d’identità nel paese di destinazione è illegale e perseguibile dalla legge. Cercate almeno di ricordarvi i vostri documenti, su.
3. Aprite la valigia, spalmatela sul pavimento della vostra stanza e chiudetevici dentro. No, non nella valigia. Nella stanza. Imponetevi di non uscirne finché non avrete completato almeno il primo ciclo di riempimento. Per aiutarvi nello scopo mettete della musica convincente e portatevi cibo e acqua.

La chiave per una valigia perfetta è il suo scheletro: non parlo solo dello scheletro fisico della valigia vera e propria, quello che eviterà che alla prima caduta da due metri d’altezza (solo Dio sa che cosa combinano oltre il buco nero alla fine dei rulli del check in) il vostro bagaglio ESPLODA, seminando tutto il contenuto sulle valigie degli altri ignari passeggeri. Sto parlando della gloriosa, indispensabile lista – la prima cosa a cui dovreste pensare nel momento in cui prenotate il vostro biglietto aereo.
Ho ancora salvata nel computer quella che avevo scritto l’anno scorso (e magicamente ero riuscita a non dimenticare nulla che fosse di vitale importanza), ma quest’anno ho deciso di riprovarci andando per categorie o campi semantici, nell’ordine in cui ve li descriverò qui sotto.
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Tutto comincia così.

La prima cosa in assoluto che mi viene in mente se penso a un bagaglio è l’elettronica.
I preziosi attrezzi elettronici di cui sono avida non possono mancare – pena il rimorso eterno. Ho diviso questa prima categoria in due sottocategorie:
a. cose che mi permettono di stare in contatto col mondo: il computer, con cui scriverò articoli noiosi nelle caffetterie, telefonerò ai miei, aggiornerò il blog, perderò ore su Facebook invece di uscire e farmi una vita. Il telefono, con la sim che mi servirà solo per (spero) le prime ore: quando mi stabilizzerò un attimo mi comprerò una sim dati da poter usare fuori casa; l’anno scorso non ne avevo una e vi assicuro che per noi ormai abituati a tutte le comodità dello smartphone uscire a fare due passi coscienti di non avere con sé internet è un vero e proprio incubo.
b. cose che mi permettono di stare in contatto con me stessa: il Nintendo 3DS che ha il blocco regionale e che quindi non posso utilizzare con i giochi giapponesi – quindi verranno con me anche Pokemon X, Fire Emblem Awakening, il Professor Layton e l’Eredità degli Aslant, eccetera eccetera. Verrà con me la PSP che invece non ha il blocco regionale, con FF Tactics e magari Monster Hunter. Il Kindle, che devo riempire di roba (ogni volta mi riprometto che in aereo leggerò un po’, mentre finisco sempre per trascorrere l’intero viaggio tentando di dormire con scarso successo). La fotocamera, con due obiettivi per sopperire a ogni necessità. L’iPod, indispensabile.

Seconda categoria: cose che mi permettono di urlare al mondo che sì, sono italiana.
Una moka, un pacchetto di caffè buono e ODDIO NON DIMENTICATELO MAI, l’adattatore per il gas (quello di metallo a croce per intenderci, ha un nome proprio? Non lo so). L’anno scorso me l’ero dimenticata e ho dovuto cercarlo non poco, trovandolo poi in un negozio specializzato in roba pretenziosa da cucina e pagandolo sui 15 euro (1,30€, nel negozio giù in città a Trento). Magari del peperoncino. Magari un barattolo di Nutella (per stare lontana dal Food Show quanto più possibile, si sa che poi va a finire malissimo).

Cose che mi permetteranno di studiare un po’ di giapponese.
Un sacco di libri che avevo comperato l’anno scorso e riportato in Italia. Libri preparatori per il JLPT N1 (che non ho passato a dicembre per una manciata di punti, sciocca me procrastinatrice), i miei amatissimi libri di grammatica giapponese Makino-Tsutsui, tre libri di Murakami Ryuu letti a metà e lasciati da parte per troppo tempo (vi ricordate la parola tsundoku?). Oh e il dizionario elettronico, che altrimenti non riesco nemmeno ad andare a fare la spesa. Compro raramente cose che non so cosa siano, e dato che al secondo anno abbiamo saltato a pié pari l’unità didattica sulla cucina e sul cibo non ho nemmeno idea di come si dica “spinacio”, per dire.
...merda.

…merda.

Cose che mi permetteranno di mantenere un certo decoro.
Vestiti: non troppi, perché Tokyo è la mecca dell’abbigliamento e so che per quante cose mi porti dietro poi finirei per rivendere tutto in qualche MODE OFF, come l’anno scorso. Era agosto e non mi entrava più nulla in valigia, quindi ho rivenduto circa una ventina di capi d’abbigliamento tra abiti, scarpe, magliette eccetera. Ci ho ricavato ben 440yen, tre euro e mezzo. Ci ho comprato una bandana blu (e guadagnato indescrivibilmente in peso).
Ricordarsi di non dimenticare un completo da colloquio di lavoro. Rigorosamente giacca e pantalone neri E camicia bianca OPPURE tailleur nero E camicia bianca. Provo il mio nuovo completo nel camerino del negozio e mi sento incredibilmente vecchia e incredibilmente stanca.
Scarpe: sicuramente le mie Doc Martens. Un paio di ballerine. Le Lita per trovare sempre un momento di disagio: già sono alta per gli standard giapponesi, poi quando con queste scarpe arrivo a più di 170cm posso guardare il mondo dall’alto tipo Torre Eiffel, ed ergermi sopra la folla e sopra le ascelle nella metropolitana. Non male.
Cosmetici. Promemoria per me stessa: comprare due mascara uguali a quello che ho ora, perché quelli giapponesi sono per chi non ha le ciglia e quindi non vanno una bega.
Uno specchietto.
La pinzetta per le sopracciglia.
L’epilatore della Sunsilk.
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Cose belle che come tutte le cose belle prima o poi finiscono.
Gli assorbenti, di cui ho parlato sufficientemente nello scorso articolo.
Tinte per capelli, che a Tokyo non ne ho mai trovate come piacevano a me.

Cose che mi permetteranno di rimanere viva.
Medicinali. Una borsa piena zeppa di medicinali.
L’adattatore della corrente. Mi permetterà di rimanere viva, sì, riuscite a immaginare arrivare lì, appoggiare il culo sul letto e rendersi conto di non avere dove collegare i propri attrezzi elettronici? Oh, the horror.

Cose che troverò sicuramente il modo di utilizzare.
Degli asciugamani e delle lenzuola (metti che l’industria giapponese che produce l’uno e l’altro prodotto collassi improvvisamente ed entrambe le cose diventino irreperibili, sinceramente non mi va di essere costretta a girare il mercato nero degli asciugamani – dev’essere un posto terribile, pieno di tipi poco raccomandabili).
Un membro quasiasi del mio esercito di alpaca. Sicuramente spenderò il mio primo stipendio in ufo-catcher, ma fino a quel momento ho bisogno della compagnia e della saggezza di uno dei capostipiti del mio fidato Consiglio di Alpaca.
No, generale, tu non puoi venire con me ):

No, generale, tu non puoi venire con me ):

Oh, dimenticavo: cose che mi permetteranno di entrare in Giappone.
Il passaporto (valido), il visto (da un anno e tre mesi, per intanto), soldi. Il biglietto aereo. Il permesso di lavorare part-time (okay posso entrare in Giappone anche senza, ma se non trovo un lavoro non so quanto posso rimanerci).

Ecco, bene o male questa è la versione 2014 della Lista. Vi lascio con un po’ di dati sparsi:
Oggi è lunedì 17 marzo.
La mia valigia si è chiusa per la prima volta ieri, domenica 16 marzo, alle 13:55.
Peso corrente della valigia: 26kg.
Chili che ho dovuto schiacciare sulla valigia per riuscire ad allacciare le cerniere: 70 (grazie, M.)
Tempo trascorso a fissare la valigia vuota con sguardo vacuo, non sapendo da dove iniziare: tra le 3 e le 5 ore.
Volte che riaprirò la valigia da qui a venerdì: tra le 10 e le 15.
Elementi della lista dello scorso anno che ho dimenticato di inserire in valigia: tra i 10 e i 15.
Vestiti che dovrò togliere dalla valigia per farci stare il resto: troppi.
Libri che toglierò dalla valigia per farci stare il resto: neanche mezzo, bitches.
Cose che sono disposta a sacrificare per far spazio a qualcosa di più utile: essenzialmente, la mia salute mentale.

E voi, qual è stata la valigia più complicata che vi siete mai trovati a preparare?
Fatemelo sapere in un commento o sulla pagina facebook di Tokyo ist Krieg!
Buona settimana a tutti e alla prossima (che sarà da Tokyo)!
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Delle cinque fasi di elaborazione di una partenza (seconda parte):

(…continua da qui)

Ieri abbiamo visto la prima e la seconda fase, cioè rispettivamente l’attesa impaziente e la realizzazione del pericolo. Continuiamo la nostra analisi con…

Terza fase: il panico, o il rifiuto della partenza. La fase immediatamente successiva alle riflessioni della fase due è la peggiore di tutte. Gli alberelli che ti bloccavano il cammino (ogni riferimento a pokemon è puramente casuale) diventano montagne insormontabili; cadi nel panico più profondo, improvvisamente nel viaggio che verrà non scorgi più nulla di positivo, mediti addirittura di rimanertene a casa e credi di aver fatto la scelta peggiore della tua vita a comprare il biglietto aereo con tanto anticipo, senza aver nemmeno avuto il tempo di valutare bene i pro ed i contro della situazione. Pensi al tuo ragazzo che non vedrai per cinque mesi; pensi alla mamma ed al papà che staranno per giorni interi in ansia perché la loro unica bimba se ne va all’avventura nella terra del pesce palla avvelenato e dell’hentai, dove i terremoti sono all’ordine del giorno e le radiazioni uccidono mandrie di tori da quanto sono tossiche (*sarcasm*).

“Giappone – non serve dire altro”. Fotogramma pregno di significato tratto dal film Funky Forest, interamente visionabile a questo indirizzo. Due ore e mezza di puro WTF.

Sei così impanicata che inizi anche a farti due conti su quanto ti costerebbe rinunciare al tutto, e per fortuna che c’è il tuo ragazzo che ti fa rinsavire e che ti sopporta quando ad un certo punto ti metti a piangere ogni volta che ti dice una parolina dolce, perché “Ecco uffa, ora me lo dici ma poi non me lo potrai più dire” (nei momenti di quiete e razionalità) o perché “Ecco uffa, ora me lo dici ma poi non me lo potrai più dire e devi smetterla adesso hai capito che tanto lo so che appena parto tu ti trovi un’altra perché ecco tu resti qui e ti annoi io invece vado lì e sarò sempre impegnata e uffa non è giusto voglio rimanere qui anzi adesso annullo il volo” (durante il ciclo). Tesoro, grazie di avermi sopportata in certi momenti

Quarta fase: la negoziazione. Quella della negoziazione è la fase in cui torni in te. Il giorno della partenza si avvicina, le giornate volano ed ogni tanto ti perdi le settimane per strada. Ormai sei cosciente del fatto che dovrai affrontare svariate difficoltà ed innumerevoli sfide con te stessa e con l’ambiente che ti circonda, ma la cosa non ti spaventa più di tanto.
Sei psicologicamente pronta per il tuo matrimonio con la metropoli; come da tradizione, porti con te qualcosa di vecchio: il trolley che ti accompagna da ormai cinque anni in tutti i tuoi viaggi.
Qualcosa di nuovo: il parka sfoderabile che speri ti sarà utile da ora fino a primavera inoltrata.
Qualcosa di blu: la tua tanto sospirata Valigia color Ottanio che rende tutto più bello.
Qualcosa di  prestato: la t-shirt di Inglorious basterds del tuo uomo.
Qualcosa di regalato: un set di posate tascabili che i tuoi compagni di liceo ti avevano regalato nel 2008, prima del tuo viaggio in Cina.

La Valigia Ottanio. Tutto maiuscolo perché merita rispetto e reverenza.

Escogiti qualche trucchetto per sentire meno la mancanza di casa: stampi qualche foto, ti assicuri di avere sul computer tutte le serie tv che ti serviranno a somatizzare il distacco dal villaggio natale (leggi: Lost) ed a superare un’eventuale, si spera solo momentanea, carenza di banda o assenza di wi-fi. Nascosta in valigia, tra un cardigan con i colibrì ed una camicia in jeans, metti una moka per i momenti di bisogno. Sul fondo, due pacchi di caffé Bontadi, qualità rossa ed oro. In ogni piccola intercapedine tra la montagna inutile di vestiti che ti ostinerai a portare potrai trovare: una zuppa pronta liofilizzata Knorr; un pezzetto di Parmigiano; delle mele della Val di Non disidratate; sughi pronti; dado di carne per il brodo; peperoncino q.b.

La valigia è quasi pronta; vestiti su vestiti impossibili da abbinare tra loro, il cardigan con i colibrì ed un pacchetto di caffè che sbuca timidamente da un angolo.

Ora che hai anche allacciato gli elastici di sicurezza della valigia, ti senti un po’ più sicura anche tu. Sicuramente avrai dimenticato qualcosa a casa, sicuramente ti pentirai di non aver fatto questo o quello prima di partire, sicuramente ti mancheranno gli amici, i parenti, il ragazzo, le tartarughe, il tuo fedele elefante di peluche.
Ma l’agitazione lascia lo spazio alla consapevolezza di stare per fare qualcosa di grande, di stare per partire per un viaggio che aspettavi da anni in quanto coronazione della tua esperienza di studio triennale; ti trasformi improvvisamente in Red alla conquista del Kanto. Tu sei Thorin Scudodiquercia, e Tokyo è la tua Erebor.

Quinta fase: l’euforia. Premettendo che per quanto riguarda il caso presente devo ancora sperimentare la quinta fase, mi baserò su vari ricordi che, come ho già detto nello scorso post, riconducono più o meno ad uno stesso pattern. Per un’analisi più dettagliata della fase euforica vi rimanderò al mio prossimo intervento, in cui parlerò del decollo, del volo, dell’arrivo e di un sacco di altre cose interessantissime. Dunque, on to the memories!
La fase euforica inizia solitamente all’arrivo all’aeroporto ed all’incontro con gli altri partecipanti al viaggio (se ce ne sono, nel mio caso ce ne sono sempre stati). Si inizia con le solite frasi di circostanza, del calibro di: “Caaaavoli, sembra ieri che ci hanno detto che partivamo!”, oppure “Ho dovuto rifare la valigia venti volte per farci stare tutto”, e ancora “Guarda sicuramente questa è la volta buona che cade l’aereo hahahah” (risate falsissime, generalmente quando qualcuno fa uscire simpaticamente questa frase iniziano tutti a cagarsi addosso). Lo stomaco inizia a fare le bizze, non sai mai se hai fame o se stai per vomitare il pranzo da un momento all’altro. Dopo il check-in di solito ci sono due ore morte, in cui non sai bene come e quanto aspettare per salutare chi rimane qui ad aspettarti; a un certo punto non hai più i bagagli e non hai nulla con cui distrarti se non qualche scialbo negozio duty-free, e di conseguenza la tua percezione del tempo sballa completamente e ti sembra di dover rimanere lì ad aspettare per giorni interi. Magicamente però l’ora dell’imbarco arriva, sali, saluti le hostess, scruti i vicini, ti fai due conti di quanto ti inveiranno dietro quando dovrai chiedere loro di lasciarti passare per andare in bagno, e poi l’aereo decolla. Il numero delle fotografie che ti divertirai a fare alle ali che sferzano le nuvole è inversamente proporzionale alla durata complessiva del volo (sto ancora cercando di elaborare una formula a riguardo, ma per un volo di dodici ore e mezzo stimo di stufarmi dopo circa quindici secondi).

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Fotografie di questo calibro che, oltre ad esprimere al meglio la mia folle sensibilità artistica, dimostrano la mia fenomenale competenza ad aggiungere filtri nostalgici in Photoshop.

La fase euforica dura tendenzialmente fino al primo pasto che ti serviranno in aereo (enough said). Da quel momento in poi ti sforzerai incredibilmente per riuscire a dormicchiare anche solo per un quarto d’ora, fallendo clamorosamente ed iniziando così lo zapping spasmodico tra i film ed i CD gentilmente offerti dalla compagnia sul tuo personale schermino, almeno fino a quando il passeggero seduto davanti a te non penserà bene di inclinare il suo sedile in modalità astronave, impedendoti di proseguire la visione senza cavarti gli occhi.
All’arrivo nel paese di destinazione ti fingerai sicuro di te, ma girerai come una trottola (dentro e fuori) per recuperare i tuoi bagagli, passare i controlli doganali, trovare l’uscita e resistere alla tentazione di prendere un intero flacone di gocce di melissa lasciando che qualcun altro si prenda cura di te, sperando di risvegliarti in un confortevole letto a due piazze.
Il  viaggio è finito, ma in realtà comincia ora.
Anche se nessuno ha ancora pronunciato la fatidica frase scherzosa sulla caduta dell’aereo, io mi sto già cagando addosso  sono già un po’ nervosa.

Il prossimo post lo scriverò da Tokyo non appena mi sarò sistemata. Nel frattempo statemi tutti bene, e grazie infinite del feedback che mi avete dato ieri, non mi aspettavo tanto interesse! Tanti abbracci per voi, e via con gli ultimi ritocchi alla valigia!

Delle cinque fasi di elaborazione di una partenza (prima parte):

In questa prima entry, che scrivo esattamente 45 ore prima del fatidico volo, parlerò dettagliatamente dei quattro lunghissimi (e contemporaneamente fulminei) mesi che hanno preceduto la mia imminente partenza. Come idea avrebbe dovuto essere un noiosissimo e torrenziale post su tutto ciò che mi ha accompagnato da novembre fino ad ora, ma mentre buttavo giù le idee ho notato, inaspettatamente, che c’è un certo pattern ricorrente nel mio affrontare le partenze importanti.
Per questo motivo vorrei provare ad operare una riscrittura del tutto personale della teoria delle cinque fasi di elaborazione del lutto, di cui spesso sentiamo parlare in film melensi, libri poco interessanti o serie tv spettacolari.

Prima fase: l’attesa impaziente. Sono gli ultimi giorni di ottobre, e da qualche giorno il clima tra gli studenti del dipartimento è più teso del solito.  L’attesa per le graduatorie è più lunga del previsto, ed anche se sai che in Giappone ci andrai rimane l’incognita del dove: ad Osaka per un semestre? A Tokyo? In aperta campagna a Kochi per tre mesi? I giorni passano, finché scrollando pigramente la homepage di facebook compare la notifica che aspettavi (e con te un’altra ventina di persone, per la maggior parte amici stretti): “Ragazzi, sono uscite le graduatorie!”
La meta finale che la commissione ha scelto per te è Tokyo, la grande metropoli, con le sue luci, i grattacieli, le sale da karaoke, le mode imbarazzanti e moleste.
Aspettavi di fare questo viaggio da una vita ed appena la cosa è confermata non stai nella pelle. Partirai il 20 marzo, ed i cinque mesi che ti separano dal viaggio ti sembrano un’eternità.
Cerchi i blog di chi è già partito prima di te, di chi è già tornato e di chi ci vive ancora. Scopri il sarcasmo scorticante di Tokyo Hell, la sensibilità quasi poetica di Giappone Mon Amour, gli aneddoti divertenti e curiosi di Bakabeans, e potrei continuare con parecchi altri. I giorni non passano più e ti trasformi per un momento nella fangirl che non sei mai stata.

Seconda fase: la realizzazione del pericolo. A mano a mano che passa il tempo realizzi che con la partenza ci saranno anche dei problemi. La prima cosa a cui pensi è il cibo, da brava italiana cresciuta a pizze del sabato sera e domeniche a pranzo dalla nonna: in Giappone la frutta costa l’ira di dio, la pizza buona non si trova se non per sbaglio, nei supermercati tutto sarà scritto in una lingua che ancora fatichi a capire e, ultimo ma non ultimo, sai già che comprerai tutte le schifezze kawaii che troverai in giro a scapito della tua (assente) linea.

Dei bellissimi, fragolosissimi, cuoriciosissimi Kit Kat kawaii. Immagine presa da http://chocolatlove.tumblr.com

A seguire a ruota la preoccupazione per il cibo c’è quella per il popolo giapponese in sé: la loro rigidità mentale, comprovata da varie storie viste, sentite o lette (prima tra tutte da questo post di Tokyo Hell, che ogni volta mi fa morire un po’ dentro e che è diventato il primo aneddoto che mi diverto a raccontare quando mi chiedono notizie o informazioni cliché sul popolo del Sol Levante), il loro malcelato razzismo nei confronti dei 外国人 (=gaikokujin, gli stranieri) di cui magari parlerò più diffusamente in una futura entry, e non dimentichiamo la loro densità. Sì, il popolo giapponese è denso. Sia per la solita storia che si sente dire in giro, che la società prevale sul singolo, che un uomo assume valore solo se collocato all’interno della propria azienda o dell’ambiente a cui appartiene, eccetera, sia demograficamente parlando: a Shibuya si parla di 12 960 abitanti per chilometro quadrato (fonte: wikipedia). Per dare un’idea di quanto la faccenda sia catastrofica per la sottoscritta, in Trentino-Alto Adige, dove abito da sempre, la densità demografica è di appena 77 abitanti per chilometro quadrato. Sono a dir poco terrorizzata.

Vi do un indizio: questa NON è piazza Duomo a Trento. Foto presa da http://www.flickriver.com/photos/poagao/tags/japan/

La terza cosa (ed ultima, per adesso, altrimenti facciamo notte) di cui sei consapevole, ma alla quale non ti resta che arrenderti, è il fatto che tornerai a casa completamente spennata di tutti i tuoi averi. Non solo Tokyo offre pressoché qualsiasi cosa tu desideri, ma te la offre pure a caro prezzo. Così quando vorrai andare al cinema a vedere l’ultimo film di Takashi Miike, lascerai alla metropoli fino a 15€. E a noi che gli 11€ del cinema in 3D sembrano tanti. Non parliamo degli affitti, che a Tokyo centro raggiungono cifre che nemmeno in Via Montenapoleone. Fortunatamente io e la mia compagna di viaggio abbiamo trovato un modesto appartamento di 40mq nel pacifico quartiere di Nakano, che costa tre volte il mio affitto attuale, ma che bene o male ci si può ancora permettere. Ringrazio almeno di non avere una taglia propriamente giapponese per quanto riguarda l’abbigliamento, così almeno in parte riuscirò a limitare i danni.

Per oggi mi fermo alle prime due fasi, le ultime tre sono pronte in cantiere ma necessitano ancora di revisione e spero di riuscire a pubblicarle domani. Also, anche la mia valigia necessita di revisione.
Pertanto vi lascio con tanto di spannung, e a presto!

(continua…)