Vivere nella metropoli: memorie della mia vecchia casa.

Venghino signori, venghino! Sono ancora disponibili alcuni biglietti per il treno dei sentimenti che sta per partire dal binario Tokyo ist Krieg, treno diretto a Shin-Nakano – il più dolce, amichevole e indimenticabile dei mini-quartieri che compongono la Metropoli. Incredibile quanti ricordi si affollino in una sola tessera dell’enorme puzzle che è Tokyo; in cinque mesi di studio, ansia, nuove amicizie, vita frenetica e vestiti colorati, ogni sera mi ritrovavo a riposare nella mia stanzetta di dieci metri quadri al numero 205 della Asahi Mansion Honkan. Ogni edificio a Tokyo ha un nome e il nostro è quello del sole che sorge. Sorge il sole e sorgiamo io e L., la mia compagna di avventure, catapultate a 900km/h a bordo di un Boeing 777-200 verso un mondo del tutto nuovo -un miscuglio tra Babele, l’Isola che non c’è e le città dove ognuna di noi ha vissuto i primi 20 anni della propria vita.

A Tokyo c’è sempre qualcosa di familiare. Il profumo di pane appena sfornato che ti accoglie ogni tanto a sorpresa (come i giapponesi ninja) e che ti ricorda la panetteria sotto casa tua, finché non leggi i prezzi e corri ad annusare i bento pronti nelle corsie dei konbini per non cadere in tentazione. Il tizio con cui incroci lo sguardo per mezzo secondo mentre attraversi l’incrocio di Shibuya, che ti sembra di aver già visto da qualche parte ma forse no.

Ecco, la signorina in basso sono io e poi c’è tutto il mondo che mi si schianta addosso.

E poi c’è il letto. Ci dormi due settimane e ovunque tu sia ti senti subito a casa. Per i più vagabondi basta anche qualche giorno. E non importa cosa dica la gente a riguardo, la casa non è dove è il cuore, la casa non è dove c’è Barilla, la casa è dove tu la sera ritorni e trovi il tuo letto ad accoglierti – senza chiederti com’è andata la giornata, senza pretendere di essere nutrito, senza pretendere nulla di nulla, in realtà. Lo senti solo tu e ti dice “Dai, anche oggi hai fatto un ottimo lavoro, vieni qui e non abbandonarmi fino a domani mattina”.

In Giappone solitamente si dorme sui futon, delle specie di trapunte abbastanza imbottite che si appoggiano direttamente sul pavimento e che durante il giorno si arrotolano in un angolo per salvare il già poco spazio di cui dispone l’essere umano medio che vive a Tokyo. Io e L. però siamo delle signore, quindi anche in terra straniera abbiamo potuto godere della relativa morbidezza di un letto all’occidentale. C’era anche un futon che abbiamo comprato appositamente per gli ospiti, che tra un utilizzo e l’altro veniva riposto sotto un letto in modo non del tutto igienico – se penso che i nativi stendono i loro lettini a prendere aria sul balcone più o meno ogni giorno, non mi stupisco che siano rimasti schifati più di una volta dal livello di pulizia in casa nostra in generale. Ma questa è un’altra storia.

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La mia stanza. Quando ho scattato questa foto avevo appena finito di disfare la valigia. Quel letto era un po’ traballante e ha avuto le gambe solo per un periodo abbastanza breve. Si è sfondato definitivamente una sera di maggio, e da allora ogni volta che mi muovevo anche solo impercettibilmente finivo col culo per terra. Le gambe sono state estirpate e messe in un angolo fino al giorno del check-out in cui magicamente tutto è tornato come prima (ringrazio il nostro agente immobiliare per non essersi seduto sul letto mentre decideva se ridarci o meno il nostro deposito). C’era una scrivania che era sempre piena di riviste, cosmetici, fotocopie e obiettivi della fotocamera e sulla quale non mi sono mai messa a studiare. Di fianco alla scrivania c’era una mini-cassettiera dove sono riuscita a far stare tutti i miei vestiti (pochi all’inizio, troppi alla fine). E alla fine c’è la famosa valigia ottanio, che ha trovato una gemella poco prima della partenza.

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C’era il condizionatore, e ce n’era uno nella stanza della mia compagna di viaggio. Siamo arrivate che non c’era nessun telecomando, e alla fine quelli dell’agenzia ce ne hanno portato uno. Ogni tanto senza volerlo accendevi e spegnevi quello della stanza accanto alla tua, ma anche a questo ci siamo abituate. L. non è una tipa da condizionatore, io sì – il problema era quando l’estate uscivo sul minuscolo balcone e quasi non riuscivo a respirare per il caldo che faceva, e allora rinunciavo all’idea di prendere quel poco di sole che batteva sui miei vetri tra le due e le quattro di pomeriggio e tornavo nei miei 10mq di freddo antartico.

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Mi affacciavo dal mio balcone e vedevo questo. Non è una vista spettacolare, non di quelle che ti aspetteresti vivendo in una metropoli del calibro di Tokyo, ma mi sono affezionata un po’ alla volta a quelle piantine che apparentemente nessuno annaffiava ma che in qualche modo non morivano mai, e mi sono affezionata alla luce in fondo a quel vicolo strettissimo che si accendeva ogni volta che qualcuno passava illuminando la mia stanza a giorno per qualche secondo tutte le notti. Una cosa a cui non mi sono affezionata per nulla invece erano le finestre dell’appartamento che davano dritto sulle stanze mia e di L., quelle che intravedete in alto a destra. La tenda era quasi sempre tirata, la luce era sempre accesa anche di notte, e ogni tanto si notavano dei movimenti come di qualcuno che rotolava verso il vetro muovendo le tende.

E questa è la scena che mi immaginavo. GRAZIE, Takashi Miike .

Insomma, per mesi ho immaginato che chi viveva in quell’appartamento fosse un serial killer che catturava le ragazze carine, le metteva in un sacco di juta e dopo aver spaventato le sue dirimpettaie (se così possiamo definirci) a morte facendo rotolare in giro le sue prigioniere per qualche notte le faceva a pezzi e le metteva in un congelatore. Capito? Questo è il motivo per cui non guardo film horror. Pensate che viaggi mi farei se solo ne guardassi.
Alla fine ho scoperto che si trattava solo di un guardone qualsiasi. Stava sbattendo il suo futon fuori dalla finestra e caso volle che io stessi girando in reggiseno per la mia stanza preparandomi per uscire. Vedendo che mi aveva vista, ho tirato le tende. Mi sono vestita, e poi mi sono ricordata che dovevo ritirare dal balcone i vestiti ormai asciutti che avevamo messo fuori a stendere. Appena ho tirato la tenda, la sua testina da quarantenne curioso era ancora lì, affacciata alla finestra a cercare di guardare dentro la mia stanza. È stato lui allora a ritirare la testa tipo tartaruga non appena ha incrociato il mio sguardo. Sono corsa da L. a raccontarle che sì, finalmente avevo visto il serial killer dell’appartamento di fronte, e le ho raccontato di quello strano nascondino che stavamo portando avanti da un po’. Abbiamo allora provato a dare un’altra occhiata e lui era ancora lì, con la testina fuori dal guscio a sondare il terreno – stavolta però eravamo in due e la sua ritirata è ancora più rapida. Non l’ho più visto da quel giorno. Ci manchi, serial killer della casa di fronte.

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In fondo alla strada, dove c’è quella casetta bianca, è dove dovevamo andare a buttare le immondizie. Raccolta differenziata severissima, tanto che due o tre volte ci siamo ritrovate davanti alla porta i sacchi con la spazzatura che avevamo gettato la sera prima, e che magari conteneva un volantino nei giorni della plastica o una bottiglia vuota nei giorni del combustibile. Chi è stato a fare la spia e a restituirci esattamente gli stessi sacchetti che avevamo buttato nell’oscurità e nell’anonimato? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Ma c’era un vecchietto che stava sempre seduto nel suo soggiorno proprio in quella casetta bianca, ed è proprio lui l’indiziato numero uno.

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La cucina. Una tv completa di videoregistratore, con soli nove canali uno più pessimo dell’altro. Il tavolo con due sedie in croce, tanto che se avevamo più di qualche ospite tiravamo le porte scorrevoli della mia stanza e qualcuno si sedeva sul bordo del letto. E poi il frigo, che col tempo è diventato territorio esclusivo di L. dato che a me bastavano i  bento pronti e qualche confezione di café au lait superzuccherato. E poi c’erano un congelatore sopra e un congelatore sotto (mai usato). Due fornelli, un lavandino e una finestrella per arieggiare ogni tanto, dalla quale spiavamo i vicini che passavano. La porta a destra dà su un breve corridoio dove c’era la lavatrice (che lavava solo con acqua fredda).

Insomma, era questa la mia casetta.
In uno dei prossimi post parlerò di come trovare casa a Tokyo, sperando che sia utile a qualcuno〜
またね!Alla prossima!

7 thoughts on “Vivere nella metropoli: memorie della mia vecchia casa.

  1. hahahahaha L. non è una tipa da condizionatore…ehm no…ho usato le bottiglie dell’acqua calda per scaldarmi i piedi diciamo fino a…maggio? forse anche giungo!😄 Quando riguardo le foto di Nakano provo sempre dei sentimenti contrastanti…ma alla fine prevale sempre un po’ di nostalgia. Mi sembra impossibile che quel posto sia stato Casa per sei mesi, è volato tutto così in fretta! Volevo postare una foto della stradina uguale a quella che hai messo tu, ma con Gianpatrizio (il pesce) caduto dal secondo piano😄. Pensando a Nakano ho in mente soprattutto volti e persone, ed è da un po’ che voglio scrivere qualcosa sul blog, forse questo articolo mi ha dato l’imput. Comunque sia il maniaco oltre che guardone era pure trasformista…ti ricordi che tu avevi visto la versione giovane ed io quella vecchia???? che creeeeeepyyyyy! A gran richiesta comunque vogliamo (io e il mio io interiore) un post sull’izakaya corredato di foto moleste.

    • Quante povere creature sono cadute da quella finestra : (
      Beh io aspetto sempre speranzosa che WordPress mi notifichi di qualche nuovo post sul tuo blog, sono felice di sapere che prima o poi leggerò qualcos’altro dei tuoi ricordi su Tokyo❤
      Riguardo ai post sull'izakaya: MI HAI CONVINTA, però censurerò tutte le facce. TUTTE! (tranne Gustavo)

  2. Pingback: Cercare una stanza a Tokyo: pseudo-guida sul dove sbattere la testa. | Tokyo ist krieg

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