“Smetto quando voglio”, o della scienza dietro agli UFO catcher.

Oggi entreremo nel magico mondo dei game center giapponesi, e in particolare analizzeremo il potere magnetico dei cosiddetti UFO catcher, cioè di quei marchingegni infernali che spesso e volentieri si possono trovare nelle sale giochi un po’ in tutti i paesi del mondo; da Jesolo a Sharm, alla costa californiana, ma soprattutto qui , nel paese dei videogiocatori seriali di rythm games che immagino debbano riservarsi come minimo un paio d’ore e un paio di migliaia di yen ogni sera per allenarsi e raggiungere certi livelli (e pensare che mi credevo brava a Guitar Hero, tanto tempo fa).
Ma che cosa c’è da dire a proposito degli UFO catcher? Non sono altro che un giochino stupidissimo in cui muovi un artiglio meccanico sul premio che vuoi, cerchi di tirarlo su e farlo cadere nel buco; sfortunatamente questo succede solo nel 2% dei casi, mentre nell’altro 98% la pinza cederà, si sviterà, collasserà su se stessa o imploderà creando un buco nero, impedendovi di ricevere il vostro tanto ambito premio (probabilmente un peluche lercio del valore di uno o due euro, per cui voi ne avrete già spesi una decina). Avete presente di cosa sto parlando? Bene, dimenticatelo. In Giappone non funziona così.

Non si può rinunciare a fare almeno un tentativo con queste bellissime alpaca come premio.

Non si può rinunciare a fare almeno un tentativo con queste bellissime alpaca come premio.

E come funziona in Giappone? Funziona che le claws, le pinze per dirlo alla maniera di noialtri, hanno solamente due bracci anziché i tre o quattro di quelle occidentali. Di conseguenza, la chiave del successo non è il sollevare l’oggettino bramato per farlo cadere nel buco, quanto il trascinarlo dentro un poco alla volta e, nella maggior parte dei casi, con uno solo dei due bracci, ignorando completamente l’altro. Non a caso in tutte le macchinette che ci sono in giro ci sono uno o due premi vincibili soltanto.

Qui è palese quali premi siano conquistabili e quali no, ma talvolta bisogna studiarci un po' su.

Qui è palese quali premi siano conquistabili e quali no, ma talvolta bisogna studiarci un po’ su.

La seconda differenza sta nel tipo di pubblico che certi giocattolini infernali attirano. Se gli UFO catcher presenti in una triste e bluastra sala giochi di Rimini verranno usati solo da genitori esasperati dai continui lamenti dei propri figli convinti di poter prendere un peluche (“e va bene, tieni un euro, ma poi basta”), nelle Taito Station, nei Sega Club, negli Adores e in tutte le altre sale giochi disseminate sull’arcipelago la fauna che è possibile ammirare è delle più disparate (o disperate? ai posteri l’ardua sentenza): gruppi di ragazzine che lanciano urletti emozionati ogniqualvolta riescano a guadagnare uno dei premi più kawaii; coppiette in cui il macho di turno tenta di conquistare eroicamente un pupazzo per la sua fidanzata, ed il successo o il fallimento della quest saranno ovviamente fattori determinanti nel destino della loro relazione; ci sono i ragazzi kakkoii (cool, insomma) che giocano tra loro per attirare le ragazze curiose e ci sono i gruppi di nerd che sbavano a fiotti sull’ultima action figure di Hatsune Miku facendo i turni per conquistarla.

Quando ci vanno di mezzo le scatole, ci vuole l'occhio clinico di un professionista.

Quando ci vanno di mezzo le scatole, ci vuole l’occhio clinico di un professionista.

Terzo punto: i premi. Dimenticate i pelouche impolverati, con gli occhi storti, scuciti e dallo sguardo triste e rassegnato. Entrando in una sala giochi giapponese, soprattutto se in una di quelle grandi in cui ci sono più piani adibiti soltanto agli UFO catcher, si può vedere di tutto: dai dolci (e conseguenti catcher a misura di bambino, vabbè) ai peluche che nei negozi vendono venduti a caro prezzo, che con un po’ di bravura e tattica qui si possono ottenere solo con poche centinaia di yen; e ancora le action figures che ad Akihabara sbancano il lunario, le scatoline per il pranzo (bento-box), coperte, tazze, portachiavi e ciondoli per il cellulare, addirittura set di pentole (rigorosamente kawaii). Con tutta questa pucciosità dilagante, ti vien davvero voglia di giocare. E parlo io che prima di arrivare qui schifavo tantissimo questi giochi con l’artiglio (oh beh andiamoci piano. Li schifavo prima che succedesse questo).

Tanto per rimanere in tema...

Tanto per rimanere in tema…

Passando alle cose serie, nel titolo dell’articolo si parla della “scienza” che sta dietro agli UFO catcher. Sembrerà strano, perché da noi non c’è nessuna scienza dietro a questi apparecchi: uno va, mette una monetina, cerca di afferrare un pupazzo, perderà i suoi soldi perché non ci riuscirà, se è uno stoico ci riproverà, ma alla fine tornerà scazzatissimo al suo air hockey dove né si vince né si perde. Invece qui in Giappone di scienza dietro a questi giochini ce n’è eccome, ma procediamo per punti:

1. La posizione degli oggetti vincibili cambia a seconda dell’ora del giorno; gli addetti delle sale giochi sono perfettamente addestrati per spostare in posizioni più semplici o più complesse un oggetto a seconda dell’orario; più difficile nelle ore post-scolastiche, più semplice quando invece non va quasi nessuno. Maledetti.

2. La posizione degli oggetti vincibili cambia a seconda della posizione della sala giochi; ad Akihabara, il quartiere nerd dove si radunano tutti gli appassionati di anime, manga e videogiochi, è molto più difficile vincere rispetto a Nakano. Questo perché i premi sono di maggior valore e perché la clientela è risaputamente più esperta. Quindi bimbi miei, se per caso vi trovate ad Akihabara e vi girasse di fare un tentativo agli UFO-catcher del posto, scegliete bene e non fatevi ingannare dall’apparente semplicità delle macchinette!

Una Taito game station ad Akihabara, che meraviglia.

Una Taito game station ad Akihabara, che meraviglia.

3. Gli addetti agli UFO-catcher sono lì per voi: se un premio dovesse risultarvi troppo difficile da acchiappare, potete benissimo chiedere ad uno di loro di spostarlo in una posizione più favorevole; allo stesso modo, se il premio disponibile non vi piace potete chiedere di farvelo cambiare con uno che vi va più a genio. Ovviamente non sono obbligati a farlo, quindi saltuariamente si potrebbe anche incappare in un rifiuto (molto raramente, se siete stranieri). Chiaro che se fate vedere all’addetto di turno che vi arrovellate o che spendete almeno un paio di centinaia di yen per un determinato premio, saranno più disponibili.

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4. Le macchinette all’ingresso sono più facili da vincere rispetto a quelle interne alla sala giochi; questo perché vincendo alle prime macchinette che vi verrà voglia di provare sarete praticamente trascinati nell’immenso vortice di tutto quanto il resto (true story), e anche perché i passanti che vedono tutti vincere saranno tentati anche loro di provare. Maledetti #2.

5. Ultimo ma non ultimo, in Giappone vogliono che voi vinciate! Soprattutto se siete stranieri. Vogliono che abbiate un bel ricordo della nobile terra di Yamato, e chi può lasciarvelo se non un enorme peluche che non riuscirete nemmeno a mettere in valigia? Vogliono che voi vinciate perché più vincete e più giocate. Per le sale giochi è importante il giro di clienti che si viene a creare, ed è indispensabile mantenere una buona reputazione.

In definitiva, se mai sarete tentati di provare una di queste macchinette in Giappone, fatelo assolutamente ma per carità, fissatevi un budget all’interno del quale mantenervi e non fissatevici troppo. A me la fissa è durata giusto un paio di settimane, ora sono guarita (per fortuna mia e delle mie tasche).

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Chiedo perdono se ho abbandonato il blog per più da una settimana, ma recentemente ho scoperto quella che la gente chiama “vita sociale” (oddio, non è che sia poi così tanto sociale, resta il fatto che quando torno a casa la sera, che sia da lezione o da un giro con gli amici, non ho voglia di mettermi a scrivere).
Grazie a chi mi segue assiduamente e a chi mi legge solo ogni tanto (ignorando per esempio i post fotografici, sono pallosi lo so).
A presto!

One thought on ““Smetto quando voglio”, o della scienza dietro agli UFO catcher.

  1. sono dei geni del marketing o più precisamente del “irretisci e frega il turista”. Maledetti#3😄 ho sempre snobbato anch’io quelle macchinette demoniache ma solo vedendo le tue foto so che non resisterei a cercare di ottenere un alpaca o uno dei gatti dell’ultima foto (il mio spirito da gattara non si smentisce mai)!
    comunque si, mi sono mancati i tuoi adorabili post, ma sono felice per te e la tua “vita sociale” ;3

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