Shit Tokyoite people say, o delle parole che non ti aspetti.

Non sono solita parlare delle singole giornate che trascorro a Tokyo in questo blog, se non nei diari fotografici, ma in questo caso farò un’eccezione. Partita come una semplice giornata di shopping con la mia coinquilina e compagna di viaggio, si è rivelata alla fine essere una fiera delle cose che non ti aspetti dai giapponesi, o che forse dovevamo aspettarci, ma di cui nessuno ci aveva avvertito. Ad ogni modo, andiamo con ordine e procedendo per punti, così non mi perdo.
Il setting di tutto ciò che verrà qui sotto è Harajuku, il quartiere della gente vestita male in modo originale.

La ridente Harajuku. Si vabbè, questa è quella che di solito non vi fanno vedere, lo so

La ridente Harajuku. Si vabbè, questa è quella che di solito non vi fanno vedere, lo so

1. La commessa che non ti aspetti (anche conosciuta come “la stronza a cui vorresti fare un mazzo tanto”).

La commessa in questione ti saluta con un acutissimo, falsissimo e fastidiosissimo いらっしゃいませ (irasshaimase, usato sempre sempre sempre quando un cliente nuovo entra in un negozio, un ristorante, un campo da calcio, una fontana, un tombino), e fin qui niente di strano. Non rispondi, perché al benvenuto qui non si risponde. La commessa continua, ogni quindici secondi contati, ad alternare uno dei suoi irasshaimase e un どうぞご覧くださいませ (douzo goran kudasaimase, “prego onorevolissimo cliente dia un’occhiata alla nostra umile merce”). Vorrei dire che dopo due settimane ci si fa l’abitudine, ma non è così. Ogni tanto vorrei avere una motosega in borsetta per invitarle cortesemente a chiudere il becco e lasciarmi guardare i loro costosi e pessimi vestiti in santa pace. Lo giuro, non sono io che perdo la pazienza facilmente, sono LORO che rendono vani tutti i tuoi sforzi di autocontrollo e meditazione interiore. Insomma, tra tutti quei vestiti finalmente ne trovo uno che mi piace e che, straordinariamente, non costa un occhio della testa. Non è nemmeno fatto di quel materiale facilmente infiammabile e facilmente sudabile che qui va tanto di moda, è tipo un cotone elasticizzato, quindi gasatissima mi metto in coda per il camerino dietro altre due ragazze giapponesi.
Ora, siccome immagino che un buon 95% di chi mi legge mi conosca personalmente, sapete benissimo che non ho esattamente il fisico da ragazza asiatica. Non sono una balenottera arenata, ma non porto nemmeno una taglia 38. Diciamo che ho delle forme.
La commessa di prima mi si affianca e, indicando il mio tanto bramato vestito, parla nel suo migliore engrish (dopotutto sono una straniera oh) e con la sua vocina di servizio, un’ottava più alta di quanto fosse realmente necessario, fa: “これはノ・フィッチング!”, cioè: “Questo capo, NO FITTING!”. Presa totalmente alla sprovvista, le ho detto che avevo capito ed ho rimesso il capo apposto, ma col senno di poi avrei voluto farle davvero un mazzo tanto: “Cosa mi vuoi dire, stupida gialla senza naso? Che non lo posso provare o che non c’è verso che ci possa stare dentro? Che minchia vuol dire no fitting nel tuo engrish del cavolo?”.
L’unica spiegazione che ho trovato a tutta questa cosa è che forse aveva paura che con le mie tette occidentali sformassi il suo bel vestitino elasticizzato da 15 euri per poi magari non comprarlo nemmeno.

1.2 La commessa che non ti aspetti – il prequel.

Le nostre eroine si trovavano a Tokyo solo da qualche giorno, ed approfittando del maltempo (tanto per cambiare) decidono di fare un giro al famigerato centro commerciale Shibuya 109. Emozionate come due bambine, entrano da Liz Lisa, brand di cui entrambe sono pesantemente infatuate, ed iniziano a sfogliare uno dopo l’altro i capi appesi agli espositori. Proprio nell’attimo in cui si soffermano per un po’ su un bel vestito azzurro con i fiorellini, rivendicando le proprie origini ninja spunta da dietro la commessa di turno, che con voce finto-fanciullesca proclama: “お客様、これ、ワンサイズですが…”, cioè “Scusatemi, onorevolissime clienti del nostro umile negozio, ma questo vestito è taglia unica…”
Mi sono sentita abbastanza presa in causa, anche alla luce del fatto che la mia compagna di viaggio è minuta e ad entrarci non avrebbe avuto problemi. Quindi, mia cara commessa educata come solo le commesse dagli occhi a mandorla sanno essere, vai un po’ a giocare a mosca cieca in autostrada!

Merchandise random di Star Wars da bramare gratuitamente. Yeah.

Merchandise random di Star Wars da bramare gratuitamente. Yeah.

2. Il ruolo che non ti aspetti (o di quanto qui amino intervistare gli stranieri).

Andiamo a consolarci da Kiddyland, un meraviglioso negozio di giocattoli di cinque piani pieno di cose carine, da merchandise di Star Wars come quella che vedete qui sopra ad un intero piano dedicato a Rilakkuma, l’orsettino puccettino che va tanto di moda qui in Giappone. Stiamo per entrare quando una giornalista dall’etnia incerta, ma probabilmente giapponese abbronzata, ci spunta alle spalle (dovete veramente smetterla, giapponesi, un giorno o l’altro che mi cogliete troppo di sorpresa potrei avere una reazione difensiva esagerata e farvi male) e ci chiede se stessimo per entrare a Kiddyland. Sagace. Abbiamo accettato l’intervista che ci proponeva, anche se il cameraman sembrava completamente disinteressato a quello che gli stava succedendo intorno, abbiamo mostrato alla ragazza, sotto sua richiesta, i nostri acquisti fatti ad Harajuku, e sembrava tutto finito.

Little did we know, anche se potevamo cogliere qualcosa dagli indizi.

Little did we know, anche se potevamo cogliere qualcosa dagli indizi.

Al quinto piano di quel piccolo paradiso che è Kiddyland, nella parte di negozio tutta dedicata a Rilakkuma and friends, incontriamo di nuovo la troupe che ci chiede, se non è di troppo disturbo, di poterci fare un’altra breve intervista. Accettiamo, tanto cosa abbiamo da perdere; in men che non si dica ci ritroviamo a dire cose che non avremo mai pensato di poter dire, su tutto ciò che è kawaii, inutile e dilettevole. Ci hanno seguite nel negozio con le telecamere mentre spiegavamo perché questo era kawaii e perché avremmo voluto quell’altro in casa nostra.

Dai, c'è veramente bisogno di spiegare perché delle cose così sono carine e perché ce le porteremmo tutte a casa? I don't think so.

Dai, c’è veramente bisogno di spiegare perché delle cose così sono carine e perché ce le porteremmo tutte a casa? I don’t think so.

Insomma pare proprio che prima di fine mese saremo in onda su Kawaii International della NHK, chi l’avrebbe mai detto. In Giappone tutto è possibile, anche che una persona brutta e cattiva come me finisca in un programma simile. Vi terrò aggiornati così poi ci faremo assieme tante grasse risate.

2.1 Il ruolo che non ti aspetti – il prequel.

Era già successo che ci fermassero per fare un’intervista; eravamo a Shibuya a ridosso di quello conosciuto come l’incrocio più affollato del mondo, e avevo appena finito di scattare con poco successo qualche brutta foto con la mia compatta. Ci vengono incontro chiedendoci se potevamo mostrare loro le foto che avevamo fatto e spiegare cosa fotografiamo più volentieri a Tokyo, ma poi si sono accorti che eravamo un branco di pezzenti senza nulla di interessante da dire e ci hanno lasciato perdere. Vabbè, obladì obladà life goes on.

Un'altra foto di Harajuku a caso, per ravvivare (ma nemmeno troppo) l'atmosfera.

Un’altra foto di Harajuku a caso, per ravvivare (ma nemmeno troppo) l’atmosfera.

3. L’abbordaggio che non ti aspetti (quando pensi di essere al sicuro e invece non lo sei. O forse sì. O forse no).

Pregustando il nostro melonpan quotidiano, io e la mia coinquilina ci sediamo su una mezza ringhiera abbastanza scomoda proprio fuori dal negozio di cui sopra. Appena poggiati i nostri regali deretani, nemmeno il tempo di provare sollievo che compare a sorpresa (ma non c’era nemmeno bisogno di dirlo, immagino) un giapponese giovane, con i capelli tinti, pure abbastanza carino per gli standard della zona. Nelle nostre fervide menti, solo una parola: “HOST”. Questo si presenta con un nome inglese, e dice di stare cercando persone con cui parlare per l’appunto in inglese. Che vorrebbe un lavoro dove parlare inglese, e quindi vuole fare conversazione in inglese. Che gli italiani sono talkative e friendly, e che gli piacciono per quello. Mano a mano che va avanti a chiaccherare del più e del meno, il sospetto che sia uno di quegli host poco raccomandabili che ti abbordano per le strade di Kabukicho svanisce. Anche perché qui non siamo a Kabukicho, siamo ad Harajuku, e sono le cinque del pomeriggio.
Siamo rimaste entrambe interdette dal suddetto incontro, che testimonia che per ogni dieci giapponesi che schifano gli occidentali e che si calcano le mascherine bene sulla faccia quando ne vedono passare uno, c’è anche un giapponese a cui forse interessa conoscere gente nuova, culture nuove, lingue nuove. Fa sempre piacere.

Concludo questo post scritto un po’ di fretta con una domanda importante per me e sulla quale vorrei rifletteste:

Comprereste mai a vostro figlio un pupazzo del genere?

Forse mi manca proprio un background culturale, ma…

Comprereste mai a vostro figlio il pupazzo qui sopra? Gesù, mi schifa in un modo difficile da esprimere a parole. De gustibus.

Vi ringrazio anche oggi per l’attenzione, tanti abbracci per tutti e a presto!

12 thoughts on “Shit Tokyoite people say, o delle parole che non ti aspetti.

  1. Stanotte starò sveglia per sciogliere l enigma dello pseudo host!😄 proprio non me ne capacito! Comunque mi fa spanciare leggere le tristi verità della nostra vita a tokyo😄

    • Non serve nemmeno aggiungere drammaticità extra o effetti speciali, quello che ci capita è già abbastanza teatrale così di per sé! hahah

  2. mi aspettavo una domanda finale sui preconcetti e simili tra occidentali e giapponesi o cose così, poi ho fatto scorrere il cursore e e sono rimasta tipo così O____O” non so che altro dire se non che mi schifa in modo altrettanto difficile da esprimere😄
    comunque tra gli articoli della rivista dci cui hai parlato e le commesse di questo post devo dire che trovo pessimo come i giapponesi sembrino ossessionati dal sottolineare ad ogni occasione quanto una ragazza sia “non-perfetta/non-abbastanza-magra” e trovo anche parecchio discutibile il loro senso di “perfezione”.
    (x la cronaca io sono l’essere più minuto al mondo probabilmente, quindi non venga fuori che scrivo queste cose perchè “sono solo gelosa”. e lo dico perchè mi è già successo, tsk :/)

    • Hahah mi spiace, niente riflessioni profonde qui dentro! Per quanto riguarda quel pupazzo dovrò assolutamente farci delle ricerche sopra, c’erano pure dei bambini con delle mamme appresso che se lo guardavano per bene meditando sul se prenderlo o no! Pazzesco.
      Per il resto hai detto tutto tu, aggiungo solo che qui sono così malati in questo senso che troverebbero una dieta adatta pure per una persona con la tua corporatura (hey, d’altronde perché pesare 45 pesantissimi chili quando ne puoi pesare 35?*sarcasm*). Certe cose mi lasciano perplessa ed incredula.
      Per le commesse di cui ho parlato, magari c’erano ragioni di cui non sono al corrente. So solo che non mi ha fatto per nulla piacere ricevere un “no fitting” gratuito, senza spiegazioni né nulla. Vabbè. Continuo ad eliminare negozi dalla mia inesistente lista u.u

  3. È bello leggere scorci di vita (reale!) giapponese! Ps. Per quanto riguarda il pupazzo…concordo! È semplicemente inquietante!!

    • Grazie mille del commento! ;D
      Per il pupazzo, devo ricordarmi di fare qualche ricerca a riguardo. Più lo guardo e più mi perline!

  4. Pingback: 「髪、染めた?」- domande moleste, parte prima. | Tokyo ist krieg

  5. hahaha che blog geniale! prima di fare il corso yomoyamabanashi lo ho visitato 2 volte in vacanza, me ne sono innamorata! e leggere i tuoi post mi fa intuire che certe cose non cambiano mai! hahaha ora sono bloccata in inghilterra e sto scrivendo della vita da college con il tuo stesso intento di far vedere che esiste altro oltre all’italia, e che spesso va preso con ironia😛
    *continuerò a leggerti*

    • Mi hai incuriosita ed ora sicuramente andrò a leggere il tuo blog! Ti ringrazio per il commento, spero che continuerai a leggermi ;D

  6. Sono impressionato dalla qualita’ delle informazioni su questo sito. Ci sono un sacco di buone risorse qui. Sono sicuro che visitero’ di nuovo il vostro blog molto presto.

  7. Pingback: Referrers ist Krieg, o di quello che porta qui i lettori (s01e02). | Tokyo ist krieg

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