“おかえりなさい!” , o delle prime ore in terra straniera

Volo alle 14:35, pronti all’aeroporto quasi tre ore prima: ordinaria amministrazione per la sottoscritta, che si ritrova all’aeroporto di Milano Malpensa con la sua Valigia Ottanio pronta per essere imbarcata. Ci si guarda attorno e il banco del check-in non può che essere quello dove non si vedono che occhi a mandorla. Il tempo tra l’imbarco del bagaglio ed il mio imbarco scorre abbastanza velocemente e senza intoppi di alcun genere.
Alle 13:50, giapponesamente puntuali, saliamo sull’aereo Alitalia che sorprendentemente parte con qualche minuto di anticipo.
C’è però una cosa che noto fin da subito, e che sarebbe difficile effettivamente non notare: il mio posto finestrino, prenotato accuratamente cinque mesi prima, non ha un finestrino.

La vista dal mio posto-finestrino. Lo so, toglie il fiato

Ma pazienza, lasciamo correre, con un po’ di esercizio riesco anche a spiare fuori dal finestrino del posto dietro di me, che ovviamente si trova sopra l’ala e che quindi mi permette solamente di vedere la maestosa scritta verde della compagnia aerea che, se potesse, mi starebbe già sfottendo a morte. Niente foto artisticamente acute quindi, non per oggi.

Le prime due ore passano praticamente senza che me ne accorga, complici un po’ di musica, l’inizio di un film italiano (dopo poco abbandonato) e il tempo passato a gonfiare il provvidenziale cuscino di Muji, comprato nonostante la mia avversione per questo brand-non brand. Il pranzo (o cena? preferisco la seconda, visto che subito dopo tutti a nanna) mi ha piacevolmente stupita. Potendo scegliere tra il menù giapponese e quello italiano ho optato per il primo e ta-dah, uno spettacolare pollo cotto non-so-come accompagnato da riso bianco, qualche verdurina amichevole e del salmone affumicato che faceva la sua porca figura.

La dignitosa cena offertaci da Alitalia.

La dignitosa cena offertaci da Alitalia.

Come potete notare, era tutto molto buono.

Come potete notare, era tutto molto buono.

Dopo il pasto sale l’abbiocco, e coadiuvata dalle gocce soporifere che non si sa bene se segnare o no sotto “narcotici” nella dichiarazione per la dogana, riesco pian piano ad addormentarmi. O almeno, ad assopirmi. Sto nel dormiveglia travagliato e costellato di sogni lucidi più o meno inquietanti fino a che, finalmente, non riesco a prendere sonno definitivamente. Ad un certo punto apro gli occhi e quello che mi trovo davanti è questo:

Ciao Alb! Ciao Cristina!

Ciao Alb! Ciao Cristina!

Pazzesco, non pensavo che un viaggio all’apparenza interminabile (ricordo: 12 ore e mezzo) sarebbe passato così velocemente. E niente, Alitalia annuncia che stiamo arrivando in anticipo (ma quando mai?), e alle 10:40 di un tiepido e ventoso giovedì mattina giungiamo finalmente all’Aeroporto Internazionale di Narita.

Riassumiamolo:

– Cose che sì: la vasta scelta di film disponibili (di cui non ne ho guardato nemmeno uno perché ero troppo impegnata a cercare di addormentarmi); il cuscino poggiatesta di Muji, grazie al quale sono effettivamente riuscita ad addormentarmi; i tappi per le orecchie gentilmente prestatimi dal moroso, non potrò più farne a meno; il pollo servitoci a pranzo, davvero niente male; una specie di radiatore sotto il sedile davanti che dapprima trovavo fastidioso perché non riuscivo ad accomodare bene i piedi, e che poi ho scoperto essere una manna dal cielo perché riscaldava ed insomma è stato bellissimo.
– Cose che no: il posto finestrino senza finestrino, la nausea all’atterraggio.

Il cartello di benvenuto trasuda giapponesità da tutti i cartacei pori.

Il cartello di benvenuto trasuda giapponesità da tutti i cartacei pori. La scritta in rosso (おかえりなさい, okaerinasai) significa più o meno “Bentornato a casa”. Tanto amore.

Già a pochi minuti dall’atterraggio inizio tra me e me a sfatare i più popolari miti che riguardano il Giappone, tanto cari a noi occidentali quando facciamo paragoni con la nostra società insipida, insubordinata e maleducata. Mi dedicherò brevemente ad illustrare la situazione, ma premetto che parlo da appena arrivata e che le mie parole non sono legge (c’è scritto anche nel disclaimer in fondo al blog), che ovviamente ci saranno delle eccezioni eccetera.

Mito number one: i giapponesi sono educatissimi. Arrivo al banco dove consegnare il proprio passaporto assieme al visto per ottenere la alien registration card (una tessera che durante la permanenza in Giappone fungerà da documento identificativo), e mi trovo davanti il classico impiegato in giacca, cravatta e mascherina chirurgica, evidentemente scazzatissimo ed evidentemente molto infastidito dal fatto di dover ripetere una frase più volte (una in modalità Boeing777 e l’altra in modalità trattore del nonno, per interderci) affinché io potessi capire ed evitare di scrivere/fare castronerie. Prende i miei moduli ed i miei documenti, prende le impronte digitali, scatta una fotografia: il tutto inframezzato da lamenti che neanche Peter Griffin, vari いや (“iya”, cioè qualcosa di simile ad un “no” ma con una sfumatura di “oh no, che palle”) carichi di disappunto che non sapevo se fossero dovuti a me o al suo essersi alzato con il piede sbagliato, testa inclinata a destra ed altre cose che non facevano presagire nulla di buono. Morale della storia, prima che potessi rendermene conto mi sono ritrovata circondata da tre giapponesi diversi che prendevano in mano le mie carte scrutandole, cercando di dare un’interpretazione convincente all’impiegato con la mascherina e spiegandogli come fare il proprio lavoro. Sono anche stata invitata da uno di essi ad accomodarmi in un’inquietante stanzetta simile a quelle dove fanno esplodere i bagagli sospetti, dove ho aspettato per venti minuti che riuscissero a risolvere la cosa (che poi, che cosa?). Alla fine, dopo un’ora abbondante dall’atterraggio e dopo essere state accolte da un’affabile impiegata giapponese nella sala del ritiro bagagli che ci chiedeva se fossero nostre quelle valigie che giravano sul nastro da mezzora, io e la mia compagna di viaggio siamo riuscite ad incontrare Ms. M., la dolce addetta dell’università dove andremo a studiare, che da almeno un’ora aspettava con le sue scarpe col mezzo tacco scomodo e il bicchierone di Starbucks in mano (immagino sia una specie di fashion item anche qui, ma non ne sono ancora sicura).

Mito number two: i giapponesi sono pulitissimi e ordinatissimi. No! Non lo sono! Tralasciando l’organizzazione architettonica e l’aspetto estetico delle vie, dei negozi e via dicendo di cui magari parlerò più approfonditamente in un prossimo post (quando avrò anche più fonti su cui basarmi), appena abbiamo raggiunto il nostro appartamento preso in affitto a caro prezzo ci siamo accorte di una cosa. Puzzava da morire. Non do ovviamente la colpa al popolo giapponese di questo, anche perché a quanto pare l’agenzia è gestita da stranieri, ma comunque: puzza e lerciume ovunque. Abbiamo dovuto organizzare una spedizione punitiva allo 百円ショップ (“Hyakuen shop”, corrispondono circa ai nostri “Tutto a 1€”, ma con molta più scelta), spendendo all’incirca una trentina di euro solo in prodotti di pulizia. Fate un po’ il conto. Non so quanto tempo ci vorrà perché il cattivo odore se ne vada del tutto, ma quando rientreremo finalmente in casa e la prima frase che uscirà dalla bocca di una delle due non sarà “che puzza”, sapremo che ce l’avremo fatta. Per ora abbiamo disseminato deodoranti per gli ambienti un po’ dappertutto (di cui uno al profumo di sakura, i fiori di ciliegio. Giusto per rimanere in tema.)

Questa è stata solo la prima spesa, prima di renderci conto di aver dimenticato metà delle cose necessarie.

Questa è stata solo la prima spesa, prima di renderci conto di aver dimenticato metà delle cose necessarie.

Per oggi direi che è quasi tutto, vi lascio con un altro paio di foto bonus un po’ a casaccio, che quelle almeno non si fa fatica a leggerle. Alla prossima!

Insalatina, secondo il menù, "healthy". Carica di maionese e striscioline di qualcosa che sembrava molto pancetta. Ho apprezzato.

Insalatina, secondo il menù, “healthy”. Carica di maionese e striscioline di qualcosa che sembrava molto pancetta. Ho apprezzato.

Questo sì che era healthy però. Brodino con udon, alghette varie e zenzero.

Questo sì che era healthy però. Brodino con udon, alghette varie e zenzero.

PS. Van mi ha chiesto di citarlo nel blog, quindi lo cito: ciao Van! E complimenti per la tua prima apparizione su Spotted!

9 thoughts on ““おかえりなさい!” , o delle prime ore in terra straniera

  1. “il mio posto finestrino, prenotato accuratamente cinque mesi prima, non ha un finestrino.”
    D: OMG THEY DID NOT!!! beh che suspence tra l’altro, complimenti❤

    "Ciao Alb! Ciao Cristina!" CIAO ANNAAAAAAAAA❤

    "Tralasciando l’organizzazione architettonica e l’aspetto estetico delle vie, dei negozi e via dicendo di cui magari parlerò più approfonditamente in un prossimo post (quando avrò anche più fonti su cui basarmi)"
    OKAY PARLIAMONE. palazzoni tirati su a michia da tutte le parti, ci credo che non riescono a capire gli indirizzi, COME SI FA??? D:

    • Hahah❤ un viaggio pieno di emozioni, sì!
      Guarda per l'edilizia giapponese ci sarà tempo (e fotografie) per parlarne in futuro. Nel frattempo voglio sperare che potrò ricredermi!

  2. Pingback: Cercare una stanza a Tokyo: pseudo-guida sul dove sbattere la testa. | Tokyo ist krieg

  3. Aw, this was an incredibly good post. Spending some time
    and actual effort to make a great article… but what can I say… I put things off a
    whole lot and never manage to get nearly anything
    done.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s