Delle cinque fasi di elaborazione di una partenza (seconda parte):

(…continua da qui)

Ieri abbiamo visto la prima e la seconda fase, cioè rispettivamente l’attesa impaziente e la realizzazione del pericolo. Continuiamo la nostra analisi con…

Terza fase: il panico, o il rifiuto della partenza. La fase immediatamente successiva alle riflessioni della fase due è la peggiore di tutte. Gli alberelli che ti bloccavano il cammino (ogni riferimento a pokemon è puramente casuale) diventano montagne insormontabili; cadi nel panico più profondo, improvvisamente nel viaggio che verrà non scorgi più nulla di positivo, mediti addirittura di rimanertene a casa e credi di aver fatto la scelta peggiore della tua vita a comprare il biglietto aereo con tanto anticipo, senza aver nemmeno avuto il tempo di valutare bene i pro ed i contro della situazione. Pensi al tuo ragazzo che non vedrai per cinque mesi; pensi alla mamma ed al papà che staranno per giorni interi in ansia perché la loro unica bimba se ne va all’avventura nella terra del pesce palla avvelenato e dell’hentai, dove i terremoti sono all’ordine del giorno e le radiazioni uccidono mandrie di tori da quanto sono tossiche (*sarcasm*).

“Giappone – non serve dire altro”. Fotogramma pregno di significato tratto dal film Funky Forest, interamente visionabile a questo indirizzo. Due ore e mezza di puro WTF.

Sei così impanicata che inizi anche a farti due conti su quanto ti costerebbe rinunciare al tutto, e per fortuna che c’è il tuo ragazzo che ti fa rinsavire e che ti sopporta quando ad un certo punto ti metti a piangere ogni volta che ti dice una parolina dolce, perché “Ecco uffa, ora me lo dici ma poi non me lo potrai più dire” (nei momenti di quiete e razionalità) o perché “Ecco uffa, ora me lo dici ma poi non me lo potrai più dire e devi smetterla adesso hai capito che tanto lo so che appena parto tu ti trovi un’altra perché ecco tu resti qui e ti annoi io invece vado lì e sarò sempre impegnata e uffa non è giusto voglio rimanere qui anzi adesso annullo il volo” (durante il ciclo). Tesoro, grazie di avermi sopportata in certi momenti

Quarta fase: la negoziazione. Quella della negoziazione è la fase in cui torni in te. Il giorno della partenza si avvicina, le giornate volano ed ogni tanto ti perdi le settimane per strada. Ormai sei cosciente del fatto che dovrai affrontare svariate difficoltà ed innumerevoli sfide con te stessa e con l’ambiente che ti circonda, ma la cosa non ti spaventa più di tanto.
Sei psicologicamente pronta per il tuo matrimonio con la metropoli; come da tradizione, porti con te qualcosa di vecchio: il trolley che ti accompagna da ormai cinque anni in tutti i tuoi viaggi.
Qualcosa di nuovo: il parka sfoderabile che speri ti sarà utile da ora fino a primavera inoltrata.
Qualcosa di blu: la tua tanto sospirata Valigia color Ottanio che rende tutto più bello.
Qualcosa di  prestato: la t-shirt di Inglorious basterds del tuo uomo.
Qualcosa di regalato: un set di posate tascabili che i tuoi compagni di liceo ti avevano regalato nel 2008, prima del tuo viaggio in Cina.

La Valigia Ottanio. Tutto maiuscolo perché merita rispetto e reverenza.

Escogiti qualche trucchetto per sentire meno la mancanza di casa: stampi qualche foto, ti assicuri di avere sul computer tutte le serie tv che ti serviranno a somatizzare il distacco dal villaggio natale (leggi: Lost) ed a superare un’eventuale, si spera solo momentanea, carenza di banda o assenza di wi-fi. Nascosta in valigia, tra un cardigan con i colibrì ed una camicia in jeans, metti una moka per i momenti di bisogno. Sul fondo, due pacchi di caffé Bontadi, qualità rossa ed oro. In ogni piccola intercapedine tra la montagna inutile di vestiti che ti ostinerai a portare potrai trovare: una zuppa pronta liofilizzata Knorr; un pezzetto di Parmigiano; delle mele della Val di Non disidratate; sughi pronti; dado di carne per il brodo; peperoncino q.b.

La valigia è quasi pronta; vestiti su vestiti impossibili da abbinare tra loro, il cardigan con i colibrì ed un pacchetto di caffè che sbuca timidamente da un angolo.

Ora che hai anche allacciato gli elastici di sicurezza della valigia, ti senti un po’ più sicura anche tu. Sicuramente avrai dimenticato qualcosa a casa, sicuramente ti pentirai di non aver fatto questo o quello prima di partire, sicuramente ti mancheranno gli amici, i parenti, il ragazzo, le tartarughe, il tuo fedele elefante di peluche.
Ma l’agitazione lascia lo spazio alla consapevolezza di stare per fare qualcosa di grande, di stare per partire per un viaggio che aspettavi da anni in quanto coronazione della tua esperienza di studio triennale; ti trasformi improvvisamente in Red alla conquista del Kanto. Tu sei Thorin Scudodiquercia, e Tokyo è la tua Erebor.

Quinta fase: l’euforia. Premettendo che per quanto riguarda il caso presente devo ancora sperimentare la quinta fase, mi baserò su vari ricordi che, come ho già detto nello scorso post, riconducono più o meno ad uno stesso pattern. Per un’analisi più dettagliata della fase euforica vi rimanderò al mio prossimo intervento, in cui parlerò del decollo, del volo, dell’arrivo e di un sacco di altre cose interessantissime. Dunque, on to the memories!
La fase euforica inizia solitamente all’arrivo all’aeroporto ed all’incontro con gli altri partecipanti al viaggio (se ce ne sono, nel mio caso ce ne sono sempre stati). Si inizia con le solite frasi di circostanza, del calibro di: “Caaaavoli, sembra ieri che ci hanno detto che partivamo!”, oppure “Ho dovuto rifare la valigia venti volte per farci stare tutto”, e ancora “Guarda sicuramente questa è la volta buona che cade l’aereo hahahah” (risate falsissime, generalmente quando qualcuno fa uscire simpaticamente questa frase iniziano tutti a cagarsi addosso). Lo stomaco inizia a fare le bizze, non sai mai se hai fame o se stai per vomitare il pranzo da un momento all’altro. Dopo il check-in di solito ci sono due ore morte, in cui non sai bene come e quanto aspettare per salutare chi rimane qui ad aspettarti; a un certo punto non hai più i bagagli e non hai nulla con cui distrarti se non qualche scialbo negozio duty-free, e di conseguenza la tua percezione del tempo sballa completamente e ti sembra di dover rimanere lì ad aspettare per giorni interi. Magicamente però l’ora dell’imbarco arriva, sali, saluti le hostess, scruti i vicini, ti fai due conti di quanto ti inveiranno dietro quando dovrai chiedere loro di lasciarti passare per andare in bagno, e poi l’aereo decolla. Il numero delle fotografie che ti divertirai a fare alle ali che sferzano le nuvole è inversamente proporzionale alla durata complessiva del volo (sto ancora cercando di elaborare una formula a riguardo, ma per un volo di dodici ore e mezzo stimo di stufarmi dopo circa quindici secondi).

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Fotografie di questo calibro che, oltre ad esprimere al meglio la mia folle sensibilità artistica, dimostrano la mia fenomenale competenza ad aggiungere filtri nostalgici in Photoshop.

La fase euforica dura tendenzialmente fino al primo pasto che ti serviranno in aereo (enough said). Da quel momento in poi ti sforzerai incredibilmente per riuscire a dormicchiare anche solo per un quarto d’ora, fallendo clamorosamente ed iniziando così lo zapping spasmodico tra i film ed i CD gentilmente offerti dalla compagnia sul tuo personale schermino, almeno fino a quando il passeggero seduto davanti a te non penserà bene di inclinare il suo sedile in modalità astronave, impedendoti di proseguire la visione senza cavarti gli occhi.
All’arrivo nel paese di destinazione ti fingerai sicuro di te, ma girerai come una trottola (dentro e fuori) per recuperare i tuoi bagagli, passare i controlli doganali, trovare l’uscita e resistere alla tentazione di prendere un intero flacone di gocce di melissa lasciando che qualcun altro si prenda cura di te, sperando di risvegliarti in un confortevole letto a due piazze.
Il  viaggio è finito, ma in realtà comincia ora.
Anche se nessuno ha ancora pronunciato la fatidica frase scherzosa sulla caduta dell’aereo, io mi sto già cagando addosso  sono già un po’ nervosa.

Il prossimo post lo scriverò da Tokyo non appena mi sarò sistemata. Nel frattempo statemi tutti bene, e grazie infinite del feedback che mi avete dato ieri, non mi aspettavo tanto interesse! Tanti abbracci per voi, e via con gli ultimi ritocchi alla valigia!

3 thoughts on “Delle cinque fasi di elaborazione di una partenza (seconda parte):

  1. Pingback: Delle cinque fasi di elaborazione di una partenza (prima parte): | Tokyo ist krieg

  2. Pingback: Referrers, o di che cosa cerca la gente quando arriva per caso nel mio blog. | Tokyo ist krieg

  3. Pingback: Una vita in 30kg, o di come preparare una valigia senza troppi sbatti. | Tokyo ist krieg

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