Sempre a Tokyo, tre anni dopo

Ciao amici, finalmente ho un secondo per aggiornare il blog! Questi ultimi due anni della mia vita sono stati assolutamente frenetici e non ho avuto un singolo momento per respirare! Wow! So busy! Come i giapponesi che magari vorresti anche uscirci assieme ma ti dicono “okay, ti va bene il settordicesimo giorno di pignavera che prima di allora sono impegnato?” e NO non va bene, non so nemmeno dove sarò domani figuriamoci tra più di un mese – che poi impegnato a fare cosa? Dai please non prendiamoci in giro.
Comunque…
Sarà che il 30 maggio 2015 ho aggiunto il primo gioco alla library di Steam e da allora la mia vita è profondamente cambiata.¯\_(ツ)_/¯

Immagino che una gran parte dei miei subscribers abbia perso la speranza di avere mie notizie, ma per quelli che non mi hanno ancora cancellata senza pietà dal feed e per quel centinaio di persone (ma veramente? Non me lo merito ma grazie) che casualmente capitano sul blog ogni giorno ho deciso di scrivere un breve riassunto dei due anni di silenzio stampa appena passati.

Dove eravamo rimasti? Chi ha voglia e tempo può andarsi a leggere l’articolo precedente, che ho scoperto con mio sommo orrore risalire al 17 aprile 2015. Per chi non ha voglia e non ha tempo (che comunque rilassatevi, tanto lo so che poi andate a guardarvi i memes), vi basti sapere che quando ci siamo lasciati ero appena entrata in una senmon gakko (istituto professionale? scuola di specializzazione?) per studiare video game design.

Aprile – Agosto 2015
Il primo semestre è andato tutto sommato benone. Ero una studentessa modello. Era tutto bellissimo, sognavo di fare la game designer, guardavo i siti delle compagnie che mi interessavano con i brillantini negli occhi tipo Lady Oscar, impaziente di scoprire quale futuro mi avrebbe aspettata.

Settembre 2015 – Tokyo Game Show
La Tokyo Designer Gakuin ha un booth al Tokyo Game Show, e verso maggio mi è stato chiesto se mi andava di partecipare come companion (receptionist? Promotional model? Booth babe? L’ultima mi piace, vada per l’ultima). Ho detto ovviamente di sì e per i mesi seguenti sono stata alle mercé delle facoltà di make up e fashion design, dove sono stata vittima consenziente di infinite prove di trucco e parrucco. Anche se fingo di lamentarmi devo ammettere che mi sono sentita un po’ una principessa a farmi truccare/pettinare e cucire un vestito su misura.

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Purtroppo i vestiti erano un po’ trash ma ok.

Sono stati quattro giorni parecchio faticosi, ma la vista sul padiglione di Star Wars Battlefront ha ripagato abbondantemente il dover partire di casa alle 5:30 di mattina alla volta di Kaihin Makuhari e il tornare a casa alle 20 con i le gambe e i piedi distrutti da quei dannati stivali cinesi da 5€ tops.

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Ottobre – Dicembre 2015
Ho partecipato al concorso per il nuovo logo di Tokyo 2020. Ovviamente non avevo alcuna speranza di vincere, ma almeno ci ho provato e ora posso scrivere sul curriculum di aver fatto anche sta cosa. Bella zì.

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Il 2015 per il Giappone è stato come il 2016 per il resto del mondo

Marzo 2016

I miei due coinquilini italiani uomini si sono trasferiti e sono stata invece raggiunta da E., una coinquilina italiana donna. Ora viviamo in due nell’appartamento dove prima eravamo in tre, e la terza stanza è stata reclamata da Sua Maestà Sherlock, il mio riccetto burbero.
Nella mia stanza da 4.5 tatami (=7.4mq) siamo io, il mio letto ikea bianco coi cassettoni sotto che altrimenti la roba dove la metto, il mio desktop computer nonché amore della mia vita che lavora senza sosta sulla scrivania ikea pure quella, una sedia girevole e una libreria. Wow. Ogni tanto mi guardo i room tour di qualche vlogger canadese straniera residente in Giappone e maronn regalate dei soldi anche a me vi prego. Un giorno sarà ricca e comprerò tutta Koenji, ve lo giuro.

Aprile 2016

RAGA

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Il 9 aprile 2016 è stato il giorno più bello della mia vita – sono finalmente riuscita ad andare a un concerto degli Avantasia dopo anni in cui loro suonavano in Italia mentre io ero in Giappone e viceversa. Sono andata in solitaria solitudine perché i miei amici a quanto pare hanno tutti dei gusti musicali obiettivamente di merda e insomma che ci vogliamo fare. Comunque è stato meraviglioso. Ora basta fare la fangirl, è passato quasi un anno Anna, get over it.
Oltre a questo episodio che segnerà per sempre la mia vita, in aprile ho anche cominciato a lavorare part time come traduttrice in un’azienda presentatami dalla mia scuola, lavoro che porto avanti tutt’ora e che mi ha costretta a tradurre videogiochi e manga via via più scabrosi. Traduco principalmente interviste ad artisti, articoli sul disegno e making-of vari, ma ogni tanto mi arriva un qualche otome game, e quando sono proprio fortunata riesco anche a mettere le mani su un BL game di qualità. E se non sapete cosa sono i BL game, si tratta di quei simulatori d’appuntamento che hanno come protagonisti personaggi (uomini) omosessuali ma che sono in realtà rivolti a un pubblico femminile. A ognuno il suo. Devo dire che comunque amo il mio arubaito e che sorprendentemente in un anno non mi sono ancora stufata.
In aprile mi sono anche fatta Tinder ma vabbè dai, non entriamo nel dettaglio.

Settembre 2016 – Tokyo Game Show

Anche nel 2016 ho partecipato al Tokyo Game Show, anche nel 2016 mi sono fatta truccare e pettinare (se non la smettono con la cosa dei codini però mi incazzo). Fortunatamente i costumi di quest’anno erano molto migliori di quelli dell’anno precedente.

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Alti livelli di trash comunque

Sfortunatamente non c’era nessun booth si Star Wars Battlefront a confortarmi stavolta, quindi sono stati quattro giorni stancanti e frustranti. In compenso nel padiglione vicino faceva la sua porca figura il mega-booth di Sony, con Horizon Zero Dawn, The Last Guardian (che poi sappiamo che fine ha fatto ma vabbè) e altre meraviglie.

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BANG.

Digressione:

Spero davvero che non vi troverete mai a raccontare, tutto d’un fiato, due anni della vostra vita a qualcuno. Ve lo giuro, sono sicurissima di aver fatto cose, incontrato gente, visto posti… Ma ora che sono qui a guardare i due anni passati dividendoli in mesi/trimestri/semestri mi accorgo che veramente nella mia vita è cambiato ben poco rispetto a quando vi ho lasciati.
Va bene, ho un diploma in più (ho menzionato che mi sono diplomata? Chiedo scusa per gli spoiler) e ho smesso di mangiare carne/pesce, ma per il resto sono esattamente uguale a due anni fa – forse un po’ più incazzata, ma in realtà non ho nessuna ragione in particolare per esserlo. Si cresce e ci si incazza, che ci vogliamo fare.

2017 in generale, anche detto Epoca Moderna:

A dicembre due miei compagni e io ci siamo messi a lavorare sul nostro progetto di laurea/diploma. Molti studenti di character design hanno scelto semplicemente di presentare il loro portfolio o di creare alcune illustrazioni ad hoc, mentre io mi sono messa in testa di voler fare un videogioco. Insomma, ho studiato per due anni come si fanno, i videogiochi! Fortunatamente due compagni programmatori si sono uniti a me nell’impresa, sebbene abbiano lasciato alla sottoscritta carta bianca sia per tutto ciò che riguardava il design che per la trama e l’ambientazione. Ne è uscito un gioco minuscolo, in pixel art, ambientato durante il Proibizionismo americano.

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Prohibition – A Story from the Roaring Twenties

A inizio febbraio abbiamo avuto quella che uno studente normale definirebbe “discussione della tesi”, ma noi siamo una scuola di game design quindi è stata più che altro una live session di gameplays. Il nostro giochino piccino picciò dura sì e no cinque minuti compreso il filmato iniziale, ma per un motivo o per l’altro a quelli della commissione dev’essere piaciuto, perché ci hanno dato uno 奨励賞 (shoureishou, una specie di premio incentivo per quelli che hanno le capacità ma non si applicano ‘nzomma. Story of my life).

La settimana scorsa c’è stata la cerimonia di laurea. 
Hanno chiamato sul palco il migliore studente per ogni corso di specializzazione, e ognuno di loro ha detto due parole per riassumere questi due anni di scuola. Qualcuno si è rivolto ai propri compagni con le lacrime agli occhi, dal palco, dicendo loro みんな、愛している che è proprio tipo “vi amo”. In quel momento mi sono resa conto di quanto un’esperienza del genere possa essere vissuta in modo diverso a seconda della persona. Mi sono resa conto che probabilmente quella persona che ha detto ai suoi compagni “vi amo” continuerà a tenersi in contatto con loro, o almeno ci proverà. Dall’altra parte ci siamo noi di game design che ci conosciamo tutti per nome ma che non ci caghiamo, e che non riusciamo nemmeno a organizzare una bevuta in compagnia il giorno del diploma.

“Scusa, devo proprio andare a lavorare.”
“Eh guarda, devo andare a farmi cambiare l’indirizzo per la bolletta del telefono.”
“Uhhh dai ti faccio sapere più tardi magari, okay?”

Insomma, tra una cosa e l’altra sono in Giappone da tre anni, di cui due spesi alla Tokyo Designer Gakuin. Ne è valsa la pena? Sì, perché ho conosciuto l’azienda in cui tra un paio di settimane inizierò a lavorare tramite la scuola. Ma giusto per quello.
Ammetto che sono stati due anni tranquillissimi e senza troppi sbatti, ma sono anche stata fortunata perché la nostra facoltà è apparentemente la più easy di tutti, prova ne è il fatto che si sono diplomati cani e porci. Quindi se decidete di venire in Giappone e studiare in una senmon gakko mi raccomando impegnatevi e non adagiatevi sugli allori okay?

Ora si vedrà come andrà la mia vita da shakaijin, o membro funzionante della società.

Vi lascio con una foto di un cagnetto che ho spotted a Osaka lo scorso weekend, augurandovi di essere sempre relaxed come lui (o lei, idk).

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È aprile e io ho l’ansia, o della mia introduzione al mondo dei creatori di videogiochi.

È aprile. Di già. Mi sembra ieri che stavo seduta ai tavolini esterni del baretto di piazza Duomo, incurante del freddo, a parlare del più e del meno con le mie amiche di una vita (Isa e Franci e Irene e Vale vi voglio benissimo e mi mancate ciao). Erano i primi di gennaio, e ora è già aprile inoltrato. Dall’altra parte del mondo è iniziato il caldo primaverile, tranne per qualche giornata fuori dal coro, ma è il vento perenne del mio quartiere che ogni giorno mi fa impazzire e desiderare di non aver mai provato a mettere piede fuori di casa. Ho già sacrificato a Nakano Central Park innumerevoli passate di mascara, diverse acconciature e qualche ombrello. La cosa divertente è che quando arriva il caldo vero, quello che fuori fanno quaranta grandi e vorresti girare con la faccia in un bidone di ghiaccio per riuscire a respirare senza sentirti bruciare i peli del naso, allora il vento smette. Grazie, vento, è stato bello averti con noi tra ottobre e aprile, ci vediamo l’anno prossimo. Se devo essere onesta, però, il vento mi preoccupa meno della metà di quanto mi preoccupino i prossimi anni della mia vita.


Partiamo dal fatto che ho lasciato l’Italia dieci mesi fa con l’idea di continuare con l’università e invece ora mi ritrovo in un istituto professionale a studiare come si fanno i videogiochi. Se non mi conoscessi potrei rileggere questa frase dieci, venti volte e comunque non trovarci un senso. Di solito queste cose vanno al contrario, uno inizia che vuole fare il cantante/veterinario/astronauta/videogiocatore professionista e poi la vita lo smonta così tante volte da convincerlo a iscriversi a un’università, finire la triennale, iscriversi a una specialistica, prendere un master eccetera eccetera. Io vengo su al contrario, tipo Benjamin Button o gli inglesi, e a ventitreanniquasiventiquattro decido di prendere la via dei videogiochi. Non è mai troppo tardi per i videogiochi.

Nel post di oggi parlerò un po’ della mia introduzione alla Tokyo Designer Gakuin seguendo una timeline che va da novembre fino a oggi, 17 aprile.

Novembre – Marzo
Dopo aver superato colloqui (“come ti vedi in futuro, e quanti soldi ha la tua famiglia?”) e test scritti (“quanti soldi ha la tua famiglia, e come ti vedi in futuro?”), sono iniziate le lezioni della pre-school. Una domenica al mese per incontrarsi con gli altri futuri studenti e simulare le lezioni che inizieranno poi da metà aprile. L’obiettivo della pre-school del dipartimento di videogiochi (lo so, suona un sacco poco serio, appena un gradino sopra a “Facoltà di Scienze delle Merendine”) era il seguente: mettere assieme futuri game planner, game programmer, character designer e artisti 3D puntando puntando a produrre una mini-visual novel a finali multipli (due, in realtà). Detta così sembra una cosa divertente, e invece prevedibilmente qualcosa è andato storto. Dico prevedibilmente perché… provate a pensarci: i futuri game planner, game programmer, character designer e artisti 3D di cui sopra sono tutti a. freschi di liceo e ignari che al mondo esista gente non giapponese oppure b. cinesi che fanno branco e se ne sbattono altamente di cosa stia succedendo attorno a loro. E poi c’ero io, l’unica occidentale tra un centinaio di occhi a mandorla, coi capelli rossi e i dilatatori alle orecchie e i tacchi che mi fanno raggiungere la discreta altezza di un metro e sessantasette. Se non fa paura tutto questo, non so cos’altro potrebbe. Formato il gruppo, la trama su cui abbiamo concordato era semplice: finale del torneo di baseball del liceo, l’eroe invoca la protezione di un talismano che lo fa trasformare in una maghetta (lo so, lo so). L’aura della maghetta fa trasformare il lanciatore avversario in un demone e i due si scontrano. Fine. “E i due finali?”, vi chiederete voi. I membri del gruppo non-character-designer ( tre su sette) hanno deciso che non servivano. Anche se è una visual novel. Anche se ci è stato detto di usare i finali multipli. Ogni obiezione è stata soppressa. Visto che i il numero dei personaggi era uguale a quello dei character designer (quattro), abbiamo deciso di disegnarne uno a testa. Una ragazza cinese, che però è in Giappone da diversi anni e che per tutto il meeting ha continuato a ripetere “Se non sapete fare qualcosa lasciate fare a me che tanto so fare bene tutto” è stata la prima ad alzare la mano, prenotandosi per disegnare la maghetta e lasciando gli altri a disegnare le cose più complicate. “Se non sapete disegnare qualcosa lo faccio io, so disegnare tutto”. Okay. Tutto questo è successo durante la prima lezione. Tanto per dire, il mese dopo eravamo in tre. Io, il game planner e l’artista 3D. Nemmeno un programmatore. Visto che la volta precedente nessuno aveva avuto la premura di condividere il proprio lavoro nella cartella apposita del computer, mi è stato chiesto di disegnare tutti e quattro personaggi, “tanto quanto ci metti? Mezz’ora per personaggio?” Saltando brutalmente alle conclusioni, apprezzo molto l’idea di organizzare una pre-school per fare abituare le persone a lavorare in gruppo. Il problema è che nessuno di noi aveva la minima idea di cosa stava facendo e, soprattutto, di come andava fatto.

11 Aprile
Saltiamo avanti di un altro mese. La scuola promette di spedirci a casa i materiali didattici tra il 10 e il 12 aprile e l’11 mattina, puntualissimo, suona il postino.

Un pacchettino piccolino. E sì, ho i capelli lilla.

Un pacchettino piccolino. E sì, ho i capelli lilla.

Diciamo che come materiali li ho trovati un po’ scarsini (soprattutto vista la mancanza di libri di testo – sono parecchio scettica a riguardo ma vediamo come va), ma mi sono emozionata tantissimo per la cartellina formato B3 che è tipo la versione dandy e intellettuale di quelle cartellone sfigatissime bianche che ci portavamo dietro alle medie quando c’era arte.
Oltre a quella, ho ricevuto un blocco per gli schizzi sempre in formato B3, una riga, un set di 12 matite normali e uno da 24 acquarellabili, un taglierino con cui fare a pezzi i miei nemici, una clip per appendere i loro resti alle pareti e una penna supermegaspecialissima per la tavoletta grafica (che devo ancora capire in cosa differisca dalla penna che già ho ma oh, i materiali erano obbligatori e magari scoprirò che è una figatissima, boh).

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14 aprile
Giorno della cerimonia di apertura. Qui funziona che quando entri in una scuola nuova devi presentarti tutto impomatato e incravattato in un auditorium/sala conferenze/hall a caso per farti dare il benvenuto dal preside, il corpo docenti al completo, il sindaco, gente a caso laureatasi decenni prima in quella stessa scuola che ora fa i soldoni e che vuole dimostrarti come anche tu possa fare carriera e diventare un pezzo grosso dell’industria della carta pur avendo un diploma in inserire corso a caso, e tanti tanti senpai.
Ah, e poi ci si fa le foto. Tantissime foto, soprattutto se sei giapponese e se stai entrando nella tua nuova scuola con qualcuno dei tuoi vecchi compagni di liceo. Siccome non volevo essere da meno anche io mi sono fatta fare una foto, però da sola perché non ho amici.

Sembro quasi una persona seria.

Sembro quasi una persona seria.

15 aprile
Orientation. Quest’anno di iscritti al dipartimento di videogames siamo in 107, di cui circa un quarto sono cinesi stranieri. Ci hanno consegnato finalmente l’orario e ho appreso che su cinque giorni ne ho due pieni e tre mezze giornate. Giovedì ho solo il pomeriggio. Ho gioito. Vorrei scrivere le materie che andrò a studiare nello specifico, ma non saprei tradurre i nomi in italiano. Vi basti sapere che per questo primo semestre studierò sia le basi del disegno (su carta e digitale) che alcuni elementi di grafica 3D, oltre a frequentare seminari sulla teoria del videogioco/ricerche recenti in campo videoludico/teorie di marketing/presentazioni aziendali e altra bella robbba. Also, uno degli eventi annuali segnati nel calendario accademico è il Tokyo Game Show, il primo anno come spettatori e il secondo come espositori. Sono gasatissima.

16 aprile
Class meeting, Come c’era da aspettarsi in una scuola del genere, la mia classe è piena di disagiati (ma d’altra parte se non hanno dei problemi noi non li vogliamo). Siamo circa in 25, di cui la metà cinesi stranieri, e tutto sommato mi va anche bene. Mi sento vecchia perché i giapponesi solitamente iniziano a frequentare questo tipo di scuola a 18 anni, appena finito il liceo, e ciò significa che sono ancora tutti minorenni. Dall’altro lato il mio insegnante responsabile è un manzo asiatico individuo parecchio interessante che chissà come è passato dal dipartimento di architectural design a quello di videogame (crisi di mezza età?). Tra i compagni degni di nota, comunque, spiccano un tenero giapponese balbuziente, una ragazza cinese di 27 anni che prima di venire qui faceva la tatuatrice nella periferia di Pechino (siamo già migliori amiche forever), un ragazzo di Hong Kong che si fa chiamare Charles, quattro ragazze giapponesi che non distinguo l’una dall’altra e sfiga ha voluto che mi capitasse anche la ragazza cinese residente da lungo tempo in Giappone di cui vi parlavo sopra. Quella che “ragazzi, se non sapete fare qualcosa tranquilli che io so fare tutto”. Già. Ah, e c’è un altro ragazzo taiwanese che durante il giro di presentazioni, mentre tutti nominavamo videogiochi o anime preferiti, ha pensato di includere la storia di quella volta in cui ha pescato con suo zio un tonno lungo un metro. Hm.
Spero vivamente che il collante della classe non consista solo di passioni in comune, altrimenti visto il mio schifo per tutto ciò che è animazione che non mi ricordi la mia infanzia mi considero già tagliata fuori. Durante le presentazioni, ogni volta che qualcuno diceva “Il mio anime preferito è inserirenomeanime“, dai banchi si levava un disgustoso coro di “ooooh” e “aaaaah” e gridolini fastidiosamente eccitati, mentre io nella mia ignoranza pregavo che qualcuno prima o poi dicesse “a me non piacciono gli anime, preferisco le serie tv americane”. Ma non l’ha detto nessuno.

L’unico Charles della mia vita.

17 aprile
Oggi. La mattinata è trascorsa a imparare come farsi un account su Gmail (e, per la cronaca, con questo ho creato il mio quinto indirizzo e-mail, posso farmi un sacco di profili falsi ovunque), mentre nel pomeriggio abbiamo iniziato un lavoro di gruppo che si protrarrà fino a martedì, il cui obiettivo è disegnare una mappa dei dintorni della scuola che sia interessante e artisticamente piacevole. La mappa in realtà può avere come tema qualsiasi cosa, ma la parola chiave è – notate bene“interessante”. Riunito il gruppo, constatato oltre a me tutti gli altri sono tutti cinesi e finito il round di presentazioni arriva il momento di decidere il tema. Brainstorming! Cosa potremmo mai scegliere per rendere la nostra mappa unica, interessante e stimolante? Subito arrivano i consigli migliori in tutta la storia dei consigli. “Facciamo una mappa dei parcheggi”. “No, una delle stazioni del treno”. “Macchè, facciamone una con i ristoranti cinesi”.

Terrorizzata dall’idea di dover girare tutto il pomeriggio a cercare e mappare parcheggi (seriamente? parcheggi?) ho proposto di lavorare invece sui locali a tema di Akihabara, che si trova ad appena un quarto d’ora a piedi dalla scuola. Fortunatamente l’idea ha avuto un riscontro positivo, e abbiamo deciso di partircene alla volta della città elettrica alla ricerca di bar, ristoranti e caffetterie carine.
To be continued…

Insomma, questi sono stati i miei primi giorni di scuola. Sicuramente i prossimi due anni saranno pieni di esperienze pazzesche, sono veramente curiosa di vedere come andrà quando le lezioni cominceranno effettivamente.

Grazie per essere rimasti con me per quasi 2000 parole, vi lascio con alcune domande: da piccole/i preferivate Charles/Kamura o Eric/Hayama? Fa caldo in Italia? Chi volete sul trono di spade?

Alla prossima!

La ragazza perfetta secondo i giapponesi in ventidue punti.

Ciao amici, sto scrivendo un post palesemente filler e nemmeno me ne vergogno. Vabbè.

Tutto nasce da questo tweet.

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Trovate l’originale qui .

Retwittato quasi diecimila volte, per la maggior parte da ragazze giapponesi, dice: “Le aspettative degli uomini sono troppo alte HAHAHAHAHHAHAHAHAHHAHAH” (lo giuro, leggere quel “wwwwwww” è proprio molesto come leggere una lunghissima finta risata scritta in maiuscolo). L’immagine è stata presa da una rivista per aitanti giovani virili e contiene le caratteristiche che la donna ideale dovrebbe avere. Vogliamo vederle tutte, punto per punto?

Prima però prendete carta e penna e contate quanti punti si applicano a voi stesse. O a voi stessi. Ffffatto?

1. Viso: deve avere un viso carino (vi ricordo che in Giappone il “carino” (kawaii) si contrappone quasi antiteticamente al “sexy”); quando ride compaiono le fossette; trucco naturale. Trucco naturale, cioè fondotinta come se non ci fosse un domani e ciglia finte. E colla per le palpebre. E nastro adesivo per far comparire le borse sotto gli occhi.

2. Capelli: neri, lunghi, che si arricciano verso il fondo. E si arricciano verso il fondo molto naturalmente, proprio come il trucco di prima.

3. Altezza: 160cm. Così alta? Ma è più alta della maggior parte degli uomini giapponesi! (No, okay, sto esagerando).

4. Peso: 48kg. Indice di massa corporea 18.75, cioè 0.25 sopra la soglia del sottopeso. Ma comunque normopeso, quindi bravi giapponesi, se vi piacciono magre almeno avete scelto una magrezza accettabile.

5. Seno: coppa C. È la coppa più frequente in Giappone, e corrisponde a una nostra seconda scarsa.

6. S o M? S. Ecco, qui c’è un discorso da fare. In senso generale, S sta per “sadist” e M sta per “masochist” – ma non dovete avere paura. I giapponesi hanno trasposto questa categorizzazione tendenzialmente utilizzata in ambito sessuale nel mondo di tutti i giorni, adottando le caratteristiche di entrambe le parti e adattandole a un contesto di flirting (o, più in generale, per descrivere la propria personalità). Ne deriva che una persona S è una persona caratterialmente forte, mentre una persona M è tendenzialmente remissiva e accondiscendente. Il fatto che gli uomini giapponesi preferiscano un tipo S mi ha lasciata un po’ sorpresa!

7. Profumo: di sapone. Insomma, dev’essere una ragazza pulita. Ci sta.

8. Personalità: tsundere. Il termine tsundere indica un personaggio arrogante, acido e freddo che in seguito si rivela di buon cuore, dolcino e tanto tenero. Oh, Giapponesi, ma quanto ci siete affezionati a queste cose da manga/simulatori d’appuntamento?

Solo per intenditori.

Solo per intenditori.

9. Frase celebre: “Sceeeemo! <3” (“Baaaaaka! ❤ “) È una cosa che si collega un po’ allo tsundere qui sopra, l’uomo giapponese adora la donna che lo chiama “scemo” in modo affettuoso, dimostrandogli poi con gli atteggiamenti (più che a parole) che invece è onestamente presa da lui e che lo trova l’uomo più intelligente e affascinante della terra.

10. Stile: kawaii. Anche qui, l’uomo ricerca nella sua donna ideale un abbigliamento kawaii, cioè carino e puccioso (e anche qui si contrappone al “sexy”). Un uomo giapponese che vede una donna supersexy per strada probabilmente la guarderà, ma non vorrà averci una relazione perché non gradirà l’idea che la sua donna mostri a tutti la sua mercanzia – il fortunato dev’essere solo lui. È un ragionamento che sta in piedi, no?

11. Hobby: cucina. Classic.

12.Musica preferita: rock. Questo fa a pugni con tutti i punti che abbiamo visto finora, ma andiamo avanti.

13. Cibo preferito: gelato al tè verde. Okay, qui le cose si stanno facendo abbastanza precise. L’unica cosa che mi viene in mente quando penso al gelato al the verde è…

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Fonte: Natale a Tokyo , di Dario Moccia.

14. È brava in: materie umanistiche.        

15. Voti scolastici: in alto nella fascia intermedia. Abbastanza intelligente (?) da portare avanti una conversazione, ma non abbastanza per mettere in soggezione il Maschio.

16. Club scolastico: danza. Danza cosa? Classica? Moderna? Hip hop? Tradizionale nepalese?

17. Debolezza: lo sport. Scusa? Ma non doveva far parte del club di danza?

18. Fratelli e sorelle: un fratello più piccolo.

19. Animale domestico: toy poodle. Dai, quei barboncini piccolissimi e derpissimi che qui in Giappone vanno un casino. Quelli che quando li prendi devi fidarti della parola commesso, perché li chiamano “toy poodle” ma se poi non sono very “toy” e crescono un po’ più del dovuto chessifà? Non voglio nemmeno pensarci.

20. Manga preferito: ONE PIECE.

21. Lavoro part-time (arubaito): in un café.

22. Se le chiedi che tipo di ragazzo le piace… Risponderà “uno gentile, come te ♡”. Ma non abbiamo detto che ai giapponesi piaceva la tsundere? More like, “Che tipo di ragazzo mi piace? Di sicuro non tu, senpai >///< *tsun tsun*”.

Questo è quanto. Non è poi molto, no?
Avete contato quanti punti avete fatto? Io sono arrivata a 5 su 22. E tra questi figurano l’essere alta 160cm, tsundere e odiare lo sport. Sono una persona bellissima.

Fatemi sapere nei commenti (qui o sulla pagina Facebook) quanti punti avete fatto!
Alla prossima.

Il mio riccio Sherlock che cade. Di nuovo. E di nuovo.

 

Vi ricordate quando scrivevo gli articoli impegnati, che vi tenevano incollati allo schermo e che vi facevano ridere, commuovere, emozionare? Nemmeno io.
Però quest’oggi ho fatto una gif del mio riccio Sherlock che cade in loop e volevo condividerla con voi.

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“Tutto qui?”, vi chiederete.
Sì, tutto qui. Non ho nemmeno parole per descriverlo.

Alla prossima!

Tokyo con la pioggia, 7 cose da fare.

Oggi è il 13 ottobre. Sono appena rientrata a casa da un pranzo con le amiche, schivando per un pelo l’acquazzone che proprio ora si sta abbattendo sulla città. Stiamo aspettando il tifone Vongfong (n° 19), che qualche ora fa ha raggiunto Okinawa e che si prospetta essere il tifone più potente dell’anno. Domani le scuole sono chiuse e probabilmente i treni si fermeranno tra qualche ora.

Soon.

Soon.

Non mi dispiace che arrivi un po’ di pioggia, ogni tanto. È sempre un’ottima scusa per rimanere a casa, mettersi sotto le coperte con del caffè latte (come si scrive? caffè latte? caffellatte? café latte?) e guardare dieci puntate di fila di una serie tv a caso (MYMADFATDIARY). Un acquazzone ogni tanto non è un problema, posso rimandare gran parte delle commissioni a un giorno di bel tempo e comunque sfruttare le mie giornate in modo produttivo (ah ah ah no).

Il problema si presenta soprattutto per quelli che dopo aver risparmiato ogni centesimo per cinque anni e accumulato giorni di ferie su giorni di ferie lavorando fino allo sfinimento riescono finalmente a mettere via soldi e tempo necessari per l’agognato viaggio in Giappone, 14 giorni in cui vedere, fare, provare, amare, comprare tutto il possibile. Pensate che sfiga se su 14 giorni ne beccate anche solo tre di pioggia. Ho pensato quindi di scrivere questo post per condividere con voi quello che ho imparato finora sui giorni di pioggia qui a Tokyo. Non preoccupatevi, qualcosa da fare si trova sempre – però quando c’è il tifone è meglio se state a casa, che si fermano anche i treni e dopo è un po’ un casino muoversi/ tornare a casa. Ecco dunque una lista di cose da fare per passare il tempo quando piove, senza perdersi nulla di Tokyo.

1. Kinokuniya, Shinjuku. La libreria più grande in cui abbia mai messo piede è raggiungibile direttamente dalla galleria che collega la stazione di Shinjuku a quella di Shinjuku Sanchome, quindi non dovrete aprire l’ombrello nemmeno per un nanosecondo. Otto piani di libri (ce n’è anche uno dedicato interamente ai libri in lingua straniera), manuali, fumetti, riviste e qualsiasi cosa possiate aver voglia di leggere.

2. Qualsiasi altro negozio, ristorante o centro commerciale accessibile dalla galleria che collega la stazione di Shinjuku a quella di Shinjuku Sanchome. Sono inclusi Marui OIOI (abbigliamento, accessori, lifestyle), Biccamera ビッカメラ (elettronica), UNIQLO (abbigliamento basic), BookOFF (libri, manga, videogame, CD e DVD usati), Lumine ルミネ (abbigliamento e accessori femminili), Takano (frutta che vi costerà un rene) e altre millemila cose che vi porteranno via almeno un pomeriggio.

3. Se piove ma non diluvia potete anche pensare di fare un salto all’osservatorio del Tokyo Metropolitan Government Building (Shinjuku). Ci si arriva in una decina di minuti (di cui cinque al coperto) a partire dall’uscita ovest della stazione di Shinjuku, seguendo le indicazioni per Tokyo Tocho Biru 東京都庁ビル. L’osservatorio è aperto tutti i giorni dalle 9:30 alle 23:00 ed è gratuito (al contrario della maggior parte degli altri osservatori di Tokyo), per ulteriori informazioni controllate qui.

SPOILER ALERT

SPOILER ALERT

4. Nakano Brodway, Nakano. Prendete l’uscita nord della stazione e siete subito lì, a percorrere quel lungo corridoio fatto di negozi di vestiti, calzini, elettronica, ramen, sushi, sukiyaki e soprattutto GENTE che vi condurrà senza margine d’errore in quel paradiso per otaku pretenziosi e vintage che è Nakano Broadway. Che stiate cercando i videogiochi a cui giocavate quand’eravate bambini, merchandise di One Piece, action figure dei personaggi della Disney o bozzetti autografati dai vostri mangaka preferiti, Nakano Brodway difficilmente vi deluderà. È un po’ come stare ad Akihabara, ma è tutto conglomerato in un centro commerciale (anche i maid café, sì), e l’aura di vecchiume e mistero che vi investirà ad ogni negozio vi porterà a voler cercare tra gli scaffali, accompagnati dalla speranza di trovare qualche oggetto da collezionisti venduto a pochi spiccioli, qualche ricordo della vostra infanzia, qualcosa. IMG_3567 IMG_3575 5. Due passi nelle vie commerciali (shotengai 商店街) coperte dei quartieri che preferite. Personalmente consiglio spassionatamente Koenji (home sweet home), soprattutto se vi piace andare a spiluccare nei mercatini dell’usato alla ricerca di vestiti vintage ed incredibilmente economici. A Koenji ne trovate ovunque, e trovate anche un sacco di giovani vestiti in modo strano originale per un po’ di sano sight-seeing metropolitano. Se i negozi dell’usato non fanno per voi, invece, puntate allo shotengai di Kichijoji, dove sarebbe più semplice elencare le cose che non potete trovare. Al terzo posto sono praticamente costretta a mettere la via commerciale di Asakusa, dove potete trovare tutto quello che “fa tanto Giappone”. Kimono, yukata, ventagli, sandali, stampe e così via. Decisamente non il mio genere, ma magari è il vostro, chissà. E se poi smette di piovere potete anche fare un salto al Sensoji, imperdibile. IMG_1289 6. Percorrere tutta Tokyo sulla Yamanote. Ventinove stazioni attraversate in poco più di un’ora, paesaggi che cambiano, un posto a sedere all’asciutto (in realtà per il posto a sedere potrebbe volerci un po’, ma perseverate e andrà tutto liscio): cosa si può volere di meglio? E al modico prezzo di un euro! Mettiamo che partiate da Shinjuku. Comprate il biglietto più economico. 130 yen. Timbrate il biglietto. Salite sulla Yamanote, fate tutto il giro, godetevi il paesaggio, scattate qualche foto, quello che volete. Scendete di nuovo a Shinjuku un’ora dopo (o, se preferite, alla stazione successiva). Timbrate di nuovo il biglietto, che verrà divorato dalle macchinette. Macchinette che penseranno che voi siate entrati e usciti nella stessa stazione, o che abbiate percorso solo una fermata. Smooth, cheap and legal.

7. Karaoke. Il karaoke giapponese non potrebbe essere più diverso da quello italiano. Mentre in Italia si parla di cantare davanti a sconosciuti, con basi midi e sentendosi costantemente messi in imbarazzo dai soliti pro che monopolizzano il bar (di solito gli stessi organizzatori delle serate), in Giappone i karaoke sono edifici di alcuni piani che ospitano decine di salette private, dove cantare di fronte ai vostri amici o, perché no, anche da soli. I prezzi si aggirano comunemente sui 1000 yen all’ora (beati quelli che stanno fuori Tokyo, lì costa almeno la metà), con sconti in caso di lunghe permanenze. 2014-10-06 20.01.16 Ci sarebbero altre cose da aggiungere: Ikebukuro Sunshine City, il cinema, i musei, i bagni pubblici… Tokyo con la pioggia non perde la sua bellezza, anzi; i colori si fanno più vivi, l’aria si rinfresca e le strade in parte si svuotano, quindi si può approfittare di un giorno di pioggia anche per visitare luoghi solitamente affollati come il Sensoji, di cui ho parlato prima, le strade di Shibuya (non aspettatevi una Trento di lunedì sera però), Harajuku o Ueno.

Chi ha viaggiato in Giappone ultimamente? Come avete passato i giorni di pioggia?

Buon lunedì a tutti e buona settimana ❤

Non sono morta, aggiornamenti, cose, altre cose.

L’ultimo articolo di questo blog risale al 20 maggio. L’ultimo post sulla pagina Facebook risale all’11 giugno.
Vi chiederete che scuse io abbia per aver abbandonato WordPress per così tanto tempo. Vorrei tanto dirvi che sono a Tokyo, eh, cosa vi aspettate, cioè a Tokyo c’è un sacco da fare, mica ho tempo per aggiornare sempre il blog! Invece stavo facendo questo.

2014-09-28 12.59.30

Scherzo, dai. È che da inizio maggio a inizio agosto ho lavorato part-time, e il passare cinque ore al giorno tra le mie adorabili colleghe giapponesi che mi sfottevano perché andavo a vendere scarpe fighelle in Vans mi ha prosciugato tutta la voglia di vivere. Mi dispiace ma non ho abbastanza punti esperienza per sbloccare l’abilità “portare un tacco 12 per più di 15 minuti”.

In questi mesi è successo molto e molto poco, allo stesso tempo. Vivo sempre allo stesso modo, nella stessa casa, con le stesse persone. Frequento sempre la stessa scuola, facendo sempre lo stesso lavoro (fino ad agosto, almeno), mangiando sempre le stesse cose.

Ho avuto un po’ di tempo per pensare a cosa voglio fare della mia vita e ho deciso di voler rimanere qui, nel bene e nel male, ancora per qualche tempo. Sono venuta a Tokyo con l’idea di proseguire il mio percorso universitario, iscrivendomi a una laurea magistrale (大学院, daigakuin) per ricercare in lungo e in largo il metodo migliore per insegnare il giapponese agli italiani. Ho pensato di volerlo fare per tutta la durata della laurea triennale a Venezia e per i primi mesi di quest’anno. La magia è sparita. Non ho voglia di fare ricerca, non ho voglia di sbattermi altri due anni in un’università dove di fatto non ti insegnano nulla di nuovo e ti spronano solamente a ricercare e pubblicare cose. Non ho voglia di provare e fallire, magari vedendo mia tesi finale scomparire nel mare delle altre tesi uguali, come succede in triennale. Non ho voglia di studiare altri due anni e trovarmi al punto di partenza, con due lauree alle spalle e nessun lavoro all’orizzonte.
“Ebbasta Anna che sega che sei abbiamo capito che non c’hai voglia, taglia corto dai!”
Allora ho pensato, “cos’è che mi piace fare?”. A me piace disegnare, mi piacciono i videogiochi, mi piacciono le cose belle e mi piace parlare in giapponese. Se in Italia avessi detto questa cosa a qualcuno probabilmente quel qualcuno mi avrebbe guardata con tanta compassione, mi avrebbe dato una pacca sulla spalla e mi avrebbe detto qualcosa del tipo “suvvia Anna, basta sognare. Hai pensato invece di andare a lavorare come cameriera in Inghilterra? Oppure mandare un curriculum alla Coop vicino a casa?”
Invece sono in Giappone, la terra dove i ricci sono animali domestici e dove i sogni si realizzano (sì, le due cose sono strettamente collegate), e dove lavorare nel mondo dei videogiochi è possibile.

Ho deciso di iscrivermi alla Tokyo Designer Gakuin, una senmon gakko (scuola di specializzazione) che ha consacrato all’arte gente del calibro di Susumu Hirasawa e basta essenzialmente, but still che si presenta con un’offerta formativa enorme e variegatissima.
Una roba così

Una roba così

Dopo aver frequentato diversi open day, dopo aver parlato con diversi insegnanti/senpai/consulenti e dopo aver ottenuto l’approvazione di mamma e papà (vvb) ho deciso di presentare la domanda d’iscrizione al dipartimento di Game Creator, indirizzo Game Character Design.
Sono stata sottoposta ad un colloquio preventivo, dove testavano il mio essere me stessa, la mia voglia di pormi delle sfide e la mia capacità di emozionarmi (?). Insomma, pare che ad emozionarmi io sia molto brava perché il colloquio è passato liscio liscio in dieci minuti, concludendoci con “ottimo, puoi iniziare a portarci i documenti necessari”.
Sono tuttora nella fase dei documenti necessari. Tra fotocopie di tutti i documenti d’identità che ho, certificazioni sanitarie linguistiche anagrafiche, libretti bancari mio, dei miei, del mio riccio e della figlia dell’allenatore di calcio di mio cuggino, fototessere scansioni firme e chi più ne ha più ne metta, giuro che non ne vengo più fuori. Fortuna che ho ancora tre settimane per raccattare il tutto e consegnarlo. Esperare che il suddetto tutto sia sufficiente per farmi avanzare allo step successivo, quello del test d’ingresso (eh, era troppo facile sennò). Se supero anche quello, da aprile sarò ufficialmente enrolled per due anni, alla fine dei quali ti promettono un tasso di occupazione del 92% entro i primi sei mesi. Quasi come a Ca Foscari.

Passando a cose più serie, come forse avrete capito ho un riccio di nome Sherlock.

CARINO

MA QUANTO

SEI

SEI

MA QUANTO

CARINO

E voi come state, amici? Cosa avete fatto in tutti questi lunghissimi mesi?
A presto ❤

Misteri su misteri, o delle domande a cui il finale di Lost non ha saputo rispondermi.

Ebbene sì. Quasi tre anni dopo aver iniziato Lost, è arrivato il momento di affrontare la puntata finale.
È stato molto illuminante, ma non è ASSOLUTAMENTE possibile che dopo sei stagioni di misteri ancora non abbiano risposto ad alcune domande fondamentali che mi tormentano tuttora. Vediamone alcune.

Voi fan della serie ricorderete sicuramente la puntata speciale della prima stagione dove cinque dei protagonisti, tutti italiani, vanno a mangiare sukiyaki (categoria: roba che devi cucinarti da solo) in un ristorante vicino a Nakano Broadway. Per chi non ricordasse bene l’episodio, ve lo ricapitolo brevemente: i cinque, non essendo particolarmente affamati, ordinano un menù con porzioni di carni e verdure raccomandate per 3-4 persone. La cameriera li guarda perplessa, e come se stesse parlando con dei bambini dell’asilo chiede conferma dell’ordine ricevuto, non essendo sicura di aver capito bene. I protagonisti confermano. La cameriera annuncia che porteranno solo quattro porzioni di riso, perché il menù è pensato per massimo quattro persone. I protagonisti acconsentono, pensando che mal che vada il riso si può sempre dividere in modo da sfamare cinque bocche invece che solo quattro. Aspettano qualche minuto e quando l’ordine finalmente arriva, la cameriera con aria giuliva ricorda che “ご飯はお変わり自由ですね!Gohan wa okawari jiyuu desu ne!“. I sottotitoli recitano “il riso è gratis, quindi quando finite questa porzione potete ordinarne altro quante volte volete!” (lo so, i sottotitoli sono prolissi e di bassa qualità). I protagonisti sono perplessi, e non capiscono perché, se è vero che si possono ordinare quattro porzioni di riso anche per quindici volte, risulti così impossibile portarne cinque già all’inizio del pasto. In tutto il resto della serie non si fa più parola di questo episodio, che è destinato a rimanere uno dei più misteriosi misteri tra tutti quelli presenti nelle sei stagioni. Penso che c’entrino i famosi Numeri, ma non sono sicura. Avrei apprezzato almeno due parole a riguardo nella puntata finale, ma vabbè.

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La mia cena di pasqua, perché sì

Un’altro mistero che sicuramente non vi sarà sfuggito è quello dell’uomo della domenica mattina. So che sapete perfettamente di cosa sto parlando, ma per i soliti profani che si ostinano comunque a leggere il mio fan-blog, ecco i fatti. Nella 3×02, una delle protagoniste che per comodità chiameremo Anna deve andare a fare la spesa alle otto e mezza di una domenica mattina. Percorre le strade deserte che circondano casa sua, popolate ferialmente da bambini che vanno a scuola e vecchietti che discorrono allegramente del tempo, finché il suo occhio non si accorge di una presenza anomala, disturbante, che la porta immediatamente sull’attenti e pronta a colpire. Un uomo si erge in un anfratto della strada, appena fuori da un portone. Ha i pantaloni e le mutande calate e si gingilla senza vergogna, alle otto e mezza di una domenica mattina, fuori dal portone di un quartiere residenziale. Chi è quell’uomo? Di che organizzazione fa parte? Perché si masturba in pubblico? C’è qualche collegamento tra lui e l’uomo che alle due di notte va al supermercato e ne esce soltanto con due bottiglie di passata di pomodoro?
Anche a queste domande non ho trovato risposta.

2014-03-27 19.18.09

Altro cibo, perché come immaginerete non mi andava di mettere immagini a tema.

Proseguendo: nella quinta stagione, dove Anna trova un lavoro, ricorderete il seguente episodio. Sta scoccando il termine della prima settimana di lavoro, sono le nove meno cinque e Anna si prepara a staccare per tornare a casa e riposare un po’. C’è da chiudere i registratori di cassa, contare i soldi e con loro i buoni sconto, che vanno poi strappati da un lato. Una parte si butta e l’altra si conserva in una busta, così l’ultimo che torna a casa li conta ancora una volta tanto per stare sicuri. Siccome Anna lavora da un bel po’ ed è stanca, strappa i buoni e si prepara ad andarsene, quando nota che due suoi colleghi si stanno fermando un po’ troppo a lungo a osservare il suo operato. Terrorizzata pensa, “Oddio, stavolta cosa ho sbagliato?”.
Ebbene, aveva strappato i buoni non dalla parte con lo strappo facilitato, ma dall’altra. I colleghi si guardano e mormorano tra loro, perplessi e divertiti (troppo divertiti, quanto può essere divertente una cosa del genere? Le loro vite devono essere proprio noiose, ndA).
“Ma adesso cosa facciamo? È la prima volta che succede!”
“Non lo so, cosa potremmo fare?”
“Non ne ho proprio idea. Fammici pensare.”
Tre minuti dopo i due convengono che forse è opportuno riparare con lo scotch lo strappo sbagliato e ristrappare dalla parte giusta. Danno ad Anna il permesso di rincasare e si mettono lì, a scotchare i dieci buoni uno per uno, con una perizia che ha dell’incredibile.
Cosa significa questa scena? Perché i buoni non potevano essere strappati dal lato opposto? Qualcosa di terribile si sarebbe verificato se i più anziani ed esperti colleghi di Anna non fossero corsi ai ripari? Confesso che mi sarebbe piaciuto assistere a diversi sviluppi per questa storia, ma ancora una volta il finale di Lost non mi ha accontentata.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione, infine, alcuni fotogrammi che occasionalmente compaiono per tutta la durata della serie.

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Cos’è questo strano festival? Che cosa mi sta a significare? Come si collega a tutto il resto?

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Come ha fatto questa capra ad arrivare sull’isola? C’entra il progetto Dharma?

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E questi chi sono? Perché questi abiti sfarzosi?

E per finire: perché trovo una cosa perfettamente normale e discretamente sensata il comprare il ghiaccio al supermercato?

Lost, un finale aperto ci può anche stare, ma certe cose ce le dovevi spiegare.
Voto alla serie: 2/10

Scherzo. Ho amato Lost, anche se l’ho finito solo ieri – cioè con sei anni di ritardo. Se l’avete visto anche voi mi capirete, se non l’avete ancora visto o non l’avete ancora finito (papà, sto parlando con te) datevi una mossa così possiamo parlarne tutti assieme.
Chiedo scusa per gli intervalli dilatatissimi tra un post e l’altro. Nell’ultimo periodo esco di casa alle otto di mattina e ci rientro alle nove di sera, quindi capirete che non riesco a dedicare a Tokyo ist Krieg il tempo che vorrei. Portate pazienza e seguitemi anche sulla pagina Facebook, dove sono presente un po’ più spesso!