Undici parole giapponesi intraducibili (ma che vorrei esistessero anche in italiano).

Il giapponese è una lingua splendida, punto e a capo.
Ha due alfabeti sillabici, migliaia di ideogrammi che a loro volta hanno una, due, talvolta cinque letture diverse, non ha genere, non ha numero, non esiste il futuro semplice né tantomeno quello composto, tutti fanno un gran casino e nessuno si capisce quando parla – nemmeno tra nativi.
Se un vostro amico se ne uscisse improvvisamente con un “oh, ho scoperto che oggi alla Mori Tower di Roppongi inaugurano una mostra temporanea su Game of Thrones che durerà fino a inizio aprile, iku 行く?”, quell’ultimo “iku” potrebbe voler dire:
A. “Ci andrai?” (sottinteso: “so che sei infoiata per queste cose quindi probabilmente lo sapevi già, ma volevo solo fare un po’ di casual conversation”)
B. “Ci andiamo assieme?” (sottinteso: “che anche io sono infoiato per queste cose”)
Sta a voi interpretare e cercare il metodo migliore per non fare figuracce, ma non sforzatevi troppo perché tanto ne farete comunque… TANTE, TROPPE.

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FYI, alla Mori Tower si entra per di qui

Oh, probabilmente vi starete chiedendo dove sta lo “splendido” in tutto questo.  Me lo chiedo anche io il 90% del tempo. Il giapponese è splendido perché è musicale, perché è complicato, perché ogni nuova parola che scopri è una conquista e ti aiuterà a capire un po’ di più il popolo del Sol Levante. Perché ogni volta che pensi di essere arrivato a metà e credi di poter intravedere la cima della montagna se guardi in alto, lassù ci sono solo delle nuvole enormi che nascondono il fatto che in realtà sei ancora alla prima stazione. E mi piace anche il fatto che nessuno ci capisca niente. Ci sono così tanti fraintendimenti che anche sbagliare non è poi così grave. Insomma, è una lingua per quelli che amano le cose difficili ma che contemporaneamente non si prendono troppo sul serio.

Ed è buffo pensare che per quanto il giapponese sia così grammaticalmente approssimativo esistano delle parole molto, molto ben definite che io in quanto italiana invidio moltissimo – mi risparmierebbero un sacco di giri di parole e dovrei gesticolare molto meno per farmi intendere.
Oggi ve ne propongo undici, finora le mie preferite.

1. Ageotori 上げ劣り: “Stare peggio di prima dopo un taglio di capelli”.
Si è molto dibattuto riguardo all’esistenza o meno di questa parola. In realtà è un termine mega-arcaico che è stato ritrovato addirittura nel Genji Monogatari (romanzo giapponese dell’XI secolo), ma che non viene comunemente utilizzato ora come ora.

2. Irusu 居留守: “Fare finta di non essere a casa”.
Tipo quando arrivano i testimoni di Geova. Tipo quando suona il telefono ed è sicuramente la Fastweb. Tipo quando chiunque suona al campanello la mattina prima delle undici e sapete che non è per voi, quindi non vi disturbate nemmeno ad alzarvi dal letto per aprire. Lo facciamo tutti, eppure non abbiamo una parola per questo. O sì? No, vero?

3. Bakku-shan バックシャン: “Donna bella da dietro, E BASTA”.
Potremmo non avere un termine che significhi esattamente lo stesso, ma è innegabile che in italiano esistano tanti proverbi sull’onda del “da dietro mi tenti, da davanti mi spaventi”. I giapponesi non sono abili poeti, quindi hanno tolto la coinvolgente e musicale rima e hanno riassunto tutto in una parola.

4. Ganbaru 頑張る: “Fare il proprio meglio, essere tenace, forza e coraggio!”.
Ganbaru è come il prezzemolo. Lo si trova ovunque. “Ganbatte!” “Ganbarimasu yo!” “Ganbare!” Provate a trascorrere qualche ora con un gruppo di giapponesi che parlano del più e del meno e lo sentirete almeno una decina di volte.
“Vado in Cina come studente in scambio.”
“Ganbatte!”

“Domani ho un esame.”
“Ganbatte!”

“Non capisco nulla di giapponese, voglio solo buttarmi sotto una metro in corsa.”
“Ganbatte!”
(ogni riferimento alla mia persona è puramente casuale)
“Ma se io sono l’ultimo horcrux significa che devo morire anche io affinché Voldemort venga sconfitto!”
“Ganbatte, Harry-kun”
.
È anche un’ottima espressione per chiudere le conversazioni che languono o che stanno diventando noiose. Provatelo e sembrerete dei veri giapponesi *pollice alzato*

5. Arigata meiwaku ありがた迷惑: “Una gentilezza indesiderata che spesso produce effetti negativi”.
La cosa qui si fa un attimo più complicata: arigata meiwaku è quando qualcuno fa qualcosa per noi che teoricamente dovrebbe farci piacere, ma che noi non desideriamo assolutamente e che quindi facciamo di tutto per evitare, ma quel qualcuno è così determinato a volerti fare quel favore che non si fa fermare da niente e le conseguenze sono negative. Tuttavia, le convenzioni sociali impongono comunque di esprimere gratitudine nei confronti di quella persona.
Esempio semplice semplice che probabilmente è capitato a tutti: è il giorno di Natale ed è il momento di scambiarci i regali con i nostri amici. Noi abbiamo comperato molto democraticamente caramelle e bagnoschiuma per tutti, ma quando molto fieri di noi consegnamo il nostro pacchetto all’amico X, con cui non abbiamo nemmeno un rapporto troppo stretto, lui ricambia con qualcosa di esagerato – tipo un buono da 50€ per Kiko, H&M, la Feltrinelli o che ne so. Arigata meiwaku. Apprezzo la tua gentilezza, ma mi hai messa così a disagio che vorrei seppellirmi.

6. Kouitten 紅一点: “L’unica donna in un gruppo formato da soli uomini”.
Il termine ha un significato molto ampio: può essere usato sia per una donna che predilige la compagnia maschile e che quindi è spesso vista in giro con gruppi di ragazzi, sia per la malcapitata che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato [leggi: negozi di circuiti per PC ad Akihabara; piano del sexy shop riservato ai soli uomini (L., è stato bello essere lì con te, almeno non ero proprio kouitten del tutto)]. Si può anche usare per l’unica segretaria in un’azienda gremita di uomini – tutto può essere kouitten.

Immagine azzeccatissima gentilmente offertaci da Wonderlust Japan, blog graziosissimo che vi consiglio al 1000%.

7. Tsundoku 積ん読: “Comprare uno smacello di libri e lasciarli a marcire perché non si ha mai tempo di leggere”.
Anche questo lo facciamo in tanti. Avrò come minimo una ventina di libri che ho comprato nel corso negli anni ripromettendomi di leggerli non appena ne avessi avuta l’occasione – e di occasioni ne avrei avute moltissime. Solo che una volta che ti passa davanti il treno di un libro, lo hai perso. I miei libri non-letti continueranno a prendere polvere negli scaffali della libreria fino a data da destinarsi.

8. Komorebi 木漏れ日: “La luce del sole che filtra tra le fresche frasche”.
L’utilità di questa parola è direttamente proporzionale alla sua frequenza in articoli come “25 parole stupende che non esistono in nessun’altra lingua” e alla sua popolarità tra le giovani sedicenti sensibili che amano la natura quasi più dei selfie e di instagram. Ma per completezza l’ho inserita comunque!

9. Yoko meshi 横飯: letteralmente “Un pasto consumato in orizzontale”.
“Ma che cosa vuol dire, per Diana!!”… vi starete chiedendo. La traduzione letterale si collega con un po’ di arzigogoli a un significato nascosto che rende questa espressione una delle mie preferite tra le intraducibili. Yoko meshi è infatti il termine con cui i giapponesi definiscono il disagio dell’esprimersi in una lingua straniera e lo stress provocato dal contatto con la stessa. La chiave di volta sta nell’“orizzontale”, riferimento umoristico al fatto che la lingua giapponese sia scritta verticalmente al contrario della maggior parte delle lingue straniere che vengono scritte e lette in orizzontale. Il pasto consumato in orizzontale è dunque la lingua straniera. Non è fantastico?

10. Aware あはれ: “???”
Su aware qualcuno ci ha scritto libri su libri. Non seguirò la stessa strada per svariate ragioni; vi basti sapere che non è altro che un’esclamazione per esprimere il proprio crogiolarsi nel sentimento del mono no aware.

Va bene, faccio uno sforzo e mi spiego meglio. Il mono no aware è un concetto che risale all’antichissima antichità e che riassume molto approssimativamente una sensibilità verso tutto ciò che è effimero, caduco, un’empatia verso tutto ciò che trasmette un senso di impermanenza – che ora c’è e tra poco chissà.
Il sole che tramontando forma una mezzaluna sopra il mare? “Aware!”
Una fogliolina che cade dal suo albero e volteggia molto poeticamente nell’aere? “Aware!”
Un riccio con un cappellino? “Aware!”

You’re welcome.

11. Koi no Yokan 恋いの予感: letteralmente “presagio di un amore”.
Lo so, sono stranamente romantica in questo undicesimo punto. In italiano abbiamo un’espressione simile, il “colpo di fulmine”, ma tra le due c’è una sostanziale differenza. Se due persone si incontrano e zac, si innamorano a prima vista – ecco il colpo di fulmine. Se due persone si incontrano e almeno uno dei due capisce che prima o poi nascerà un amore con l’altro, pur non provando sul momento nessuna attrazione particolare – ecco il koi no yokan. Non sono sicura che tutti provino questa sensazione nella vita, quindi immagino sia un pochino difficile da capire.
Rimane comunque un gran bel concetto.

E in italiano? Esisterà qualche parola intraducibile in tutte le altre lingue – o quasi? Se qualcuno di voi ne è al corrente, mi lasci un commentino qui sotto o sulla pagina facebook di Tokyo ist Krieg!
Buona settimana a tutti, e ganbatte!

59 thoughts on “Undici parole giapponesi intraducibili (ma che vorrei esistessero anche in italiano).

  1. Fantastico questo post!
    In italiano non so, ma in dialetto veneto abbiamo interessantissime parole intraducibili anche in italiano.
    Rumattego wo shitteru ka?

  2. Che le parole possano stanare anche le situazioni più awkward, incorniciare situazioni altrimenti prive di connotazione se non da un punto di vista soggettivissimo… non fa sentire un po’ accerchiati/al guinzaglio? Ehm. Mi arrendo: esiste di certo una parola giapponese per esprimere meglio il concetto… ;-)

  3. Complimenti! Interessantissimo blog e accattivante post. Io mi son sempre trovata in difficoltà a trovare il termine straniero corrispettivo di “magari” e “mica”

  4. Articolo molto ben curato e scelta di vocaboli notevole.
    Mi permetto di aggiungerne almeno due a questa lista. Uno è il tanto dibattuto 甘える. È un altro è il tanto comunemente usato quanto e assolutamente intraducibile お疲れ様です。
    Che ne pensate?

  5. ganbatte in realtà non la considero così intraducibile. potrebbe essere genericamente “auguri” che anche in italiano ha varie sfumature. mi fa più specie il kudasai che estremizzando potrebbe essere tradotto con “fammi l’onore di”. ganbatte kudasai. ti faccio un in bocca al lupo ma letteralmente ti sto dicendo che se tu ci metterai impegno io sarò onorato dalla cosa… contortino…

    • Mmmmh, non saprei, “Auguri” lo vedrei più connotato dalla (buona) sorte, mentre il “Ganbatte” non ha così a che fare col caso, è più un mettercela tutta e lavorare a un certo ritmo finché una cosa non si realizza. No?
      Concordo con il discorso su “kudasai” comunque!

      • è vero. è più “impègnati”. mi fa qs effetto: mi sembra di avere chiarissima in testa la traduzione e poi mi sfugge il termine esatto. dài ma in inglese c’è un concetto simile! aiutatemi!

  6. La parola merenda per i paesi anglosassoni.
    sarà che fanno colazione abbondante, ma non esiste una parola per la merenda (mentre dovrebbe esserci in francese)

  7. Bella lettura, sia per la forma, sia -soprattutto!- per il contenuto. Leggendo mi è venuta in mente l’espressione “Ishin-denshin” – non saprei come tradurla con efficacia in italiano, ma un po’ perché non so il giapponese, e un po’ perché nemmeno l’italiano non è che…

  8. alcune di queste sono fantastiche!! !!
    donna bella solo da dietro / senza faccia in inglese si dice butterface (come but her face, tranne la faccia). facciamo finta di vantare le donne più belle a tutto tondo del mondo allora!! ;)

  9. Pingback: L'angolo delle cavolate - Pagina 1700

  10. Questo articolo è meraviglioso! Avevo pensato anche io di scrivere qualcosa del genere, ma non sarebbe mai stato così completo e interessante.
    Concordo con chi ha scritto che ci manca anche お疲れ様でした, ma una delle mie preferite è l’onnipresente ちょっと.

    • Grazie mille!
      Guarda, ho ricevuto così tanti suggerimenti che penso scriverò una seconda parte a breve :) E sicuramente includerò ちょっと e お疲れさま che non possono mancare!

  11. Siiiiiiii la mitica otsukaresama! Il gusto giapponese di ringraziare per qualsiasi cosa, anche per essersi stancati! :P

    Ma c’è anche il concetto, piu che la parola, di mottainai!

    E il bellissimo OSU, dove lo mettiamo? ^_^

  12. Sono l’anonymous di prima (mi sono dimenticato di mettere il nome)
    Ci metterei comunque anche Itadakimasu, Si, è vero che si usa (e spesso viene tradotto come) genericamente come buon appetito, peccato che in realtà serva per ringraziare per un qualcosa che si sta ricevendo… (fra cui rientra quindi anche il cibo e quindi…. buon appetito! ^_^ e visto che è mezzogiorno e mezza, m’è venuta fame e vado a mangiare. Itadakimasu!)

  13. Solo non sono d’accordo sul punto 2. In realtà esiste ed è “negarsi” o “farsi negare” quando qualcuno risponde al telefono e ci dice “è XXX per te” e si da ordine di “digli che sono uscito”.

  14. Adoro questo articolo! E a parte l’amabilissima “ganbatte” non conoscevo nessuna delle altre. C’è poco da fare, il giapponese è splendido ♥

  15. Buonasera! Un articolo molto interessante, complimenti! Essendo io una persona simpatica come la sabbia nel costume da bagno al mare devo fare una piccola contestazione, abbiate pazienza… del resto si sa, a volte la vita va presa un po` cosi`, en passant oserei dire. Comunque, il Koi no Yokan (恋いの予感), il “presagio d`amore” che si avverte prima di incontrarsi. Ad esempio, ammettiamo che un mio amico che sta al di la` del Tevere, vicino ai giardini di Cesare, mi dica che vuole presentarmi una determinata signorina, che per comodita` chiameremo S.A.R. principessa Maria Beatrice di Savoia, e me ne parla decantandone la grazia, l`eleganza e l`alto lignaggio della sua famiglia. Ecco, in cotale situazione io stesso medesimo, pur non avendo mai incontrato la principessa di Savoia, potrei avvertire il “koi no yokan” e pensare che forse, quando la conoscero` di persona, mi innamorero` di lei. In pratica il koi no yokan, detto con il massimo rispetto, e` una roba un po` balorda, mettiamola cosi`.

    Poi, per quanto riguarda le parole intraducibili in italiano, una parola che quando trovo in un testo inizio a maledire la religio cadendo nel deprecabile vizio del piu` becero torpiloquio e` “ecco”. Non so nelle altre lingue, men che meno in English (let`s be franks, siamo franchi, I am not very brav in speaking the language of sir Paul), pero` in giapponese tradurre una frase banale come “ecco, e` arrivato Umberto Smaila” farebbe bestemmiare anche papa Francesco… Potrei dire “ほら、ウンベルト・スマイラが来たぞ!” pero` a mio avviso non rende bene l`idea, it doesn`t rend the idea in a good way.

  16. Fantastico! Mi piace soprattutto quella del mangiare orizzontale!
    Quanto all’italiano, direi che “paraculo” è intraducibile… vivo in Francia e sono due anni che cerco di far capire il concetto ad una mia collega

  17. Bellissimo post!! hai riassunto ciò che io penso del giapponese ^^
    La parola che trovo difficile da tradurre sarebbe ” yabai “… usatissimo dai giovani! la usano in tutti i contesti! ad esempio: un ragazzo carino? ” yabai ( con tanto di cuoricino ) ” puoi darmi qualche illuminazione?

    • Trovo やばい una parola comodissima!
      Mi piace un sacco perché può essere usata per esprimere sensazioni forti sia in positivo che in negativo, come il nostro “mostruoso” :D
      Ad esempio “Freddy Mercury aveva una voce mostruosa!”, contro il “Il film tratto da quel libro è stato reso in maniera mostruosa”. Insomma, anche noi usiamo una parola sola, ma si capisce se proviamo ammirazione o ribrezzo sia dal contesto che dal tono!
      Ed è un po’ come in Giappone usano “yabai”. Originariamente si usava per esprimere un senso di pericolo immediato, ma nello slang giovanile si è sviluppata in un modo tale che ora sta a significare… un po’ tutto.
      “それ、やばいよ!Sore, yabai yo!” può voler dire “Oddio, che figata!” come “Ma dai, è terribile”. In ogni caso, quando sei particolarmente colpito da qualcosa, “yabai” può sempre funzionare! ^_-

  18. Pingback: (IT) (JA) – Undici parole giapponesi intraducibili (ma che vorrei esistessero anche in italiano) | tokyoistkrieg | Glossarissimo!

  19. articolo davvero molto bello e interessante *_*
    per quanto riguarda il nostro corrispettivo all’italiana, pensavo a espressioni di rassegnazione come “vabbé”, anche se ogni lingua l’adatta in suo modo (mi viene in mente solo ora il “oh well…” degli inglesi, che grossomodo indica lo stesso).
    Sfortunatamente, data anche l’ora, non mi viene in mente altro xD

  20. Articolo stupendo , complimenti! (non ero a conoscenza della prima!), Mi permetto solo di consigliare l’aggiunta di parole come 遠慮の塊, ぶりっ子 e 盗撮. Consiglierei anche il classico ヒキコモリ a cui il The Guardian dedicò un articolo proprio sull’intraducibilitá dell’espressione

  21. Abbiamo la stessa sensei (quella che fu la tua prima) chissa’ se arrivero’ ad innamorarmi cosi’ tanto del giapponese come te , gia’ dopo otto ore di lezione comunque mi guardo Totoro in lingua originale e sbircio in blogs come il tuo…la differenza e’ che io lo faccio solo per curiosita’ perche’ il mio momento accademico e’ passato da un pezzo! E andava in tutt’altra direzione. Buon tutto

  22. Pingback: COME SEI SHONAGON* (SOLO UN PO’) | Hikari, shikataganai

  23. Pingback: Hikari, shikataganai

  24. In generale sono “intraducibili” parole o espressioni legate a un contesto storico, geografico o culturale specifico. Ad esempio, la varietà di salumi che abbiamo in Italia (salame, finocchiona, sanguinaccio, mortadella, bresaola prosciutto, coppa, strolghino, cacciatorino, speck…) è intraducibile per chiunque. Ho un amico inglese che dovendo tradurre il materiale di un salumificio è impazzito (loro hanno solo l’espressione “cured meat” e per gli specifici devono ricorrere al termine italiano). Ricordo che Mildred Larson nel suo “Meaning Based Translation” cita le difficoltà di tradurre alcuni passaggi del Vangelo in Inuit (ad esempio Agnello di Dio) perché alcuni animali (suini, ovini…) non esistono a certe latitudini.

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  26. Senza andare a cercare termini assurdi, avete mai provato a tradurre “Yoroshiku onegashimasu”? Oppure “o-sewa ni narimasu”? Oppure a rendere in italiano il finto dispiacere-ovvero puro vanto con cui i giapponesi dicono di essere chou-isogashii???
    D’altro canto provate a tradurre in ital

  27. “Cazzimma”: Parola presente solo nel dialetto Napoletano. Spiegarla è difficile a chi non la conosce, diciamo che è un misto tra cattiveria ed avarizia, il tutto fine a se stesso (senza una ragione particolare). Es. Volendo citare un noto comico napoletano: “Vuoi sapere cos’è la cazzimma!? Non te lo voglio dire! Questa è la cazzimma!”.

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