Misteri su misteri, o delle domande a cui il finale di Lost non ha saputo rispondermi.

Ebbene sì. Quasi tre anni dopo aver iniziato Lost, è arrivato il momento di affrontare la puntata finale.
È stato molto illuminante, ma non è ASSOLUTAMENTE possibile che dopo sei stagioni di misteri ancora non abbiano risposto ad alcune domande fondamentali che mi tormentano tuttora. Vediamone alcune.

Voi fan della serie ricorderete sicuramente la puntata speciale della prima stagione dove cinque dei protagonisti, tutti italiani, vanno a mangiare sukiyaki (categoria: roba che devi cucinarti da solo) in un ristorante vicino a Nakano Broadway. Per chi non ricordasse bene l’episodio, ve lo ricapitolo brevemente: i cinque, non essendo particolarmente affamati, ordinano un menù con porzioni di carni e verdure raccomandate per 3-4 persone. La cameriera li guarda perplessa, e come se stesse parlando con dei bambini dell’asilo chiede conferma dell’ordine ricevuto, non essendo sicura di aver capito bene. I protagonisti confermano. La cameriera annuncia che porteranno solo quattro porzioni di riso, perché il menù è pensato per massimo quattro persone. I protagonisti acconsentono, pensando che mal che vada il riso si può sempre dividere in modo da sfamare cinque bocche invece che solo quattro. Aspettano qualche minuto e quando l’ordine finalmente arriva, la cameriera con aria giuliva ricorda che “ご飯はお変わり自由ですね!Gohan wa okawari jiyuu desu ne!“. I sottotitoli recitano “il riso è gratis, quindi quando finite questa porzione potete ordinarne altro quante volte volete!” (lo so, i sottotitoli sono prolissi e di bassa qualità). I protagonisti sono perplessi, e non capiscono perché, se è vero che si possono ordinare quattro porzioni di riso anche per quindici volte, risulti così impossibile portarne cinque già all’inizio del pasto. In tutto il resto della serie non si fa più parola di questo episodio, che è destinato a rimanere uno dei più misteriosi misteri tra tutti quelli presenti nelle sei stagioni. Penso che c’entrino i famosi Numeri, ma non sono sicura. Avrei apprezzato almeno due parole a riguardo nella puntata finale, ma vabbè.

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La mia cena di pasqua, perché sì

Un’altro mistero che sicuramente non vi sarà sfuggito è quello dell’uomo della domenica mattina. So che sapete perfettamente di cosa sto parlando, ma per i soliti profani che si ostinano comunque a leggere il mio fan-blog, ecco i fatti. Nella 3×02, una delle protagoniste che per comodità chiameremo Anna deve andare a fare la spesa alle otto e mezza di una domenica mattina. Percorre le strade deserte che circondano casa sua, popolate ferialmente da bambini che vanno a scuola e vecchietti che discorrono allegramente del tempo, finché il suo occhio non si accorge di una presenza anomala, disturbante, che la porta immediatamente sull’attenti e pronta a colpire. Un uomo si erge in un anfratto della strada, appena fuori da un portone. Ha i pantaloni e le mutande calate e si gingilla senza vergogna, alle otto e mezza di una domenica mattina, fuori dal portone di un quartiere residenziale. Chi è quell’uomo? Di che organizzazione fa parte? Perché si masturba in pubblico? C’è qualche collegamento tra lui e l’uomo che alle due di notte va al supermercato e ne esce soltanto con due bottiglie di passata di pomodoro?
Anche a queste domande non ho trovato risposta.

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Altro cibo, perché come immaginerete non mi andava di mettere immagini a tema.

Proseguendo: nella quinta stagione, dove Anna trova un lavoro, ricorderete il seguente episodio. Sta scoccando il termine della prima settimana di lavoro, sono le nove meno cinque e Anna si prepara a staccare per tornare a casa e riposare un po’. C’è da chiudere i registratori di cassa, contare i soldi e con loro i buoni sconto, che vanno poi strappati da un lato. Una parte si butta e l’altra si conserva in una busta, così l’ultimo che torna a casa li conta ancora una volta tanto per stare sicuri. Siccome Anna lavora da un bel po’ ed è stanca, strappa i buoni e si prepara ad andarsene, quando nota che due suoi colleghi si stanno fermando un po’ troppo a lungo a osservare il suo operato. Terrorizzata pensa, “Oddio, stavolta cosa ho sbagliato?”.
Ebbene, aveva strappato i buoni non dalla parte con lo strappo facilitato, ma dall’altra. I colleghi si guardano e mormorano tra loro, perplessi e divertiti (troppo divertiti, quanto può essere divertente una cosa del genere? Le loro vite devono essere proprio noiose, ndA).
“Ma adesso cosa facciamo? È la prima volta che succede!”
“Non lo so, cosa potremmo fare?”
“Non ne ho proprio idea. Fammici pensare.”
Tre minuti dopo i due convengono che forse è opportuno riparare con lo scotch lo strappo sbagliato e ristrappare dalla parte giusta. Danno ad Anna il permesso di rincasare e si mettono lì, a scotchare i dieci buoni uno per uno, con una perizia che ha dell’incredibile.
Cosa significa questa scena? Perché i buoni non potevano essere strappati dal lato opposto? Qualcosa di terribile si sarebbe verificato se i più anziani ed esperti colleghi di Anna non fossero corsi ai ripari? Confesso che mi sarebbe piaciuto assistere a diversi sviluppi per questa storia, ma ancora una volta il finale di Lost non mi ha accontentata.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione, infine, alcuni fotogrammi che occasionalmente compaiono per tutta la durata della serie.

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Cos’è questo strano festival? Che cosa mi sta a significare? Come si collega a tutto il resto?

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Come ha fatto questa capra ad arrivare sull’isola? C’entra il progetto Dharma?

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E questi chi sono? Perché questi abiti sfarzosi?

E per finire: perché trovo una cosa perfettamente normale e discretamente sensata il comprare il ghiaccio al supermercato?

Lost, un finale aperto ci può anche stare, ma certe cose ce le dovevi spiegare.
Voto alla serie: 2/10

Scherzo. Ho amato Lost, anche se l’ho finito solo ieri – cioè con sei anni di ritardo. Se l’avete visto anche voi mi capirete, se non l’avete ancora visto o non l’avete ancora finito (papà, sto parlando con te) datevi una mossa così possiamo parlarne tutti assieme.
Chiedo scusa per gli intervalli dilatatissimi tra un post e l’altro. Nell’ultimo periodo esco di casa alle otto di mattina e ci rientro alle nove di sera, quindi capirete che non riesco a dedicare a Tokyo ist Krieg il tempo che vorrei. Portate pazienza e seguitemi anche sulla pagina Facebook, dove sono presente un po’ più spesso!

 

 

Perdere un iPhone a Tokyo, o di come sono finita a firmare un contratto biennale per comprarne un altro.

Partiamo dall’inizio, cioè da due domeniche fa.
Ero di ritorno dal Kanamara Matsuri, la cui fama lo precede, col mio iPhone 4 carico di speranze e fotografie goliardiche che non vedevo l’ora di mostrarvi. Ho cambiato tre linee metropolitane. La prima da Kawasaki Daishi a Shinagawa, linea Keikyu Kawasaki, treno rapido. La seconda da Shinagawa a Shinjuku, linea Yamanote. La terza da Shinjuku ad Asagaya, linea Chuo, treno locale.
Arrivata ad Asagaya, casa dolce casa, mi sono attardata a prendere un caffè freddo e un cornetto al cioccolato da St. Marc Café, che pioveva a dirotto e tirava un vento meschino e me li meritavo. Uscita da St. Marc Café ho fatto un salto da 7 Eleven, comprato del cibo probabilmente malsano e qualcosa da bere. Mi sono incamminata verso casa. Entrata nella mia stanza ho frugato nella solita tasca del solito zaino e mi sono accorta che “la solita cosa” che mi aspettavo di tirar fuori da lì faticava a farsi trovare. Ho guardato meglio. Ho guardato nell’altra tasca. Ho guardato ancor meglio. Ho controllato quindici volte. Nella mia borsa non c’era nessun iPhone. La cosa pazzesca è che dall’ultima volta che avevo preso in mano il telefono, facendo un rapido calcolo, era passata almeno un’ora e mezza. Al giorno d’oggi esistono ancora persone che per così tanto tempo riescono a stare senza controllare Facebook, senza scattare una foto a una lattina abbandonata per strada, senza farsi un selfie, senza mandare un messaggio a qualcuno? A quanto pare sì. Non pensavo di rientrare in questa peculiarissima categoria di persone. A quanto pare sì.

Come fate a stare senza fotografare lattine abbandonate per più di un'ora e mezza? Non lo so.

Come fate a stare senza fotografare lattine abbandonate per più di un’ora e mezza? Non lo so.

Non avevo mai perso nulla di così importante nemmeno in Italia, quindi mi sono ritrovata abbastanza confusa. Cosa si fa in questi casi? Con chi devo parlare? A chi devo chiedere? Il mio telefono mi tornerà mai indietro o l’ho perso per sempre? Come farò a postare le foto del Kanamara Matsuri sulla mia pagina di Facebook e farvi morire d’invidia?

Ho convenuto abbastanza rapidamente con me stessa che la cosa migliore da fare era interpellare il magico e onnisciente mondo di internet, che sicuramente avrebbe saputo aiutarmi. Viene fuori che esiste una app per rintracciare tutti i propri dispositivi Apple purché siano ancora accesi e purché abbiano questa app installata e/o siano registrati su iCloud. Beh, indovinate cosa: non avevo idea che una cosa simile esistesse e non mi ero nemmeno mai posta il problema, quindi figurarsi se uno qualsiasi dei miei dispositivi Apple avrebbe potuto rintracciare il mio povero disperso telefono. Ci ho provato comunque eh, che non si sa mai, ma il miracolo che mi aspettavo non è avvenuto.

Mentre succedevano tutte le cose elencate nell’ultimo paragrafo, il mio compagno di viaggio M. ha insistito per tutto il tempo col fatto che forse sarei dovuta andare al koban 交番 (leggi: chioschetto della polizia) più vicino a fare denuncia. Da cocciuta testarda come sono è trascorsa un’ora buona prima che mi decidessi a dargli retta, ad alzare il culo dal letto e ad andare una volta per tutte dalla polizia per avere almeno una speranza che il telefono perduto mi ritornasse indietro.

Arrivata nel baracchino della polizia, due metri di lunghezza per tre di larghezza, ho compilato un modulo dove segnavo di preciso cosa ho perso, dove l’avevo perso, a che ora e le particolarità dell’oggetto in questione. Fortunatamente si parla di un iPhone 4, modello che in Giappone è talmente superato che probabilmente a Tokyo lo avranno conservato come reperto archeologico appena cinque o sei persone. Ho lasciato un recapito e il poliziotto mi ha lasciato una promessa: “ti chiameremo se qualcuno di animo gentile ci riporterà il tuo telefono da pezzenti” (non ha detto esattamente così, ma l’ho letto tra le righe).

Dei ciliegi, per gradire.

Dei ciliegi, per gradire.

Ho aspettato tutta la sera, ma non mi è arrivata nessuna telefonata. Il giorno dopo nemmeno. Verso le otto di sera sono uscita per andare a bere una cosa in questa izakaya 居酒屋 (leggi: locale zozzo dove si beve e si mangia a prezzi ragionevoli) a Koenji, e quando ne sono uscita controllando per caso il telefono ho trovato una chiamata persa. “BENE”, ho pensato, “BENE, erano solo 35 ore che aspettavo questa chiamata stando ossessivamente attaccata a questo catorcio di telefono pre-pagato, lo perdo d’occhio un attimo ed ecco, non poteva andare diversamente”. Ho richiamato. Ha risposto una donna. Da qui in poi io assumerò l’iniziale T (di TokyoistKrieg e di Tapina), mentre la donna si prenderà la O (di Operatrice e di Ottusa).

O: “Pronto, risponde un ufficio a caso di Suginami, chi parla?”
T: “Salve mi chiamo TokyoistKrieg, ho visto che avete chiamato da questo numero poco fa…”
O: “Aspetti che controllo. (…)”
T: “Potrebbe essere per il telefono che ho perso ieri pomeriggio?”
O: “Ah, sì, ecco! Era un iPhone 4, giusto? Non è che potrebbe ripetermi anche le altre specifiche?”
T: (visibilmente e udibilmente emozionata perché sente di stare per riabbracciare il suo telefono smarrito) “Sì, dunque, ha una cover rossa e un adesivo sul pulsante home.”
O: “La sim al suo interno è della Au?”
T: “No, è una prepagata per il traffico dati B-Mobile”.
O: “Ho capito. Attenda solo un attimo.”

…per svariati minuti diverse musichette (di cui ricordo solo Per Elisa) si alternano in linea lasciandomi appesa come una carpa koi ad una lenza. Poi, quando meno me l’aspetto, una voce maschile ansimante e strascicata inizia ad attacarrmi come se stesse rantolando i suoi ultimi respiri. Questo nuovo personaggio si chiamerà N (di Nuovo Personaggio e di Nonstocapendonulladiquellochemistaidicendo).

N: “Pronto, scusi se l’ho fatta aspettare.”
T: “Non c’è problema.”
N: “Allora, lei ha perso un telefono? Mi può dire le sue caratteristiche?”
T: “Sì, allora. Aveva una cover rossa, un adesivo sul pulsante home…”
N: “Il pulsante home?”
T: “Sì, quello subito sotto lo schermo, al centro. Ha un adesivo rosso sopra.”
N: “Guardi, abbiamo trovato un telefono che risponde a questa descrizione. Mi fornisce gentilmente il codice per sbloccarlo così confermiamo che è proprio il suo?”
T: (a questo punto mi sentivo così vicina alla meta, ma così vicina…) “Sì, il codice è 1234”.
N: “1234? Ho capito, attenda un attimo.”

…per ulteriori svariati minuti ulteriori diverse musichette si alternano in linea lasciandomi appesa come un kakemono in una sala da tè.

N: “Pronto, guardi che il codice non corrisponde. Mi riconferma che è 1234?”
T: “Sì, confermo. 1234.”
N: “Il codice è errato, il telefono non si sblocca.”
T: “Chiedo scusa ma sarebbe possibile venire direttamente lì a controllare di persona se il telefono è mio?”
N: Sore wa chotto… それはちょっと…”
T: “Mi scusi, ma mi conferma che stiamo parlando di un iPhone 4 con la cover rossa e un adesivo rosso sul pulsante home?”
N: “No, qui non c’è nessun adesivo. Ma nel telefono c’è una sim card di Au?”
T: “No, come dicevo prima alla sua collega all’interno c’è una prepagata per il traffico dati B-Mobile”.
N: “Ah no, allora non può proprio essere. Qui c’è dentro una sim Au.” *click*

E riattacca, lo stronzo.
E non ho nemmeno il tempo di riprendermi da questo essere presa a cornettate virtuali in faccia che mi arriva un sms, il quale mi avverte con un tempismo pressoché perfetto che il mio credito residuo è inferiore ai 300 yen. Nell’ultima telefonata ho speso qualcosa come dieci euro, insomma. Per niente.

Perse quasi le speranze di ritrovare il mio telefono, ho deciso di sottoscrivere un abbonamento biennale con Softbank, uno dei maggiori operatori telefonici giapponesi, per un iPhone 5s. Perdonate il mio essere posh, ma come ho detto il 4 è ormai superato e qui ti vendono solo l’ultimo modello.

Qualche giorno dopo mi sono dunque recata nel negozio Softbank di Roppongi dove sono stata accolta da una commessa dolcissima e gentilissima che dopo avermi offerto da bere si è presa cura di me come se fossi una sua amica di lunga data. Grazie, N-san, non ti dimenticherò mai. Non ve la faccio troppo lunga, ma conclusa la transazione sono tornata a casa con:
1. Una borsa porta-bento esclusivissima griffata Softbank Roppingi.
2. Una confezione di condimento per il riso.
3. Una bilancia pesa-persone super-tecnologica che calcola tutto quello che può calcolare, e che ti parla pure. Giuro, la cosa difficile è farla stare zitta.
4. Un braccialetto fitness non meglio classificato, anche questo super-tecnologico, anche questo che calcola tutto quello che può calcolare (a partire dalle ore di sonno, passando per le volte in cui ti svegli di notte e arrivando alle calorie bruciate). Non l’ho mai usato e non lo userò mai.
5. Fortunatamente, un iPhone 5.

Io volevo solo un telefono...

Io volevo solo un telefono…

Soddisfatta tutto sommato del mio nuovo reattore a propulsione dalle sembianze di uno smartphone, la mia vita è proseguita spensierata per un altro paio di giorni. Avevo quasi dimenticato il mio precedente iPhone 4 (lo so, l’ho superata abbastanza in fretta), quando a uno dei miei compagni italiani – quello che mi aveva attivato la famosa sim B-Mobile – arriva una misteriosa telefonata dalla suddetta compagnia telefonica. Dopo un tira e molla durato diversi giorni in cui la B-Mobile provava a contattare il mio amico e non riusciva a raggiungerlo e viceversa, abbiamo finalmente capito che il mio telefono è stato ritrovato da qualche parte del Giappone. Gioia e giubilo!

Ho richiamato personalmente il koban in cui pareva fosse depositato il mio telefono, ma disgraziatamente era sabato e loro “non si occupano di lost&found durante i weekend”. Ma tranquilli, prendetevela pure comoda.
Ho richiamato lunedì.
Mi hanno confermato che il telefono lo avevano loro.
Sono corsa a Mitaka, a due fermate di distanza da casa mia, trepidante nell’attesa di riaverlo nuovamente tra le mie braccia.
Ho esibito un paio di documenti d’identità.
Il telefono mi è stato restituito.

Avevo sentito più volte parlare dell’efficienza del sistema lost&found giapponese, ma fino a questo momento non riuscivo a credere al fatto che perdendo qualcosa di valore in giro per Tokyo qualcuno avrebbe preso quel qualcosa e l’avrebbe riportato alla polizia.
Ho perso un iPhone a Tokyo e l’ho ritrovato in una settimana. La vita è bella.

Bentornato iPhone 4, ti voglio bene anche se adesso ho un telefono migliore di te.

Bentornato iPhone 4, ti voglio bene anche se adesso ho un telefono migliore di te.

Tutto è bene quel che finisce bene, amici.
Vi chiedo scusa per l’enorme ritardo di quest’ultimo post, spero di tornare presto a essere attiva e reattiva!
Buona settimana a tutti.

Tornare a casa.

So che nel post precedente mi sono autodefinita “apolide”, ma mi è successa una cosa strana il giorno in cui sono tornata a Tokyo. Cominciamo dal principio.

Innanzitutto vi comunico che
1. Sono arrivata a Tokyo sana e salva e
2. Sto scrivendo questo post da una caffetteria di Asagaya e questo mi da una gioia che non potete immaginare. Il sentimento di anticipation che ho covato nei confronti di un’azione così semplice mi ha corrosa per così tanto tempo che ora non mi sembra vero di potermi sedere con calma, sola, ordinare un ice-coffee come Dio comanda, aprire il computer e se necessario passare un intero pomeriggio a scrivere e guardare la gente e bere caffè e scrivere ancora e bere sempre più caffè e lamentarmi se la notte non dormo. Può non sembrare nulla di speciale, ma vi assicuro che per la sottoscritta (fanatica della felicità convulsa scatenata dalla piccole cose) lo è. やってみればわかる.

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Sono partita da Venezia il 21 marzo: pochi giorni che sembrano tuttavia anni e anni, complice l’assenza di sonno che mi ha portata a vivere giornate lunghissime e intensissime di 30 ore ciascuna. Sono partita da Venezia e nel momento in cui sono salita sul primo aereo, quello che mi avrebbe scaricata a Dubai, ancora non mi rendevo pienamente conto di dove ero diretta, del perché fossi lì e così via. Non so spiegare a parole quella sensazione: mi sembrava di partire seguendo le istruzioni di una persona che non ero io, di una seconda me che aveva stabilito molto tempo prima che quella cosa andava fatta, punto.
Sono salita sul primo aereo e mi sono accorta che Emirates è la compagnia definitiva. Non ne ho sperimentate molte, sicuramente meno di una decina, ma a partire dai posti che ho trovato leggermente più larghi e leggermente più comodi rispetto alle altre compagnie e arrivando fino al cibo, tutto era migliore. Magari è solo autosuggestione; magari il volo dell’anno scorso con Alitalia mi era sembrato brutto e scomodo perché ero sola e impaurita. Quest’anno, anche complice la presenza di persone per me importanti, le prime sei ore sono sembrate tre.

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Era la prima volta che su un aereo mi davano un menù, e mi sono emozionata.

Dopo uno scalo a Dubai, una puntata al Duty Free, il tentativo di dormicchiare un po’ che non ha per nulla funzionato, dopo due ore e mezza che sono sembrate un’eternità, sono salita sul secondo volo. Nove ore (che sono sembrate meno, comunque) in cui non ho chiuso occhio, allungando la giornata partita alle otto di un venerdì mattina italiano fino alle sei e mezza un sabato sera giapponese. Facendo due calcoli, la mia giornata è di fatto durata una trentina di ore e una volta scesa dall’aereo e superati i controlli non mi rendevo ancora conto né di dove ero, né di che giorno o che ora fosse, né di cosa stesse succedendo attorno a me.
La coscienza che il viaggio fosse finito non si è presentata neanche di striscio. Avevo ancora tanta strada da percorrere e sarei dovuta arrivare all’appartamento di due amici italiani che mi avrebbero ospitata per la notte. Appartamento che, guarda caso, si trova nell’edificio immediatamente accanto alla mia ex-casa, quella dove io e L. lo scorso anno abbiamo trascorso sei mesi di profondo disagio e soddisfazioni e difficoltà e ricordi felici.

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Negli aerei Emirates si spengono le luci e si può ammirare il cielo stellato. Ditemi se è poco.

Sono salita sullo Skyliner, linea metropolitana che porta dall’aeroporto di Narita fino a Nippori, e che sembrava un’ottima alternativa economica al N’EX (Narita Express). Sbagliato. La differenza di prezzo è di una quindicina di euro, ma il percorso è infinito e dopo più di un’ora dalla partenza stavo ancora aspettando di raggiungere Nippori – tutt’altro che la mia tappa finale, oltretutto. Da Nippori ho affrontato la come sempre invivibile Yamanote che in una ventina di minuti mi ha portata fino a Shinjuku.
Ed è qui cheè avvenuta l’epifania.
Erano ormai le otto e mezza di sera, e mano a mano che il treno si avvicinava alle forme familiari del quartiere della notte per eccellenza, le luci, i colori e le forme che da sei mesi non vedevo mi si sono parate davanti violente causandomi un mezzo crollo emotivo misto a eccitazione misto a commozione che si è in fondo palesato ai miei due compagni di viaggio semplicemente come una me dagli occhi lucidi che mormora a bassa voce una singola frase: “Sono a casa”. Non so perché proprio Shinjuku. Sì, è un quartiere che adoro e che collego a un sacco di ricordi, ma non è IL quartiere. Fattosta che in quel momento di cruda realizzazione ho dimenticato (per cinque minuti) la stanchezza e sono stata felice di ritrovarmi lì. Sono scesa dal treno e ho ripercorso la parte della stazione di Shinjuku che mi avrebbe riportato alla linea Marunouchi, quella che l’anno scorso prendevo tutti i giorni per andare e tornare da scuola – e per andare e tornare da ovunque, a dirla tutta. A mano a mano che le stazioni si susseguivano una dopo l’altra le ripercorrevo mentalmente: Nishi Shinjuku. Nakano Sakaue. Shin Nakano. Le porte si apriranno dal lato sinistro.
Stremata dalla stanchezza e fisicamente provata dal trasporto di una valigia troppo grande che pesava la metà di me sono emersa dal sottosuolo e ho tirato un sospiro di sollievo. È proprio tutto come quando sei mesi fa ci siamo lasciate, Shin Nakano. (E sticazzi, direte voi, cosa vuoi che succeda in sei mesi?). L’unica differenza è il nuovo Pachinko tra la prima e la seconda entrata della stazione: così grande, sfarzoso e colorato che per una frazione di secondo mi sono chiesta se mi trovavo sulla strada giusta.
A un certo punto ho svoltato a sinistra, ed ecco la via dove abitavamo io e L. La luce della sua stanza è accesa, sul mio balcone sono stesi dei vestiti ad asciugare. Ho provato rabbia perché la vita di quel piccolo, insignificante appartamento va avanti anche senza di noi.

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Ogni viaggio comincia con una realizzazione di qualche tipo: c’è chi realizza che saranno giorni, settimane o mesi duri; c’è chi realizza che da quel viaggio non tornerà mai più del tutto. Io ho realizzato che la città di Tokyo è la cosa più vicina a casa che abbia mai trovato nei miei viaggi attorno al mondo. E sono felice di essere qui.

Una vita in 30kg, o di come preparare una valigia senza troppi sbatti.

Come forse tutti sapranno (e se non lo sapete, sappiatelo), Tokyo ist Krieg se ne ritorna a Tokyo a partire dal 21 marzo. E non ci rimarrà cinque miseri mesi come lo scorso anno. Se ne andrà per restarci.
Sono nel pieno della quarta fase, quella della negoziazione della partenza, e questo significa solo una cosa: è arrivato il momento di preparare la valigia. Meglio prendersi con un po’ d’anticipo, questa volta. Se l’anno scorso mi apprestavo a partire con Alitalia e la sua modesta franchigia da 23kg, quest’anno Emirates mi permetterà di dare il meglio di me e di mettermi alla prova cercando di inserire nella mia Valigia Ottanio i 30kg più significativi della mia vita da continua esule.
È dalla fine del liceo che, per un motivo o per l’altro, viaggio. Non penso di avere una vita particolarmente movimentata, ma lo spostamento fuori sede causa università e il conseguente trasferimento a Tokyo per gli ultimi cinque mesi del terzo anno (nonché la conversazione provvidenziale con un’amica, M.) mi hanno fatto capire che per noi orientalisti è indispensabile una mentalità essenzialmente apolide. Trovo che l’allungarsi innaturalmente verso il cosmopolitismo sia un’azione inutilmente faticosa e sopravvalutata. Io non mi sento cittadina del mondo, anzi. Non mi sento cittadina di nessun luogo e questo mi rende libera e svolazzante come una falena felice (e sì, dai, ci siete arrivati da soli, i vari angoli del mondo sono i miei lampioni).

Dicevamo, mi ritrovo ora nella condizione di dover selezionare i 30kg più importanti della mia vita per poi portarli con me dall’altra parte del mondo. Sarà necessaria una dose non indifferente di tenacia e abilità nella gestione degli spazi, perché l’anno scorso di chili me ne sono portata molti di meno e comunque mi sono dovuta sedere sulla valigia per riuscire a chiuderla.

Prima di mettersi nell’ordine di idee che è ora di alzare il culo e iniziare a impacchettare roba è bene assicurarsi di:
1. Essere rilassati e non avere altri pensieri. E questo implica il prendersi con un po’ di anticipo (nel mio caso una settimana, più o meno), per aver tempo di rimediare a eventuali mancanze e di disfare e ricostruire il vostro capolavoro tante volte quante la bilancia ve ne ordinerà.
2. Non farsi prendere dal panico: se dimenticate qualcosa c’è una buona probabilità che la vendano anche nel posto dove state andando. Corollario: ricordatevi che comprare passaporti o altri documenti d’identità nel paese di destinazione è illegale e perseguibile dalla legge. Cercate almeno di ricordarvi i vostri documenti, su.
3. Aprite la valigia, spalmatela sul pavimento della vostra stanza e chiudetevici dentro. No, non nella valigia. Nella stanza. Imponetevi di non uscirne finché non avrete completato almeno il primo ciclo di riempimento. Per aiutarvi nello scopo mettete della musica convincente e portatevi cibo e acqua.

La chiave per una valigia perfetta è il suo scheletro: non parlo solo dello scheletro fisico della valigia vera e propria, quello che eviterà che alla prima caduta da due metri d’altezza (solo Dio sa che cosa combinano oltre il buco nero alla fine dei rulli del check in) il vostro bagaglio ESPLODA, seminando tutto il contenuto sulle valigie degli altri ignari passeggeri. Sto parlando della gloriosa, indispensabile lista – la prima cosa a cui dovreste pensare nel momento in cui prenotate il vostro biglietto aereo.
Ho ancora salvata nel computer quella che avevo scritto l’anno scorso (e magicamente ero riuscita a non dimenticare nulla che fosse di vitale importanza), ma quest’anno ho deciso di riprovarci andando per categorie o campi semantici, nell’ordine in cui ve li descriverò qui sotto.
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Tutto comincia così.

La prima cosa in assoluto che mi viene in mente se penso a un bagaglio è l’elettronica.
I preziosi attrezzi elettronici di cui sono avida non possono mancare – pena il rimorso eterno. Ho diviso questa prima categoria in due sottocategorie:
a. cose che mi permettono di stare in contatto col mondo: il computer, con cui scriverò articoli noiosi nelle caffetterie, telefonerò ai miei, aggiornerò il blog, perderò ore su Facebook invece di uscire e farmi una vita. Il telefono, con la sim che mi servirà solo per (spero) le prime ore: quando mi stabilizzerò un attimo mi comprerò una sim dati da poter usare fuori casa; l’anno scorso non ne avevo una e vi assicuro che per noi ormai abituati a tutte le comodità dello smartphone uscire a fare due passi coscienti di non avere con sé internet è un vero e proprio incubo.
b. cose che mi permettono di stare in contatto con me stessa: il Nintendo 3DS che ha il blocco regionale e che quindi non posso utilizzare con i giochi giapponesi – quindi verranno con me anche Pokemon X, Fire Emblem Awakening, il Professor Layton e l’Eredità degli Aslant, eccetera eccetera. Verrà con me la PSP che invece non ha il blocco regionale, con FF Tactics e magari Monster Hunter. Il Kindle, che devo riempire di roba (ogni volta mi riprometto che in aereo leggerò un po’, mentre finisco sempre per trascorrere l’intero viaggio tentando di dormire con scarso successo). La fotocamera, con due obiettivi per sopperire a ogni necessità. L’iPod, indispensabile.

Seconda categoria: cose che mi permettono di urlare al mondo che sì, sono italiana.
Una moka, un pacchetto di caffè buono e ODDIO NON DIMENTICATELO MAI, l’adattatore per il gas (quello di metallo a croce per intenderci, ha un nome proprio? Non lo so). L’anno scorso me l’ero dimenticata e ho dovuto cercarlo non poco, trovandolo poi in un negozio specializzato in roba pretenziosa da cucina e pagandolo sui 15 euro (1,30€, nel negozio giù in città a Trento). Magari del peperoncino. Magari un barattolo di Nutella (per stare lontana dal Food Show quanto più possibile, si sa che poi va a finire malissimo).

Cose che mi permetteranno di studiare un po’ di giapponese.
Un sacco di libri che avevo comperato l’anno scorso e riportato in Italia. Libri preparatori per il JLPT N1 (che non ho passato a dicembre per una manciata di punti, sciocca me procrastinatrice), i miei amatissimi libri di grammatica giapponese Makino-Tsutsui, tre libri di Murakami Ryuu letti a metà e lasciati da parte per troppo tempo (vi ricordate la parola tsundoku?). Oh e il dizionario elettronico, che altrimenti non riesco nemmeno ad andare a fare la spesa. Compro raramente cose che non so cosa siano, e dato che al secondo anno abbiamo saltato a pié pari l’unità didattica sulla cucina e sul cibo non ho nemmeno idea di come si dica “spinacio”, per dire.
...merda.

…merda.

Cose che mi permetteranno di mantenere un certo decoro.
Vestiti: non troppi, perché Tokyo è la mecca dell’abbigliamento e so che per quante cose mi porti dietro poi finirei per rivendere tutto in qualche MODE OFF, come l’anno scorso. Era agosto e non mi entrava più nulla in valigia, quindi ho rivenduto circa una ventina di capi d’abbigliamento tra abiti, scarpe, magliette eccetera. Ci ho ricavato ben 440yen, tre euro e mezzo. Ci ho comprato una bandana blu (e guadagnato indescrivibilmente in peso).
Ricordarsi di non dimenticare un completo da colloquio di lavoro. Rigorosamente giacca e pantalone neri E camicia bianca OPPURE tailleur nero E camicia bianca. Provo il mio nuovo completo nel camerino del negozio e mi sento incredibilmente vecchia e incredibilmente stanca.
Scarpe: sicuramente le mie Doc Martens. Un paio di ballerine. Le Lita per trovare sempre un momento di disagio: già sono alta per gli standard giapponesi, poi quando con queste scarpe arrivo a più di 170cm posso guardare il mondo dall’alto tipo Torre Eiffel, ed ergermi sopra la folla e sopra le ascelle nella metropolitana. Non male.
Cosmetici. Promemoria per me stessa: comprare due mascara uguali a quello che ho ora, perché quelli giapponesi sono per chi non ha le ciglia e quindi non vanno una bega.
Uno specchietto.
La pinzetta per le sopracciglia.
L’epilatore della Sunsilk.
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Cose belle che come tutte le cose belle prima o poi finiscono.
Gli assorbenti, di cui ho parlato sufficientemente nello scorso articolo.
Tinte per capelli, che a Tokyo non ne ho mai trovate come piacevano a me.

Cose che mi permetteranno di rimanere viva.
Medicinali. Una borsa piena zeppa di medicinali.
L’adattatore della corrente. Mi permetterà di rimanere viva, sì, riuscite a immaginare arrivare lì, appoggiare il culo sul letto e rendersi conto di non avere dove collegare i propri attrezzi elettronici? Oh, the horror.

Cose che troverò sicuramente il modo di utilizzare.
Degli asciugamani e delle lenzuola (metti che l’industria giapponese che produce l’uno e l’altro prodotto collassi improvvisamente ed entrambe le cose diventino irreperibili, sinceramente non mi va di essere costretta a girare il mercato nero degli asciugamani – dev’essere un posto terribile, pieno di tipi poco raccomandabili).
Un membro quasiasi del mio esercito di alpaca. Sicuramente spenderò il mio primo stipendio in ufo-catcher, ma fino a quel momento ho bisogno della compagnia e della saggezza di uno dei capostipiti del mio fidato Consiglio di Alpaca.
No, generale, tu non puoi venire con me ):

No, generale, tu non puoi venire con me ):

Oh, dimenticavo: cose che mi permetteranno di entrare in Giappone.
Il passaporto (valido), il visto (da un anno e tre mesi, per intanto), soldi. Il biglietto aereo. Il permesso di lavorare part-time (okay posso entrare in Giappone anche senza, ma se non trovo un lavoro non so quanto posso rimanerci).

Ecco, bene o male questa è la versione 2014 della Lista. Vi lascio con un po’ di dati sparsi:
Oggi è lunedì 17 marzo.
La mia valigia si è chiusa per la prima volta ieri, domenica 16 marzo, alle 13:55.
Peso corrente della valigia: 26kg.
Chili che ho dovuto schiacciare sulla valigia per riuscire ad allacciare le cerniere: 70 (grazie, M.)
Tempo trascorso a fissare la valigia vuota con sguardo vacuo, non sapendo da dove iniziare: tra le 3 e le 5 ore.
Volte che riaprirò la valigia da qui a venerdì: tra le 10 e le 15.
Elementi della lista dello scorso anno che ho dimenticato di inserire in valigia: tra i 10 e i 15.
Vestiti che dovrò togliere dalla valigia per farci stare il resto: troppi.
Libri che toglierò dalla valigia per farci stare il resto: neanche mezzo, bitches.
Cose che sono disposta a sacrificare per far spazio a qualcosa di più utile: essenzialmente, la mia salute mentale.

E voi, qual è stata la valigia più complicata che vi siete mai trovati a preparare?
Fatemelo sapere in un commento o sulla pagina facebook di Tokyo ist Krieg!
Buona settimana a tutti e alla prossima (che sarà da Tokyo)!

Referrers ist Krieg, o di quello che porta qui i lettori (s01e02).

Avevo scritto dei miei primi referrers qui; il blog era ancora all’inizio (e lo è anche ora, ma un po’ meno) e il numero di persone che veniva trascinata qui da varie ricerche su Google  era abbastanza esiguo. Ora le cose sono un po’ cambiate: ogni giorno la sezione “termini ricercati nei motori di ricerca” si riempie di nuove ed esilaranti domande dirette, accozzaglie di parole a caso, ma anche -perché no, spunti di riflessione e cose a cui mi va realmente di rispondere. Procediamo dunque con (dis)ordine.

Prima categoria: cose sensate a cui rispondo volentieri.

“Ultima corsa metro a Tokyo.”
Troppo presto. Al massimo poco prima dell’una. So che c’era stata una petizione affinché tra Shibuya e Roppongi fosse istituita una nuova linea (non ricordo se metropolitana o di autobus) che continuasse a funzionare tutta la notte, per assicurare la migrazione dei festaioli da un quartiere all’altro, ma alla fine penso che non se ne sia fatto più nulla. Peccato. Tra Roppongi e casa mia ci stavano “solo” 35 euro di taxi – fortuna che ho dovuto prenderlo una sola volta.
Antropologicamente parlando, vi consiglio di prendere l’ultima corsa almeno una volta nella vita. Se riuscirete a muovere la testa mentre ve ne state schiacciati tra centinaia di completi neri puzzolenti, se riuscirete a stare in piedi pur essendo bersagliati da pestilenziali aliti alcolici da ogni lato – allora avrete una panoramica stupenda e affascinantissima del popolo giapponese after midnight.
Stesso discorso vale per la prima metro del giorno, che solitamente sarà molto meno affollata ma comunque ricca di casi umani.

“Cibo italiano che manca all’estero.”
Non lo so, credo che la cucina della mamma sia sempre la cosa che manca di più. Se vi trovate a Tokyo e vi viene voglia di cibo italiano potreste provare a fare un salto nel magico, indescrivibile, gargantuesco e megacostoso Foodshow collocato nel basement floor di Tokyuu, centro commerciale all’interno della stazione di Shibuya. Ho speso almeno un paio di centinaia di euro nel corso del mio soggiorno per Nutella, ancora Nutella, PIÙ NUTELLA, tacos, salsa piccante di Uncle Ben, biscottini, pastasciutta, pesto, passata di pomodoro eccetera eccetera. E io adoro il cibo giapponese. E la pasta a casa nemmeno la mangio.
Mi dicono inoltre dalla regia che se volete la Nutella potete trovarla anche a Shinjuku, in un negozio chiamato Seijo Ishii che si trova all’interno di Lumine 1 (uno dei millantasodici department store del quartiere, buona fortuna).

Bentornata a casa, Anna!

Picture repost #1: Bentornata a casa, Anna!

“Assorbenti giapponesi.”
Ricordo la prima volta che io e L. abbiamo avuto la necessità di procurarci degli assorbenti giapponesi. Avevamo dietro abbondanti scorte di Lines, ma si sa, tutte le cose belle prima o poi finiscono. Pensando “vabbè, in fondo quanto potrà essere difficile?” ci siamo recate nel negozio/profumeria accanto a casa (Ippondo, per la cronaca, un nome e una garanzia) e ci siamo messe a cercare. Cosmetici, prodotti per capelli, deodoranti, spazzolini, pannolini (“ecco, lo sento, ci stiamo avvicinando!”) e, finalmente, il reparto che ci serviva.
È stato proprio come la prima volta che siamo andate a comperare il latte: due povere straniere circondate da milioni di confezioni colorate, una scelta enorme – ma allo stesso tempo niente che ci ispirasse particolare fiducia. E poi non c’erano le gocce che indicavano la potenza dell’assorbente, cioè, come avremmo potuto deciderci? Ci siamo accorte però che sulla confezione c’era indicata la lunghezza: 18cm, 21cm, 23.5cm, 25cm… Ed eccoci lì, come due perfette idiote, a simulare con le mani misure a caso (“no no aspetta, la mia spanna è di 15cm quindi…” “ma scusa, come sai la misura della tua spanna?” “eh oh me la sarò misurata, dai, fidati e zitta”).
Ci abbiamo provato a fare le cose con criterio, lo giuro. Siamo tornate a casa con un pacco per sorte, per un totale di circa cinque pacchi, cercando di convincerci che “sì, la prossima volta andrà meglio”.
Forse non volevate nemmeno saperla questa storia.
Forse volevate solo capire che assorbenti comperare in Giappone.
Vabbè, noi andavamo sui Megami (che significa “Dea”, cioè, come non sceglierli?).
O sennò i Laurier Speed+ (complimenti a chi ha scelto il nome), che sono comodi perché hanno i colori come i nostri della Lines.

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Picture repost #2: gli assorbenti del destino.

“All’estero da sola, mi mancano gli abbracci.”
Ti capisco, ti abbraccio virtualmente da qui.

“Bar host per donne Tokyo/ Donne che vanno a pagamento di uomini a Tokyo”.
L’argomento è così vasto che non sarebbe possibile esaurirlo in un articolo del genere – da qualche tempo pensavo di scrivere qualcosa sull’industra dell’amore giapponese, quindi sfrutterò l’occasione per parlare anche di questo!

“Le ragazze giapponesi e l’alcool”.
Le ragazze giapponesi tendenzialmente non reggono molto l’alcol. Anche i ragazzi non scherzano. E vi giuro che non mi sto inventando tutto, anche fonti ufficiali e serie del calibro di Focus (hahaha) potranno confermarvi la stessa cosa. Tornando alle ragazze giapponesi e al loro rapporto con l’alcol, ho recentemente letto un articolo alquanto sconcertante a proposito, e pare che il numero delle alcoliste tra i venti e i trent’anni sia ultimamente aumentato. Mi viene da domandarmi se le soglie dell’alcolismo nella terra del Sol Levante siano le stesse nostre o se siano direttamente proporzionali a quanto loro reggono effettivamente – no, perché me lo vedo il povero alcolista giapponese svenuto sul suo pavimento di tatami dopo un’overdose di Mon Cherì che qualcuno gli ha spedito per Natale dall’Italia (come al solito su Tokyo ist Krieg, ogni riferimento è puramente casuale). Lo so, l’alcolismo è una cosa seria. Ora la pianto.

“Giappone nuovo gyaru”.
Oh, io amo il nuovo gyaru/ neo gal. Sono troppo vecchia per queste cose e sono decisamente vecchia per il gyaru vecchio (quello di cui vi parlavo qui), ma quello nuovo mi lascia speranza per il futuro. Qui sotto vi lascio un video infinitamente lungo di Kawaii International (esatto, gli stessi che hanno intervistato L. e me ad Harajuku come vi avevo raccontato in questo post) che parla proprio dello stile gyaru (vecchio, nuovo e tutto quello che c’è in mezzo). Guardatelo solo se avete un minimo interesse nella moda e nelle subculture giapponesi o potreste uscirne con il mal di testa e tante domande.

Seconda categoria: cose che mi lasciano perplessa e divertita.

“Occhi storti per i videogiochi.”
Sì, anche a me lo dicevano quando ero piccola – quello e anche che i cartoni giapponesi fanno venire l’epilessia (cosa vera solo quando si parla di questo video dei pokemon).

“Cose magiche Tokyo.”
Tutto è magico a Tokyo!

“Che schifo il giapponese/vivere in Giappone fa schifo/ Tokyo fa schifo / Il Giappone fa schifo/ Non mi piace vivere in Giappone.”
Almeno una ventina di persone sono arrivate su Tokyo ist Krieg digitando queste cose su Google. Sono perplessa. Digitate “che schifo il giapponese”, e poi? Vi aspettate che Google vi dia una pacca comprensiva sulla spalla? Sperate di trovare altre persone che si lamentano online per potervi lamentare assieme? O peggio, siete persone che in realtà amano il giapponese e cercano blog o discussioni di persone a cui non piace per andare a insultarli a caso o a scrivere commenti acidi sui loro blog? Svelatevi, su, che sono curiosa!

“Giapponesi con occhi occidentali.”
Sono tutto intorno a voi, solo che non ve ne accorgete perché non hanno gli occhi a mandorla e quindi li scambiate per occidentali. Forse i vostri amici sono tutti gialli e voi non lo sapete. Forse la vostra intera famiglia è asiatica. FORSE LO SIETE ANCHE VOI.

“Perché i giapponesi vogliono assomigliare agli italiani?”
Perché gli italiani che hanno loro come esempio sono tutti irresistibili e solo un pazzo potrebbe NON desiderare di assomigliare a loro. Conoscete Girolamo Panzetta?  Cito parte di un articolo di Nicolaingiappone a cui penso non serva aggiungere altro: “Il Panzetta, nato ad Avellino il 6 settembre 1962, squattrinato e senza un lavoro tanti anni fa accompagnò un suo amico in Giappone. L’amico tornò in Italia, lui rimase in Giappone e divenne una star. Sembrerà incredibile, uno che se lo senti parlare in Italiano non lo capisci, ha tirato su un impero basato sulla sua immagine d’Italiano. […] Di per sé il signor Panzetta non ha nulla di interessante, né dal punto di vista artistico né da quello qualitativo, ma i canoni televisivi Giapponesi sono completamente diversi dai nostri: Girolamo è “l’Italia” agli occhi dei Giapponesi, che continuano (forse a ragione) a vedere l’Italiano medio come un furfantello furbacchione allegrone mangia-pizza.” (trovate il resto dell’articolo qui)
Insomma, lo capite perché i giapponesi vogliono assomigliare agli italiani? Con esempi del genere…

E poi c'è lui, Francesco Bellissimo, che in questa immagine confessa: "Io e le persone normali lo facciamo cinque volte al giorno". Sì, quello che pensate voi.

E poi c’è lui, Francesco Bellissimo, che in questa immagine confessa: “Io e le persone normali lo facciamo cinque volte al giorno”. Sì, quello che pensate voi.

“Perché le giapponesi sono brutte ma sexy?”
Mmh. Brutte, ma sexy. Punto uno, le giapponese non sono brutte. Punto due, le giapponesi non sono sexy. Parlo dal mio punto di vista, eh. Piuttosto direi che sono belle da morire, ma per niente sexy. Ma cosa volete che ne capisca io di certe cose!

Terza categoria: cose che non ho idea di cosa tu stia dicendo.

“Sciacquone ordine goliardico.”
C’è qualcosa che dovrei sapere e che non so?

“Grandi sboldrate.”
Sono la mia cosa preferita. E a Tokyo nelle sboldrate ci sguazzi.

“Macchinetta achiappadolci di pinza di toys gioco vidio.”
Il senso si capisce ma il modo in cui è scritta la frase mi ha fatto rotolare.

“Mika vespa possato prossimo diner ds mela.”
Scusa, penso di non capire cosa intendi D:

“Cose porno nei treni della metropolitana/sesso sui metro giapponesi/ giapponesi maniaci sessuali / sono una porca che cerco uomini locali non turni a tokyo/ donne che lavano uomini a tokyo sexi / video di uomini che si tolgono le mutande/italiani fak fak sexx/prodotti sexi shop in giappone/quanto costa un paio di mutande usate fetish”
MA DAI, PER FAVORE (grazie per il  “video di uomini che si tolgono le mutande” e “italiani fak fak sexx”, ho riso un sacco).

“Perché un uomo si fa crescere la barba.”
A una domanda del genere non mi degno nemmeno di rispondere. Sapere che qualcuno ha chiesto a Google una cosa del genere mi fa perdere fiducia nel genere umano.

Also: siccome tra qualche settimana riparto e ho delle cose che sarebbe un peccato lasciare qui a casa a prendere polvere, ho deciso di anticipare il giveaway a quando raggiungeremo i 400 “me gusta” su Facebook – quindi forza e coraggio, fate i bravi, like my page e alla prossima!

Undici parole giapponesi intraducibili (ma che vorrei esistessero anche in italiano).

Il giapponese è una lingua splendida, punto e a capo.
Ha due alfabeti sillabici, migliaia di ideogrammi che a loro volta hanno una, due, talvolta cinque letture diverse, non ha genere, non ha numero, non esiste il futuro semplice né tantomeno quello composto, tutti fanno un gran casino e nessuno si capisce quando parla – nemmeno tra nativi.
Se un vostro amico se ne uscisse improvvisamente con un “oh, ho scoperto che oggi alla Mori Tower di Roppongi inaugurano una mostra temporanea su Game of Thrones che durerà fino a inizio aprile, iku 行く?”, quell’ultimo “iku” potrebbe voler dire:
A. “Ci andrai?” (sottinteso: “so che sei infoiata per queste cose quindi probabilmente lo sapevi già, ma volevo solo fare un po’ di casual conversation”)
B. “Ci andiamo assieme?” (sottinteso: “che anche io sono infoiato per queste cose”)
Sta a voi interpretare e cercare il metodo migliore per non fare figuracce, ma non sforzatevi troppo perché tanto ne farete comunque… TANTE, TROPPE.

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FYI, alla Mori Tower si entra per di qui

Oh, probabilmente vi starete chiedendo dove sta lo “splendido” in tutto questo.  Me lo chiedo anche io il 90% del tempo. Il giapponese è splendido perché è musicale, perché è complicato, perché ogni nuova parola che scopri è una conquista e ti aiuterà a capire un po’ di più il popolo del Sol Levante. Perché ogni volta che pensi di essere arrivato a metà e credi di poter intravedere la cima della montagna se guardi in alto, lassù ci sono solo delle nuvole enormi che nascondono il fatto che in realtà sei ancora alla prima stazione. E mi piace anche il fatto che nessuno ci capisca niente. Ci sono così tanti fraintendimenti che anche sbagliare non è poi così grave. Insomma, è una lingua per quelli che amano le cose difficili ma che contemporaneamente non si prendono troppo sul serio.

Ed è buffo pensare che per quanto il giapponese sia così grammaticalmente approssimativo esistano delle parole molto, molto ben definite che io in quanto italiana invidio moltissimo – mi risparmierebbero un sacco di giri di parole e dovrei gesticolare molto meno per farmi intendere.
Oggi ve ne propongo undici, finora le mie preferite.

1. Ageotori 上げ劣り: “Stare peggio di prima dopo un taglio di capelli”.
Si è molto dibattuto riguardo all’esistenza o meno di questa parola. In realtà è un termine mega-arcaico che è stato ritrovato addirittura nel Genji Monogatari (romanzo giapponese dell’XI secolo), ma che non viene comunemente utilizzato ora come ora.

2. Irusu 居留守: “Fare finta di non essere a casa”.
Tipo quando arrivano i testimoni di Geova. Tipo quando suona il telefono ed è sicuramente la Fastweb. Tipo quando chiunque suona al campanello la mattina prima delle undici e sapete che non è per voi, quindi non vi disturbate nemmeno ad alzarvi dal letto per aprire. Lo facciamo tutti, eppure non abbiamo una parola per questo. O sì? No, vero?

3. Bakku-shan バックシャン: “Donna bella da dietro, E BASTA”.
Potremmo non avere un termine che significhi esattamente lo stesso, ma è innegabile che in italiano esistano tanti proverbi sull’onda del “da dietro mi tenti, da davanti mi spaventi”. I giapponesi non sono abili poeti, quindi hanno tolto la coinvolgente e musicale rima e hanno riassunto tutto in una parola.

4. Ganbaru 頑張る: “Fare il proprio meglio, essere tenace, forza e coraggio!”.
Ganbaru è come il prezzemolo. Lo si trova ovunque. “Ganbatte!” “Ganbarimasu yo!” “Ganbare!” Provate a trascorrere qualche ora con un gruppo di giapponesi che parlano del più e del meno e lo sentirete almeno una decina di volte.
“Vado in Cina come studente in scambio.”
“Ganbatte!”

“Domani ho un esame.”
“Ganbatte!”

“Non capisco nulla di giapponese, voglio solo buttarmi sotto una metro in corsa.”
“Ganbatte!”
(ogni riferimento alla mia persona è puramente casuale)
“Ma se io sono l’ultimo horcrux significa che devo morire anche io affinché Voldemort venga sconfitto!”
“Ganbatte, Harry-kun”
.
È anche un’ottima espressione per chiudere le conversazioni che languono o che stanno diventando noiose. Provatelo e sembrerete dei veri giapponesi *pollice alzato*

5. Arigata meiwaku ありがた迷惑: “Una gentilezza indesiderata che spesso produce effetti negativi”.
La cosa qui si fa un attimo più complicata: arigata meiwaku è quando qualcuno fa qualcosa per noi che teoricamente dovrebbe farci piacere, ma che noi non desideriamo assolutamente e che quindi facciamo di tutto per evitare, ma quel qualcuno è così determinato a volerti fare quel favore che non si fa fermare da niente e le conseguenze sono negative. Tuttavia, le convenzioni sociali impongono comunque di esprimere gratitudine nei confronti di quella persona.
Esempio semplice semplice che probabilmente è capitato a tutti: è il giorno di Natale ed è il momento di scambiarci i regali con i nostri amici. Noi abbiamo comperato molto democraticamente caramelle e bagnoschiuma per tutti, ma quando molto fieri di noi consegnamo il nostro pacchetto all’amico X, con cui non abbiamo nemmeno un rapporto troppo stretto, lui ricambia con qualcosa di esagerato – tipo un buono da 50€ per Kiko, H&M, la Feltrinelli o che ne so. Arigata meiwaku. Apprezzo la tua gentilezza, ma mi hai messa così a disagio che vorrei seppellirmi.

6. Kouitten 紅一点: “L’unica donna in un gruppo formato da soli uomini”.
Il termine ha un significato molto ampio: può essere usato sia per una donna che predilige la compagnia maschile e che quindi è spesso vista in giro con gruppi di ragazzi, sia per la malcapitata che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato [leggi: negozi di circuiti per PC ad Akihabara; piano del sexy shop riservato ai soli uomini (L., è stato bello essere lì con te, almeno non ero proprio kouitten del tutto)]. Si può anche usare per l’unica segretaria in un’azienda gremita di uomini – tutto può essere kouitten.

Immagine azzeccatissima gentilmente offertaci da Wonderlust Japan, blog graziosissimo che vi consiglio al 1000%.

7. Tsundoku 積ん読: “Comprare uno smacello di libri e lasciarli a marcire perché non si ha mai tempo di leggere”.
Anche questo lo facciamo in tanti. Avrò come minimo una ventina di libri che ho comprato nel corso negli anni ripromettendomi di leggerli non appena ne avessi avuta l’occasione – e di occasioni ne avrei avute moltissime. Solo che una volta che ti passa davanti il treno di un libro, lo hai perso. I miei libri non-letti continueranno a prendere polvere negli scaffali della libreria fino a data da destinarsi.

8. Komorebi 木漏れ日: “La luce del sole che filtra tra le fresche frasche”.
L’utilità di questa parola è direttamente proporzionale alla sua frequenza in articoli come “25 parole stupende che non esistono in nessun’altra lingua” e alla sua popolarità tra le giovani sedicenti sensibili che amano la natura quasi più dei selfie e di instagram. Ma per completezza l’ho inserita comunque!

9. Yoko meshi 横飯: letteralmente “Un pasto consumato in orizzontale”.
“Ma che cosa vuol dire, per Diana!!”… vi starete chiedendo. La traduzione letterale si collega con un po’ di arzigogoli a un significato nascosto che rende questa espressione una delle mie preferite tra le intraducibili. Yoko meshi è infatti il termine con cui i giapponesi definiscono il disagio dell’esprimersi in una lingua straniera e lo stress provocato dal contatto con la stessa. La chiave di volta sta nell’“orizzontale”, riferimento umoristico al fatto che la lingua giapponese sia scritta verticalmente al contrario della maggior parte delle lingue straniere che vengono scritte e lette in orizzontale. Il pasto consumato in orizzontale è dunque la lingua straniera. Non è fantastico?

10. Aware あはれ: “???”
Su aware qualcuno ci ha scritto libri su libri. Non seguirò la stessa strada per svariate ragioni; vi basti sapere che non è altro che un’esclamazione per esprimere il proprio crogiolarsi nel sentimento del mono no aware.

Va bene, faccio uno sforzo e mi spiego meglio. Il mono no aware è un concetto che risale all’antichissima antichità e che riassume molto approssimativamente una sensibilità verso tutto ciò che è effimero, caduco, un’empatia verso tutto ciò che trasmette un senso di impermanenza – che ora c’è e tra poco chissà.
Il sole che tramontando forma una mezzaluna sopra il mare? “Aware!”
Una fogliolina che cade dal suo albero e volteggia molto poeticamente nell’aere? “Aware!”
Un riccio con un cappellino? “Aware!”

You’re welcome.

11. Koi no Yokan 恋いの予感: letteralmente “presagio di un amore”.
Lo so, sono stranamente romantica in questo undicesimo punto. In italiano abbiamo un’espressione simile, il “colpo di fulmine”, ma tra le due c’è una sostanziale differenza. Se due persone si incontrano e zac, si innamorano a prima vista – ecco il colpo di fulmine. Se due persone si incontrano e almeno uno dei due capisce che prima o poi nascerà un amore con l’altro, pur non provando sul momento nessuna attrazione particolare – ecco il koi no yokan. Non sono sicura che tutti provino questa sensazione nella vita, quindi immagino sia un pochino difficile da capire.
Rimane comunque un gran bel concetto.

E in italiano? Esisterà qualche parola intraducibile in tutte le altre lingue – o quasi? Se qualcuno di voi ne è al corrente, mi lasci un commentino qui sotto o sulla pagina facebook di Tokyo ist Krieg!
Buona settimana a tutti, e ganbatte!

Il Giappone è una brutta persona: Dating Sim che proprio no.

Oggi si parla di videogiochi, argomento che mi appassiona e interessa un sacco – soprattutto se si tratta di videogiochi giapponesi strani di cui sento lo spasmodico bisogno di mettervi al corrente. Preparatevi ad aprire la vostra mente, a porvi nuovi interrogativi, a sentirvi incuriositi e schifati – ecco a voi la mia personale selezione di Dating Sim che proprio no.

Per chi di videogiochi non ne mastica, un Dating Sim è sostanzialmente un simulatore d’appuntamento dove l’obiettivo principale è uscire e conquistare il personaggio che più vi si addice, la vostra anima gemella. Ce ne sono davvero per tutti i gusti, anche se forse la serie più popolare rimane quella di Tokimeki Memorial, che dal 1994 sforna giochi, spin-off, app, eccetera. A Tokimeki Memorial Girl’s Side 1st Love ci ho giocato anche io, e vi assicuro che può rivelarsi un’esperienza parecchio frustrante soprattutto quando tu punti a uscire con il professore, ottenendo invece senza volerlo risultati devastantemente contrari come: lui che ti odia perché a scuola sei una capra; lui che non ti rivolge la parola quando lo saluti all’uscita da scuola; lui che ti bandisce definitivamente da tutte le gite scolastiche.

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Come sei figo, professore.

Se pensate che flirtare con un personaggio fittizio attraverso lo schermo di una console portatile sia patetico, non posso che darvi ragione. Dico solo che forse dovreste provare Tokimeki semplicemente per il fatto che tutti i personaggi vi chiameranno per nome (lo stesso che avete inserito nelle impostazioni all’inizio del gioco) con la loro propria voce! Provate e poi vediamo se non vi emozionare/innamorate. Quando il professore qui sopra mi chiama “Kubota” mi tremano le ginocchia.
(FINE PARENTESI LAME)

Insomma cotte videoludiche a parte, qui di seguito vi propongo la mia top 5 dei Dating Sim anomali made in Japan!

5. Katawa Shoujo (かたわ少女)

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Al quinto posto troviamo quello che in italiano potrebbe essere tradotto con… Wait that? Ragazze deformi? Grazie per la delicatezza, Giappone, come sempre. Reso in inglese con un più corretto “Disabled Girls”, si tratta di un gioco indie disponibile per PC e scaricabile gratuitamente da qui (anche in inglese).
Il genere è quello della visual novel e le strade si dividono a seconda delle scelte compiute durante la storia, conducendo a finali diversi – riconducibili essenzialmente a happy ending, neutral ending e bad ending. A volte i bad ending possono essere davvero cattivi e potreste non riprendervi più, quindi state attenti alle scelte che fate e, per Diana, trattate bene tutti i personaggi!
In Katawa Shoujo si gioca nei panni di Hisao Nakai, un ragazzo che in seguito a problemi di aritmia cardiaca viene trasferito in una scuola che ospita altri ragazzi e ragazze variegatamente disabili. Avremo una gamma di cinque ragazze tra cui scegliere, e in particolare (come le vedete nell’immagine qui sopra, da sinistra verso destra) una ragazza a cui sono state amputate le gambe in seguito a un’operazione, una seconda a cui sono state invece amputate le braccia, una terza che ha la parte destra del corpo completamente sfigurata da gravi ustioni, la bionda ipovedente e, per finire, una sordomuta. La ragazza dai capelli rosa e boccolosi ci farà invece da tutor, e non sarà conquistabile.
Nonostante le premesse grottesche, il gioco è davvero bello e l’argomento disabilità è trattato in modo molto molto delicato. Devo dire la verità, Katawa Shoujo stona un po’ in questa top 5. È una visual novel con nulla di sbagliato, e l’unica sua colpa è di poter essere fraintesa per del materiale da feticisti del genere.
Delusi? Ci sono ancora quattro posizioni da scoprire, e i giochi che tratteremo avranno decisamente TUTTO di sbagliato.

4. Jurassic Heart

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Al quarto posto ho scelto di inserire Jurassic Heart: un nome, un programma. E indovinate cosa? È giocabile online gratuitamente! Qui. È una visual-novel vergognosamente corta dove tu, giovane e dolce studentessa, dovrai riuscire a conquistare un fottutissimo T-Rex (comprandogli un ukulele). UN T-REX! Riuscite a immaginare qualcosa di più sbagliato ed epico? Non credo. Jurassic Heart è così corto che vi basterà togliere mezzora del vostro tempo a Facebook per cominciarlo e finirlo in una sola sessione. Non vi dico altro.
Se proprio vi sentite pigri e non avete nemmeno voglia di aprirlo, almeno guardatevi un gameplay di PewDiePie.

3. Creature to Koi shiyo! Kokonoe Kokoro (クリーチャーと恋しよっ!ここのえこころ)

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So cosa state pensando: “Oddio, e questo che c*** è?”. Vi rispondo subito: è niente meno che “Fall in love with creatures!” (Innamorati delle creature, come non giocarci con un titolo del genere?), una visual novel che se conoscete un po’ di giapponese potete scaricare sempre gratuitamente da qui, cosa che io non ho fatto perché purtroppo non esiste una versione Mac -ma tranquilli, prima o poi ci giocherò.
In questo Dating Sim decisamente non convenzionale il protagonista avrà a che fare con un’amica d’infanzia che non si capisce perché ha le fattezze di una cavalletta, una sorellina-pipistrello e il bullo-demone della scuola. In realtà la trama è parecchio lineare e potrete flirtare solo con la vostra cavalletta del cuore, ma credetemi, vi basterà.

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Non ho parole, se non: “wow”.

I produttori sanno decisamente come vendere il proprio gioco (oddio, è un gioco free quindi hanno poco da vendere): se non bastassero le creature con cui potrete interagire, ognuna doppiata con enorme cura , sappiate che in questo gioco sono presenti “sex appeal, baci e scene in costume”. È proprio così, c’è scritto sul sito. Per quanto riguarda il sex appeal non ne dubito, non c’è nulla di più erotico di una cavalletta che si cambia i vestiti, e l’immedesimazione nel protagonista imbarazzato alla vista delle curve della sua amica è totale.

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Per i baci non sono sicura di come si svolga la faccenda, speriamo almeno che la cavalletta non si trasformi all’ultimo in una mantide religiosa. Per le scene in costume, beh, valutate voi stessi.

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Non so se riesco a reggere tutta questa tensione sessuale.

La storia dura poco meno di un’ora e non sono sicura che ci siano dei finali multipli, ma direi che quello che abbiamo visto finora non deve lasciarci alcun dubbio: da giocare, subito, senza esitare.

2. Hatoful Boyfriend(はーとふる彼氏

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Okay. Ammetto che sono stata davvero tentata di mettere Hatoful Boyfriend nella prima posizione, e che solo un piccolo particolare nel suo avversario lo ha sbaragliato dalla testa della classifica (capirete tutto più tardi).
Hatoful Boyfriend è un Dating Sim eccezionale, geniale e imperdibile. Lo scaricate in inglese da qui. Già il titolo promette grandi cose: “hatoful” è infatti l’unione dell’inglese “heartful” (o “hurtful”?) e del giapponese “hato”, PICCIONE. In questo gioco dovrete infatti scegliere la vostra bestia portatrice di germi preferita e conquistarla senza pietà.

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In questo Dating Sim spettacolare tu sarai l’unica studentessa umana al St. PidgeoNation’s Institute (?) e potrai scegliere di flirtare con una vasta gamma di personaggi, dallo studente francese in scambio al weirdo che parlerà per doppi sensi dall’inizio alla fine del gioco. Al primo incontro con ognuno verranno visualizzate anche le ipotetiche sembianze umane del volatile, giusto per darvi un’idea, prima di sprofondare in relazioni inquietanti con piccioni malaticci e farvi corteggiare da altezzose colombe. Inoltre, per ogni personaggio saranno presenti finali multipli che vi permetteranno di giocare e rigiocare la trama (della durata di circa un’ora) fin quando non vi accorgerete di trovare attraente il volatile che in questo momento sta cagando sul vostro balcone e non deciderete di tornare a Tokimeki Memorial la vita reale.

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“L’ho preparato solo per lui e sono proprio curioso di vedere come il suo corpo reagirà…” Beh, l’avete capito. Questo è il weirdo.

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“Che c’è? Vuoi giocare ancora un po’? La notte e giovane, e se i giochi pericolosi sono quello che fa per te ti accompagnerò io”. CREEPY!

E non è finita qui. Di Hatoful Boyfriend è disponibile anche il manga che potete sfogliare comodamente davanti al vostro pc cliccando qui. Non dite che vi ci ho mandato io però. Io non vi ho detto nulla.
Ora, alla posizione numero uno…

1. Paca Plus (パカプラス)

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Paca Plus è al primo posto perché parla di ALPACA. Esatto, le mie dolcissime alpaca. Se avete Windows, lo potete scaricare in inglese da qui.
La trama è abbastanza semplice: tu e Izumi Yukari, la tua ragazza, andate a fare una gita all’Alpaca Kingdom (che oltretutto sembra un posto meraviglioso, voglio andarci anche io). Sull’autobus di ritorno vi assopite entrambi, da bravi giapponesi, e al tuo risveglio la tua ragazza si è trasformata in alpaca. Comincia così la tua estate fianco a fianco con la tua pelosa e dolcissima amichetta.
Se ancora non siete convinti, vi lascio con alcuni momenti particolarmente significativi di Paca Plus. Oh, se solo anche le mie alpaca sapessero parlare…

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“Alpaca che indossa i vestiti di Yukari mi preoccupa.”

“Ero confuso per via di tutto il morbidume.” (e lo sarei anche io)

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“Oh, non ti droghi? Ti insegno io.”

Si conclude qui la mia classifica dei cinque Dating Sim (o meglio, quattro) che rendono in Giappone una brutta persona. Sono curiosa di sapere cosa ne pensate, quindi se vi va rispondete al sondaggio qui sotto!

Qui sotto invece c’è un altro sondaggio a cui qualcuno ha già risposto (e penso che siamo tutti d’accordo).

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Non c’è che dire, a scrivere questo articolo mi sono divertita troppo. Spero di avervi aperto un nuovo mondo fatto di videogiochi discutibili e nuove cose/persone/oggetti con cui poter intrattenere una relazione sentimentale. Tokyo ist Krieg rimane sempre all’erta e se mai dovesse scoprire altri Dating Sim allo stesso livello di questi (o addirittura superiori, mi vengono i brividi a pensarci) non mancherò di farvelo sapere!

Vi ricordo che potete seguire il blog anche su Facebook. Arrivati a 500 like penso di organizzare un piccolo giveaway, quindi stay tuned e invitate i vostri amici!