Il mio riccio Sherlock che cade. Di nuovo. E di nuovo.

 

Vi ricordate quando scrivevo gli articoli impegnati, che vi tenevano incollati allo schermo e che vi facevano ridere, commuovere, emozionare? Nemmeno io.
Però quest’oggi ho fatto una gif del mio riccio Sherlock che cade in loop e volevo condividerla con voi.

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“Tutto qui?”, vi chiederete.
Sì, tutto qui. Non ho nemmeno parole per descriverlo.

Alla prossima!

Tokyo con la pioggia, 7 cose da fare.

Oggi è il 13 ottobre. Sono appena rientrata a casa da un pranzo con le amiche, schivando per un pelo l’acquazzone che proprio ora si sta abbattendo sulla città. Stiamo aspettando il tifone Vongfong (n° 19), che qualche ora fa ha raggiunto Okinawa e che si prospetta essere il tifone più potente dell’anno. Domani le scuole sono chiuse e probabilmente i treni si fermeranno tra qualche ora.

Soon.

Soon.

Non mi dispiace che arrivi un po’ di pioggia, ogni tanto. È sempre un’ottima scusa per rimanere a casa, mettersi sotto le coperte con del caffè latte (come si scrive? caffè latte? caffellatte? café latte?) e guardare dieci puntate di fila di una serie tv a caso (MYMADFATDIARY). Un acquazzone ogni tanto non è un problema, posso rimandare gran parte delle commissioni a un giorno di bel tempo e comunque sfruttare le mie giornate in modo produttivo (ah ah ah no).

Il problema si presenta soprattutto per quelli che dopo aver risparmiato ogni centesimo per cinque anni e accumulato giorni di ferie su giorni di ferie lavorando fino allo sfinimento riescono finalmente a mettere via soldi e tempo necessari per l’agognato viaggio in Giappone, 14 giorni in cui vedere, fare, provare, amare, comprare tutto il possibile. Pensate che sfiga se su 14 giorni ne beccate anche solo tre di pioggia. Ho pensato quindi di scrivere questo post per condividere con voi quello che ho imparato finora sui giorni di pioggia qui a Tokyo. Non preoccupatevi, qualcosa da fare si trova sempre – però quando c’è il tifone è meglio se state a casa, che si fermano anche i treni e dopo è un po’ un casino muoversi/ tornare a casa. Ecco dunque una lista di cose da fare per passare il tempo quando piove, senza perdersi nulla di Tokyo.

1. Kinokuniya, Shinjuku. La libreria più grande in cui abbia mai messo piede è raggiungibile direttamente dalla galleria che collega la stazione di Shinjuku a quella di Shinjuku Sanchome, quindi non dovrete aprire l’ombrello nemmeno per un nanosecondo. Otto piani di libri (ce n’è anche uno dedicato interamente ai libri in lingua straniera), manuali, fumetti, riviste e qualsiasi cosa possiate aver voglia di leggere.

2. Qualsiasi altro negozio, ristorante o centro commerciale accessibile dalla galleria che collega la stazione di Shinjuku a quella di Shinjuku Sanchome. Sono inclusi Marui OIOI (abbigliamento, accessori, lifestyle), Biccamera ビッカメラ (elettronica), UNIQLO (abbigliamento basic), BookOFF (libri, manga, videogame, CD e DVD usati), Lumine ルミネ (abbigliamento e accessori femminili), Takano (frutta che vi costerà un rene) e altre millemila cose che vi porteranno via almeno un pomeriggio.

3. Se piove ma non diluvia potete anche pensare di fare un salto all’osservatorio del Tokyo Metropolitan Government Building (Shinjuku). Ci si arriva in una decina di minuti (di cui cinque al coperto) a partire dall’uscita ovest della stazione di Shinjuku, seguendo le indicazioni per Tokyo Tocho Biru 東京都庁ビル. L’osservatorio è aperto tutti i giorni dalle 9:30 alle 23:00 ed è gratuito (al contrario della maggior parte degli altri osservatori di Tokyo), per ulteriori informazioni controllate qui.

SPOILER ALERT

SPOILER ALERT

4. Nakano Brodway, Nakano. Prendete l’uscita nord della stazione e siete subito lì, a percorrere quel lungo corridoio fatto di negozi di vestiti, calzini, elettronica, ramen, sushi, sukiyaki e soprattutto GENTE che vi condurrà senza margine d’errore in quel paradiso per otaku pretenziosi e vintage che è Nakano Broadway. Che stiate cercando i videogiochi a cui giocavate quand’eravate bambini, merchandise di One Piece, action figure dei personaggi della Disney o bozzetti autografati dai vostri mangaka preferiti, Nakano Brodway difficilmente vi deluderà. È un po’ come stare ad Akihabara, ma è tutto conglomerato in un centro commerciale (anche i maid café, sì), e l’aura di vecchiume e mistero che vi investirà ad ogni negozio vi porterà a voler cercare tra gli scaffali, accompagnati dalla speranza di trovare qualche oggetto da collezionisti venduto a pochi spiccioli, qualche ricordo della vostra infanzia, qualcosa. IMG_3567 IMG_3575 5. Due passi nelle vie commerciali (shotengai 商店街) coperte dei quartieri che preferite. Personalmente consiglio spassionatamente Koenji (home sweet home), soprattutto se vi piace andare a spiluccare nei mercatini dell’usato alla ricerca di vestiti vintage ed incredibilmente economici. A Koenji ne trovate ovunque, e trovate anche un sacco di giovani vestiti in modo strano originale per un po’ di sano sight-seeing metropolitano. Se i negozi dell’usato non fanno per voi, invece, puntate allo shotengai di Kichijoji, dove sarebbe più semplice elencare le cose che non potete trovare. Al terzo posto sono praticamente costretta a mettere la via commerciale di Asakusa, dove potete trovare tutto quello che “fa tanto Giappone”. Kimono, yukata, ventagli, sandali, stampe e così via. Decisamente non il mio genere, ma magari è il vostro, chissà. E se poi smette di piovere potete anche fare un salto al Sensoji, imperdibile. IMG_1289 6. Percorrere tutta Tokyo sulla Yamanote. Ventinove stazioni attraversate in poco più di un’ora, paesaggi che cambiano, un posto a sedere all’asciutto (in realtà per il posto a sedere potrebbe volerci un po’, ma perseverate e andrà tutto liscio): cosa si può volere di meglio? E al modico prezzo di un euro! Mettiamo che partiate da Shinjuku. Comprate il biglietto più economico. 130 yen. Timbrate il biglietto. Salite sulla Yamanote, fate tutto il giro, godetevi il paesaggio, scattate qualche foto, quello che volete. Scendete di nuovo a Shinjuku un’ora dopo (o, se preferite, alla stazione successiva). Timbrate di nuovo il biglietto, che verrà divorato dalle macchinette. Macchinette che penseranno che voi siate entrati e usciti nella stessa stazione, o che abbiate percorso solo una fermata. Smooth, cheap and legal.

7. Karaoke. Il karaoke giapponese non potrebbe essere più diverso da quello italiano. Mentre in Italia si parla di cantare davanti a sconosciuti, con basi midi e sentendosi costantemente messi in imbarazzo dai soliti pro che monopolizzano il bar (di solito gli stessi organizzatori delle serate), in Giappone i karaoke sono edifici di alcuni piani che ospitano decine di salette private, dove cantare di fronte ai vostri amici o, perché no, anche da soli. I prezzi si aggirano comunemente sui 1000 yen all’ora (beati quelli che stanno fuori Tokyo, lì costa almeno la metà), con sconti in caso di lunghe permanenze. 2014-10-06 20.01.16 Ci sarebbero altre cose da aggiungere: Ikebukuro Sunshine City, il cinema, i musei, i bagni pubblici… Tokyo con la pioggia non perde la sua bellezza, anzi; i colori si fanno più vivi, l’aria si rinfresca e le strade in parte si svuotano, quindi si può approfittare di un giorno di pioggia anche per visitare luoghi solitamente affollati come il Sensoji, di cui ho parlato prima, le strade di Shibuya (non aspettatevi una Trento di lunedì sera però), Harajuku o Ueno.

Chi ha viaggiato in Giappone ultimamente? Come avete passato i giorni di pioggia?

Buon lunedì a tutti e buona settimana <3

Non sono morta, aggiornamenti, cose, altre cose.

L’ultimo articolo di questo blog risale al 20 maggio. L’ultimo post sulla pagina Facebook risale all’11 giugno.
Vi chiederete che scuse io abbia per aver abbandonato WordPress per così tanto tempo. Vorrei tanto dirvi che sono a Tokyo, eh, cosa vi aspettate, cioè a Tokyo c’è un sacco da fare, mica ho tempo per aggiornare sempre il blog! Invece stavo facendo questo.

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Scherzo, dai. È che da inizio maggio a inizio agosto ho lavorato part-time, e il passare cinque ore al giorno tra le mie adorabili colleghe giapponesi che mi sfottevano perché andavo a vendere scarpe fighelle in Vans mi ha prosciugato tutta la voglia di vivere. Mi dispiace ma non ho abbastanza punti esperienza per sbloccare l’abilità “portare un tacco 12 per più di 15 minuti”.

In questi mesi è successo molto e molto poco, allo stesso tempo. Vivo sempre allo stesso modo, nella stessa casa, con le stesse persone. Frequento sempre la stessa scuola, facendo sempre lo stesso lavoro (fino ad agosto, almeno), mangiando sempre le stesse cose.

Ho avuto un po’ di tempo per pensare a cosa voglio fare della mia vita e ho deciso di voler rimanere qui, nel bene e nel male, ancora per qualche tempo. Sono venuta a Tokyo con l’idea di proseguire il mio percorso universitario, iscrivendomi a una laurea magistrale (大学院, daigakuin) per ricercare in lungo e in largo il metodo migliore per insegnare il giapponese agli italiani. Ho pensato di volerlo fare per tutta la durata della laurea triennale a Venezia e per i primi mesi di quest’anno. La magia è sparita. Non ho voglia di fare ricerca, non ho voglia di sbattermi altri due anni in un’università dove di fatto non ti insegnano nulla di nuovo e ti spronano solamente a ricercare e pubblicare cose. Non ho voglia di provare e fallire, magari vedendo mia tesi finale scomparire nel mare delle altre tesi uguali, come succede in triennale. Non ho voglia di studiare altri due anni e trovarmi al punto di partenza, con due lauree alle spalle e nessun lavoro all’orizzonte.
“Ebbasta Anna che sega che sei abbiamo capito che non c’hai voglia, taglia corto dai!”
Allora ho pensato, “cos’è che mi piace fare?”. A me piace disegnare, mi piacciono i videogiochi, mi piacciono le cose belle e mi piace parlare in giapponese. Se in Italia avessi detto questa cosa a qualcuno probabilmente quel qualcuno mi avrebbe guardata con tanta compassione, mi avrebbe dato una pacca sulla spalla e mi avrebbe detto qualcosa del tipo “suvvia Anna, basta sognare. Hai pensato invece di andare a lavorare come cameriera in Inghilterra? Oppure mandare un curriculum alla Coop vicino a casa?”
Invece sono in Giappone, la terra dove i ricci sono animali domestici e dove i sogni si realizzano (sì, le due cose sono strettamente collegate), e dove lavorare nel mondo dei videogiochi è possibile.

Ho deciso di iscrivermi alla Tokyo Designer Gakuin, una senmon gakko (scuola di specializzazione) che ha consacrato all’arte gente del calibro di Susumu Hirasawa e basta essenzialmente, but still che si presenta con un’offerta formativa enorme e variegatissima.
Una roba così

Una roba così

Dopo aver frequentato diversi open day, dopo aver parlato con diversi insegnanti/senpai/consulenti e dopo aver ottenuto l’approvazione di mamma e papà (vvb) ho deciso di presentare la domanda d’iscrizione al dipartimento di Game Creator, indirizzo Game Character Design.
Sono stata sottoposta ad un colloquio preventivo, dove testavano il mio essere me stessa, la mia voglia di pormi delle sfide e la mia capacità di emozionarmi (?). Insomma, pare che ad emozionarmi io sia molto brava perché il colloquio è passato liscio liscio in dieci minuti, concludendoci con “ottimo, puoi iniziare a portarci i documenti necessari”.
Sono tuttora nella fase dei documenti necessari. Tra fotocopie di tutti i documenti d’identità che ho, certificazioni sanitarie linguistiche anagrafiche, libretti bancari mio, dei miei, del mio riccio e della figlia dell’allenatore di calcio di mio cuggino, fototessere scansioni firme e chi più ne ha più ne metta, giuro che non ne vengo più fuori. Fortuna che ho ancora tre settimane per raccattare il tutto e consegnarlo. Esperare che il suddetto tutto sia sufficiente per farmi avanzare allo step successivo, quello del test d’ingresso (eh, era troppo facile sennò). Se supero anche quello, da aprile sarò ufficialmente enrolled per due anni, alla fine dei quali ti promettono un tasso di occupazione del 92% entro i primi sei mesi. Quasi come a Ca Foscari.

Passando a cose più serie, come forse avrete capito ho un riccio di nome Sherlock.

CARINO

MA QUANTO

SEI

SEI

MA QUANTO

CARINO

E voi come state, amici? Cosa avete fatto in tutti questi lunghissimi mesi?
A presto <3

Misteri su misteri, o delle domande a cui il finale di Lost non ha saputo rispondermi.

Ebbene sì. Quasi tre anni dopo aver iniziato Lost, è arrivato il momento di affrontare la puntata finale.
È stato molto illuminante, ma non è ASSOLUTAMENTE possibile che dopo sei stagioni di misteri ancora non abbiano risposto ad alcune domande fondamentali che mi tormentano tuttora. Vediamone alcune.

Voi fan della serie ricorderete sicuramente la puntata speciale della prima stagione dove cinque dei protagonisti, tutti italiani, vanno a mangiare sukiyaki (categoria: roba che devi cucinarti da solo) in un ristorante vicino a Nakano Broadway. Per chi non ricordasse bene l’episodio, ve lo ricapitolo brevemente: i cinque, non essendo particolarmente affamati, ordinano un menù con porzioni di carni e verdure raccomandate per 3-4 persone. La cameriera li guarda perplessa, e come se stesse parlando con dei bambini dell’asilo chiede conferma dell’ordine ricevuto, non essendo sicura di aver capito bene. I protagonisti confermano. La cameriera annuncia che porteranno solo quattro porzioni di riso, perché il menù è pensato per massimo quattro persone. I protagonisti acconsentono, pensando che mal che vada il riso si può sempre dividere in modo da sfamare cinque bocche invece che solo quattro. Aspettano qualche minuto e quando l’ordine finalmente arriva, la cameriera con aria giuliva ricorda che “ご飯はお変わり自由ですね!Gohan wa okawari jiyuu desu ne!“. I sottotitoli recitano “il riso è gratis, quindi quando finite questa porzione potete ordinarne altro quante volte volete!” (lo so, i sottotitoli sono prolissi e di bassa qualità). I protagonisti sono perplessi, e non capiscono perché, se è vero che si possono ordinare quattro porzioni di riso anche per quindici volte, risulti così impossibile portarne cinque già all’inizio del pasto. In tutto il resto della serie non si fa più parola di questo episodio, che è destinato a rimanere uno dei più misteriosi misteri tra tutti quelli presenti nelle sei stagioni. Penso che c’entrino i famosi Numeri, ma non sono sicura. Avrei apprezzato almeno due parole a riguardo nella puntata finale, ma vabbè.

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La mia cena di pasqua, perché sì

Un’altro mistero che sicuramente non vi sarà sfuggito è quello dell’uomo della domenica mattina. So che sapete perfettamente di cosa sto parlando, ma per i soliti profani che si ostinano comunque a leggere il mio fan-blog, ecco i fatti. Nella 3×02, una delle protagoniste che per comodità chiameremo Anna deve andare a fare la spesa alle otto e mezza di una domenica mattina. Percorre le strade deserte che circondano casa sua, popolate ferialmente da bambini che vanno a scuola e vecchietti che discorrono allegramente del tempo, finché il suo occhio non si accorge di una presenza anomala, disturbante, che la porta immediatamente sull’attenti e pronta a colpire. Un uomo si erge in un anfratto della strada, appena fuori da un portone. Ha i pantaloni e le mutande calate e si gingilla senza vergogna, alle otto e mezza di una domenica mattina, fuori dal portone di un quartiere residenziale. Chi è quell’uomo? Di che organizzazione fa parte? Perché si masturba in pubblico? C’è qualche collegamento tra lui e l’uomo che alle due di notte va al supermercato e ne esce soltanto con due bottiglie di passata di pomodoro?
Anche a queste domande non ho trovato risposta.

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Altro cibo, perché come immaginerete non mi andava di mettere immagini a tema.

Proseguendo: nella quinta stagione, dove Anna trova un lavoro, ricorderete il seguente episodio. Sta scoccando il termine della prima settimana di lavoro, sono le nove meno cinque e Anna si prepara a staccare per tornare a casa e riposare un po’. C’è da chiudere i registratori di cassa, contare i soldi e con loro i buoni sconto, che vanno poi strappati da un lato. Una parte si butta e l’altra si conserva in una busta, così l’ultimo che torna a casa li conta ancora una volta tanto per stare sicuri. Siccome Anna lavora da un bel po’ ed è stanca, strappa i buoni e si prepara ad andarsene, quando nota che due suoi colleghi si stanno fermando un po’ troppo a lungo a osservare il suo operato. Terrorizzata pensa, “Oddio, stavolta cosa ho sbagliato?”.
Ebbene, aveva strappato i buoni non dalla parte con lo strappo facilitato, ma dall’altra. I colleghi si guardano e mormorano tra loro, perplessi e divertiti (troppo divertiti, quanto può essere divertente una cosa del genere? Le loro vite devono essere proprio noiose, ndA).
“Ma adesso cosa facciamo? È la prima volta che succede!”
“Non lo so, cosa potremmo fare?”
“Non ne ho proprio idea. Fammici pensare.”
Tre minuti dopo i due convengono che forse è opportuno riparare con lo scotch lo strappo sbagliato e ristrappare dalla parte giusta. Danno ad Anna il permesso di rincasare e si mettono lì, a scotchare i dieci buoni uno per uno, con una perizia che ha dell’incredibile.
Cosa significa questa scena? Perché i buoni non potevano essere strappati dal lato opposto? Qualcosa di terribile si sarebbe verificato se i più anziani ed esperti colleghi di Anna non fossero corsi ai ripari? Confesso che mi sarebbe piaciuto assistere a diversi sviluppi per questa storia, ma ancora una volta il finale di Lost non mi ha accontentata.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione, infine, alcuni fotogrammi che occasionalmente compaiono per tutta la durata della serie.

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Cos’è questo strano festival? Che cosa mi sta a significare? Come si collega a tutto il resto?

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Come ha fatto questa capra ad arrivare sull’isola? C’entra il progetto Dharma?

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E questi chi sono? Perché questi abiti sfarzosi?

E per finire: perché trovo una cosa perfettamente normale e discretamente sensata il comprare il ghiaccio al supermercato?

Lost, un finale aperto ci può anche stare, ma certe cose ce le dovevi spiegare.
Voto alla serie: 2/10

Scherzo. Ho amato Lost, anche se l’ho finito solo ieri – cioè con sei anni di ritardo. Se l’avete visto anche voi mi capirete, se non l’avete ancora visto o non l’avete ancora finito (papà, sto parlando con te) datevi una mossa così possiamo parlarne tutti assieme.
Chiedo scusa per gli intervalli dilatatissimi tra un post e l’altro. Nell’ultimo periodo esco di casa alle otto di mattina e ci rientro alle nove di sera, quindi capirete che non riesco a dedicare a Tokyo ist Krieg il tempo che vorrei. Portate pazienza e seguitemi anche sulla pagina Facebook, dove sono presente un po’ più spesso!

 

 

Perdere un iPhone a Tokyo, o di come sono finita a firmare un contratto biennale per comprarne un altro.

Partiamo dall’inizio, cioè da due domeniche fa.
Ero di ritorno dal Kanamara Matsuri, la cui fama lo precede, col mio iPhone 4 carico di speranze e fotografie goliardiche che non vedevo l’ora di mostrarvi. Ho cambiato tre linee metropolitane. La prima da Kawasaki Daishi a Shinagawa, linea Keikyu Kawasaki, treno rapido. La seconda da Shinagawa a Shinjuku, linea Yamanote. La terza da Shinjuku ad Asagaya, linea Chuo, treno locale.
Arrivata ad Asagaya, casa dolce casa, mi sono attardata a prendere un caffè freddo e un cornetto al cioccolato da St. Marc Café, che pioveva a dirotto e tirava un vento meschino e me li meritavo. Uscita da St. Marc Café ho fatto un salto da 7 Eleven, comprato del cibo probabilmente malsano e qualcosa da bere. Mi sono incamminata verso casa. Entrata nella mia stanza ho frugato nella solita tasca del solito zaino e mi sono accorta che “la solita cosa” che mi aspettavo di tirar fuori da lì faticava a farsi trovare. Ho guardato meglio. Ho guardato nell’altra tasca. Ho guardato ancor meglio. Ho controllato quindici volte. Nella mia borsa non c’era nessun iPhone. La cosa pazzesca è che dall’ultima volta che avevo preso in mano il telefono, facendo un rapido calcolo, era passata almeno un’ora e mezza. Al giorno d’oggi esistono ancora persone che per così tanto tempo riescono a stare senza controllare Facebook, senza scattare una foto a una lattina abbandonata per strada, senza farsi un selfie, senza mandare un messaggio a qualcuno? A quanto pare sì. Non pensavo di rientrare in questa peculiarissima categoria di persone. A quanto pare sì.

Come fate a stare senza fotografare lattine abbandonate per più di un'ora e mezza? Non lo so.

Come fate a stare senza fotografare lattine abbandonate per più di un’ora e mezza? Non lo so.

Non avevo mai perso nulla di così importante nemmeno in Italia, quindi mi sono ritrovata abbastanza confusa. Cosa si fa in questi casi? Con chi devo parlare? A chi devo chiedere? Il mio telefono mi tornerà mai indietro o l’ho perso per sempre? Come farò a postare le foto del Kanamara Matsuri sulla mia pagina di Facebook e farvi morire d’invidia?

Ho convenuto abbastanza rapidamente con me stessa che la cosa migliore da fare era interpellare il magico e onnisciente mondo di internet, che sicuramente avrebbe saputo aiutarmi. Viene fuori che esiste una app per rintracciare tutti i propri dispositivi Apple purché siano ancora accesi e purché abbiano questa app installata e/o siano registrati su iCloud. Beh, indovinate cosa: non avevo idea che una cosa simile esistesse e non mi ero nemmeno mai posta il problema, quindi figurarsi se uno qualsiasi dei miei dispositivi Apple avrebbe potuto rintracciare il mio povero disperso telefono. Ci ho provato comunque eh, che non si sa mai, ma il miracolo che mi aspettavo non è avvenuto.

Mentre succedevano tutte le cose elencate nell’ultimo paragrafo, il mio compagno di viaggio M. ha insistito per tutto il tempo col fatto che forse sarei dovuta andare al koban 交番 (leggi: chioschetto della polizia) più vicino a fare denuncia. Da cocciuta testarda come sono è trascorsa un’ora buona prima che mi decidessi a dargli retta, ad alzare il culo dal letto e ad andare una volta per tutte dalla polizia per avere almeno una speranza che il telefono perduto mi ritornasse indietro.

Arrivata nel baracchino della polizia, due metri di lunghezza per tre di larghezza, ho compilato un modulo dove segnavo di preciso cosa ho perso, dove l’avevo perso, a che ora e le particolarità dell’oggetto in questione. Fortunatamente si parla di un iPhone 4, modello che in Giappone è talmente superato che probabilmente a Tokyo lo avranno conservato come reperto archeologico appena cinque o sei persone. Ho lasciato un recapito e il poliziotto mi ha lasciato una promessa: “ti chiameremo se qualcuno di animo gentile ci riporterà il tuo telefono da pezzenti” (non ha detto esattamente così, ma l’ho letto tra le righe).

Dei ciliegi, per gradire.

Dei ciliegi, per gradire.

Ho aspettato tutta la sera, ma non mi è arrivata nessuna telefonata. Il giorno dopo nemmeno. Verso le otto di sera sono uscita per andare a bere una cosa in questa izakaya 居酒屋 (leggi: locale zozzo dove si beve e si mangia a prezzi ragionevoli) a Koenji, e quando ne sono uscita controllando per caso il telefono ho trovato una chiamata persa. “BENE”, ho pensato, “BENE, erano solo 35 ore che aspettavo questa chiamata stando ossessivamente attaccata a questo catorcio di telefono pre-pagato, lo perdo d’occhio un attimo ed ecco, non poteva andare diversamente”. Ho richiamato. Ha risposto una donna. Da qui in poi io assumerò l’iniziale T (di TokyoistKrieg e di Tapina), mentre la donna si prenderà la O (di Operatrice e di Ottusa).

O: “Pronto, risponde un ufficio a caso di Suginami, chi parla?”
T: “Salve mi chiamo TokyoistKrieg, ho visto che avete chiamato da questo numero poco fa…”
O: “Aspetti che controllo. (…)”
T: “Potrebbe essere per il telefono che ho perso ieri pomeriggio?”
O: “Ah, sì, ecco! Era un iPhone 4, giusto? Non è che potrebbe ripetermi anche le altre specifiche?”
T: (visibilmente e udibilmente emozionata perché sente di stare per riabbracciare il suo telefono smarrito) “Sì, dunque, ha una cover rossa e un adesivo sul pulsante home.”
O: “La sim al suo interno è della Au?”
T: “No, è una prepagata per il traffico dati B-Mobile”.
O: “Ho capito. Attenda solo un attimo.”

…per svariati minuti diverse musichette (di cui ricordo solo Per Elisa) si alternano in linea lasciandomi appesa come una carpa koi ad una lenza. Poi, quando meno me l’aspetto, una voce maschile ansimante e strascicata inizia ad attacarrmi come se stesse rantolando i suoi ultimi respiri. Questo nuovo personaggio si chiamerà N (di Nuovo Personaggio e di Nonstocapendonulladiquellochemistaidicendo).

N: “Pronto, scusi se l’ho fatta aspettare.”
T: “Non c’è problema.”
N: “Allora, lei ha perso un telefono? Mi può dire le sue caratteristiche?”
T: “Sì, allora. Aveva una cover rossa, un adesivo sul pulsante home…”
N: “Il pulsante home?”
T: “Sì, quello subito sotto lo schermo, al centro. Ha un adesivo rosso sopra.”
N: “Guardi, abbiamo trovato un telefono che risponde a questa descrizione. Mi fornisce gentilmente il codice per sbloccarlo così confermiamo che è proprio il suo?”
T: (a questo punto mi sentivo così vicina alla meta, ma così vicina…) “Sì, il codice è 1234”.
N: “1234? Ho capito, attenda un attimo.”

…per ulteriori svariati minuti ulteriori diverse musichette si alternano in linea lasciandomi appesa come un kakemono in una sala da tè.

N: “Pronto, guardi che il codice non corrisponde. Mi riconferma che è 1234?”
T: “Sì, confermo. 1234.”
N: “Il codice è errato, il telefono non si sblocca.”
T: “Chiedo scusa ma sarebbe possibile venire direttamente lì a controllare di persona se il telefono è mio?”
N: Sore wa chotto… それはちょっと…”
T: “Mi scusi, ma mi conferma che stiamo parlando di un iPhone 4 con la cover rossa e un adesivo rosso sul pulsante home?”
N: “No, qui non c’è nessun adesivo. Ma nel telefono c’è una sim card di Au?”
T: “No, come dicevo prima alla sua collega all’interno c’è una prepagata per il traffico dati B-Mobile”.
N: “Ah no, allora non può proprio essere. Qui c’è dentro una sim Au.” *click*

E riattacca, lo stronzo.
E non ho nemmeno il tempo di riprendermi da questo essere presa a cornettate virtuali in faccia che mi arriva un sms, il quale mi avverte con un tempismo pressoché perfetto che il mio credito residuo è inferiore ai 300 yen. Nell’ultima telefonata ho speso qualcosa come dieci euro, insomma. Per niente.

Perse quasi le speranze di ritrovare il mio telefono, ho deciso di sottoscrivere un abbonamento biennale con Softbank, uno dei maggiori operatori telefonici giapponesi, per un iPhone 5s. Perdonate il mio essere posh, ma come ho detto il 4 è ormai superato e qui ti vendono solo l’ultimo modello.

Qualche giorno dopo mi sono dunque recata nel negozio Softbank di Roppongi dove sono stata accolta da una commessa dolcissima e gentilissima che dopo avermi offerto da bere si è presa cura di me come se fossi una sua amica di lunga data. Grazie, N-san, non ti dimenticherò mai. Non ve la faccio troppo lunga, ma conclusa la transazione sono tornata a casa con:
1. Una borsa porta-bento esclusivissima griffata Softbank Roppingi.
2. Una confezione di condimento per il riso.
3. Una bilancia pesa-persone super-tecnologica che calcola tutto quello che può calcolare, e che ti parla pure. Giuro, la cosa difficile è farla stare zitta.
4. Un braccialetto fitness non meglio classificato, anche questo super-tecnologico, anche questo che calcola tutto quello che può calcolare (a partire dalle ore di sonno, passando per le volte in cui ti svegli di notte e arrivando alle calorie bruciate). Non l’ho mai usato e non lo userò mai.
5. Fortunatamente, un iPhone 5.

Io volevo solo un telefono...

Io volevo solo un telefono…

Soddisfatta tutto sommato del mio nuovo reattore a propulsione dalle sembianze di uno smartphone, la mia vita è proseguita spensierata per un altro paio di giorni. Avevo quasi dimenticato il mio precedente iPhone 4 (lo so, l’ho superata abbastanza in fretta), quando a uno dei miei compagni italiani – quello che mi aveva attivato la famosa sim B-Mobile – arriva una misteriosa telefonata dalla suddetta compagnia telefonica. Dopo un tira e molla durato diversi giorni in cui la B-Mobile provava a contattare il mio amico e non riusciva a raggiungerlo e viceversa, abbiamo finalmente capito che il mio telefono è stato ritrovato da qualche parte del Giappone. Gioia e giubilo!

Ho richiamato personalmente il koban in cui pareva fosse depositato il mio telefono, ma disgraziatamente era sabato e loro “non si occupano di lost&found durante i weekend”. Ma tranquilli, prendetevela pure comoda.
Ho richiamato lunedì.
Mi hanno confermato che il telefono lo avevano loro.
Sono corsa a Mitaka, a due fermate di distanza da casa mia, trepidante nell’attesa di riaverlo nuovamente tra le mie braccia.
Ho esibito un paio di documenti d’identità.
Il telefono mi è stato restituito.

Avevo sentito più volte parlare dell’efficienza del sistema lost&found giapponese, ma fino a questo momento non riuscivo a credere al fatto che perdendo qualcosa di valore in giro per Tokyo qualcuno avrebbe preso quel qualcosa e l’avrebbe riportato alla polizia.
Ho perso un iPhone a Tokyo e l’ho ritrovato in una settimana. La vita è bella.

Bentornato iPhone 4, ti voglio bene anche se adesso ho un telefono migliore di te.

Bentornato iPhone 4, ti voglio bene anche se adesso ho un telefono migliore di te.

Tutto è bene quel che finisce bene, amici.
Vi chiedo scusa per l’enorme ritardo di quest’ultimo post, spero di tornare presto a essere attiva e reattiva!
Buona settimana a tutti.

Tornare a casa.

So che nel post precedente mi sono autodefinita “apolide”, ma mi è successa una cosa strana il giorno in cui sono tornata a Tokyo. Cominciamo dal principio.

Innanzitutto vi comunico che
1. Sono arrivata a Tokyo sana e salva e
2. Sto scrivendo questo post da una caffetteria di Asagaya e questo mi da una gioia che non potete immaginare. Il sentimento di anticipation che ho covato nei confronti di un’azione così semplice mi ha corrosa per così tanto tempo che ora non mi sembra vero di potermi sedere con calma, sola, ordinare un ice-coffee come Dio comanda, aprire il computer e se necessario passare un intero pomeriggio a scrivere e guardare la gente e bere caffè e scrivere ancora e bere sempre più caffè e lamentarmi se la notte non dormo. Può non sembrare nulla di speciale, ma vi assicuro che per la sottoscritta (fanatica della felicità convulsa scatenata dalla piccole cose) lo è. やってみればわかる.

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Sono partita da Venezia il 21 marzo: pochi giorni che sembrano tuttavia anni e anni, complice l’assenza di sonno che mi ha portata a vivere giornate lunghissime e intensissime di 30 ore ciascuna. Sono partita da Venezia e nel momento in cui sono salita sul primo aereo, quello che mi avrebbe scaricata a Dubai, ancora non mi rendevo pienamente conto di dove ero diretta, del perché fossi lì e così via. Non so spiegare a parole quella sensazione: mi sembrava di partire seguendo le istruzioni di una persona che non ero io, di una seconda me che aveva stabilito molto tempo prima che quella cosa andava fatta, punto.
Sono salita sul primo aereo e mi sono accorta che Emirates è la compagnia definitiva. Non ne ho sperimentate molte, sicuramente meno di una decina, ma a partire dai posti che ho trovato leggermente più larghi e leggermente più comodi rispetto alle altre compagnie e arrivando fino al cibo, tutto era migliore. Magari è solo autosuggestione; magari il volo dell’anno scorso con Alitalia mi era sembrato brutto e scomodo perché ero sola e impaurita. Quest’anno, anche complice la presenza di persone per me importanti, le prime sei ore sono sembrate tre.

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Era la prima volta che su un aereo mi davano un menù, e mi sono emozionata.

Dopo uno scalo a Dubai, una puntata al Duty Free, il tentativo di dormicchiare un po’ che non ha per nulla funzionato, dopo due ore e mezza che sono sembrate un’eternità, sono salita sul secondo volo. Nove ore (che sono sembrate meno, comunque) in cui non ho chiuso occhio, allungando la giornata partita alle otto di un venerdì mattina italiano fino alle sei e mezza un sabato sera giapponese. Facendo due calcoli, la mia giornata è di fatto durata una trentina di ore e una volta scesa dall’aereo e superati i controlli non mi rendevo ancora conto né di dove ero, né di che giorno o che ora fosse, né di cosa stesse succedendo attorno a me.
La coscienza che il viaggio fosse finito non si è presentata neanche di striscio. Avevo ancora tanta strada da percorrere e sarei dovuta arrivare all’appartamento di due amici italiani che mi avrebbero ospitata per la notte. Appartamento che, guarda caso, si trova nell’edificio immediatamente accanto alla mia ex-casa, quella dove io e L. lo scorso anno abbiamo trascorso sei mesi di profondo disagio e soddisfazioni e difficoltà e ricordi felici.

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Negli aerei Emirates si spengono le luci e si può ammirare il cielo stellato. Ditemi se è poco.

Sono salita sullo Skyliner, linea metropolitana che porta dall’aeroporto di Narita fino a Nippori, e che sembrava un’ottima alternativa economica al N’EX (Narita Express). Sbagliato. La differenza di prezzo è di una quindicina di euro, ma il percorso è infinito e dopo più di un’ora dalla partenza stavo ancora aspettando di raggiungere Nippori – tutt’altro che la mia tappa finale, oltretutto. Da Nippori ho affrontato la come sempre invivibile Yamanote che in una ventina di minuti mi ha portata fino a Shinjuku.
Ed è qui cheè avvenuta l’epifania.
Erano ormai le otto e mezza di sera, e mano a mano che il treno si avvicinava alle forme familiari del quartiere della notte per eccellenza, le luci, i colori e le forme che da sei mesi non vedevo mi si sono parate davanti violente causandomi un mezzo crollo emotivo misto a eccitazione misto a commozione che si è in fondo palesato ai miei due compagni di viaggio semplicemente come una me dagli occhi lucidi che mormora a bassa voce una singola frase: “Sono a casa”. Non so perché proprio Shinjuku. Sì, è un quartiere che adoro e che collego a un sacco di ricordi, ma non è IL quartiere. Fattosta che in quel momento di cruda realizzazione ho dimenticato (per cinque minuti) la stanchezza e sono stata felice di ritrovarmi lì. Sono scesa dal treno e ho ripercorso la parte della stazione di Shinjuku che mi avrebbe riportato alla linea Marunouchi, quella che l’anno scorso prendevo tutti i giorni per andare e tornare da scuola – e per andare e tornare da ovunque, a dirla tutta. A mano a mano che le stazioni si susseguivano una dopo l’altra le ripercorrevo mentalmente: Nishi Shinjuku. Nakano Sakaue. Shin Nakano. Le porte si apriranno dal lato sinistro.
Stremata dalla stanchezza e fisicamente provata dal trasporto di una valigia troppo grande che pesava la metà di me sono emersa dal sottosuolo e ho tirato un sospiro di sollievo. È proprio tutto come quando sei mesi fa ci siamo lasciate, Shin Nakano. (E sticazzi, direte voi, cosa vuoi che succeda in sei mesi?). L’unica differenza è il nuovo Pachinko tra la prima e la seconda entrata della stazione: così grande, sfarzoso e colorato che per una frazione di secondo mi sono chiesta se mi trovavo sulla strada giusta.
A un certo punto ho svoltato a sinistra, ed ecco la via dove abitavamo io e L. La luce della sua stanza è accesa, sul mio balcone sono stesi dei vestiti ad asciugare. Ho provato rabbia perché la vita di quel piccolo, insignificante appartamento va avanti anche senza di noi.

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Ogni viaggio comincia con una realizzazione di qualche tipo: c’è chi realizza che saranno giorni, settimane o mesi duri; c’è chi realizza che da quel viaggio non tornerà mai più del tutto. Io ho realizzato che la città di Tokyo è la cosa più vicina a casa che abbia mai trovato nei miei viaggi attorno al mondo. E sono felice di essere qui.

Una vita in 30kg, o di come preparare una valigia senza troppi sbatti.

Come forse tutti sapranno (e se non lo sapete, sappiatelo), Tokyo ist Krieg se ne ritorna a Tokyo a partire dal 21 marzo. E non ci rimarrà cinque miseri mesi come lo scorso anno. Se ne andrà per restarci.
Sono nel pieno della quarta fase, quella della negoziazione della partenza, e questo significa solo una cosa: è arrivato il momento di preparare la valigia. Meglio prendersi con un po’ d’anticipo, questa volta. Se l’anno scorso mi apprestavo a partire con Alitalia e la sua modesta franchigia da 23kg, quest’anno Emirates mi permetterà di dare il meglio di me e di mettermi alla prova cercando di inserire nella mia Valigia Ottanio i 30kg più significativi della mia vita da continua esule.
È dalla fine del liceo che, per un motivo o per l’altro, viaggio. Non penso di avere una vita particolarmente movimentata, ma lo spostamento fuori sede causa università e il conseguente trasferimento a Tokyo per gli ultimi cinque mesi del terzo anno (nonché la conversazione provvidenziale con un’amica, M.) mi hanno fatto capire che per noi orientalisti è indispensabile una mentalità essenzialmente apolide. Trovo che l’allungarsi innaturalmente verso il cosmopolitismo sia un’azione inutilmente faticosa e sopravvalutata. Io non mi sento cittadina del mondo, anzi. Non mi sento cittadina di nessun luogo e questo mi rende libera e svolazzante come una falena felice (e sì, dai, ci siete arrivati da soli, i vari angoli del mondo sono i miei lampioni).

Dicevamo, mi ritrovo ora nella condizione di dover selezionare i 30kg più importanti della mia vita per poi portarli con me dall’altra parte del mondo. Sarà necessaria una dose non indifferente di tenacia e abilità nella gestione degli spazi, perché l’anno scorso di chili me ne sono portata molti di meno e comunque mi sono dovuta sedere sulla valigia per riuscire a chiuderla.

Prima di mettersi nell’ordine di idee che è ora di alzare il culo e iniziare a impacchettare roba è bene assicurarsi di:
1. Essere rilassati e non avere altri pensieri. E questo implica il prendersi con un po’ di anticipo (nel mio caso una settimana, più o meno), per aver tempo di rimediare a eventuali mancanze e di disfare e ricostruire il vostro capolavoro tante volte quante la bilancia ve ne ordinerà.
2. Non farsi prendere dal panico: se dimenticate qualcosa c’è una buona probabilità che la vendano anche nel posto dove state andando. Corollario: ricordatevi che comprare passaporti o altri documenti d’identità nel paese di destinazione è illegale e perseguibile dalla legge. Cercate almeno di ricordarvi i vostri documenti, su.
3. Aprite la valigia, spalmatela sul pavimento della vostra stanza e chiudetevici dentro. No, non nella valigia. Nella stanza. Imponetevi di non uscirne finché non avrete completato almeno il primo ciclo di riempimento. Per aiutarvi nello scopo mettete della musica convincente e portatevi cibo e acqua.

La chiave per una valigia perfetta è il suo scheletro: non parlo solo dello scheletro fisico della valigia vera e propria, quello che eviterà che alla prima caduta da due metri d’altezza (solo Dio sa che cosa combinano oltre il buco nero alla fine dei rulli del check in) il vostro bagaglio ESPLODA, seminando tutto il contenuto sulle valigie degli altri ignari passeggeri. Sto parlando della gloriosa, indispensabile lista – la prima cosa a cui dovreste pensare nel momento in cui prenotate il vostro biglietto aereo.
Ho ancora salvata nel computer quella che avevo scritto l’anno scorso (e magicamente ero riuscita a non dimenticare nulla che fosse di vitale importanza), ma quest’anno ho deciso di riprovarci andando per categorie o campi semantici, nell’ordine in cui ve li descriverò qui sotto.
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Tutto comincia così.

La prima cosa in assoluto che mi viene in mente se penso a un bagaglio è l’elettronica.
I preziosi attrezzi elettronici di cui sono avida non possono mancare – pena il rimorso eterno. Ho diviso questa prima categoria in due sottocategorie:
a. cose che mi permettono di stare in contatto col mondo: il computer, con cui scriverò articoli noiosi nelle caffetterie, telefonerò ai miei, aggiornerò il blog, perderò ore su Facebook invece di uscire e farmi una vita. Il telefono, con la sim che mi servirà solo per (spero) le prime ore: quando mi stabilizzerò un attimo mi comprerò una sim dati da poter usare fuori casa; l’anno scorso non ne avevo una e vi assicuro che per noi ormai abituati a tutte le comodità dello smartphone uscire a fare due passi coscienti di non avere con sé internet è un vero e proprio incubo.
b. cose che mi permettono di stare in contatto con me stessa: il Nintendo 3DS che ha il blocco regionale e che quindi non posso utilizzare con i giochi giapponesi – quindi verranno con me anche Pokemon X, Fire Emblem Awakening, il Professor Layton e l’Eredità degli Aslant, eccetera eccetera. Verrà con me la PSP che invece non ha il blocco regionale, con FF Tactics e magari Monster Hunter. Il Kindle, che devo riempire di roba (ogni volta mi riprometto che in aereo leggerò un po’, mentre finisco sempre per trascorrere l’intero viaggio tentando di dormire con scarso successo). La fotocamera, con due obiettivi per sopperire a ogni necessità. L’iPod, indispensabile.

Seconda categoria: cose che mi permettono di urlare al mondo che sì, sono italiana.
Una moka, un pacchetto di caffè buono e ODDIO NON DIMENTICATELO MAI, l’adattatore per il gas (quello di metallo a croce per intenderci, ha un nome proprio? Non lo so). L’anno scorso me l’ero dimenticata e ho dovuto cercarlo non poco, trovandolo poi in un negozio specializzato in roba pretenziosa da cucina e pagandolo sui 15 euro (1,30€, nel negozio giù in città a Trento). Magari del peperoncino. Magari un barattolo di Nutella (per stare lontana dal Food Show quanto più possibile, si sa che poi va a finire malissimo).

Cose che mi permetteranno di studiare un po’ di giapponese.
Un sacco di libri che avevo comperato l’anno scorso e riportato in Italia. Libri preparatori per il JLPT N1 (che non ho passato a dicembre per una manciata di punti, sciocca me procrastinatrice), i miei amatissimi libri di grammatica giapponese Makino-Tsutsui, tre libri di Murakami Ryuu letti a metà e lasciati da parte per troppo tempo (vi ricordate la parola tsundoku?). Oh e il dizionario elettronico, che altrimenti non riesco nemmeno ad andare a fare la spesa. Compro raramente cose che non so cosa siano, e dato che al secondo anno abbiamo saltato a pié pari l’unità didattica sulla cucina e sul cibo non ho nemmeno idea di come si dica “spinacio”, per dire.
...merda.

…merda.

Cose che mi permetteranno di mantenere un certo decoro.
Vestiti: non troppi, perché Tokyo è la mecca dell’abbigliamento e so che per quante cose mi porti dietro poi finirei per rivendere tutto in qualche MODE OFF, come l’anno scorso. Era agosto e non mi entrava più nulla in valigia, quindi ho rivenduto circa una ventina di capi d’abbigliamento tra abiti, scarpe, magliette eccetera. Ci ho ricavato ben 440yen, tre euro e mezzo. Ci ho comprato una bandana blu (e guadagnato indescrivibilmente in peso).
Ricordarsi di non dimenticare un completo da colloquio di lavoro. Rigorosamente giacca e pantalone neri E camicia bianca OPPURE tailleur nero E camicia bianca. Provo il mio nuovo completo nel camerino del negozio e mi sento incredibilmente vecchia e incredibilmente stanca.
Scarpe: sicuramente le mie Doc Martens. Un paio di ballerine. Le Lita per trovare sempre un momento di disagio: già sono alta per gli standard giapponesi, poi quando con queste scarpe arrivo a più di 170cm posso guardare il mondo dall’alto tipo Torre Eiffel, ed ergermi sopra la folla e sopra le ascelle nella metropolitana. Non male.
Cosmetici. Promemoria per me stessa: comprare due mascara uguali a quello che ho ora, perché quelli giapponesi sono per chi non ha le ciglia e quindi non vanno una bega.
Uno specchietto.
La pinzetta per le sopracciglia.
L’epilatore della Sunsilk.
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Cose belle che come tutte le cose belle prima o poi finiscono.
Gli assorbenti, di cui ho parlato sufficientemente nello scorso articolo.
Tinte per capelli, che a Tokyo non ne ho mai trovate come piacevano a me.

Cose che mi permetteranno di rimanere viva.
Medicinali. Una borsa piena zeppa di medicinali.
L’adattatore della corrente. Mi permetterà di rimanere viva, sì, riuscite a immaginare arrivare lì, appoggiare il culo sul letto e rendersi conto di non avere dove collegare i propri attrezzi elettronici? Oh, the horror.

Cose che troverò sicuramente il modo di utilizzare.
Degli asciugamani e delle lenzuola (metti che l’industria giapponese che produce l’uno e l’altro prodotto collassi improvvisamente ed entrambe le cose diventino irreperibili, sinceramente non mi va di essere costretta a girare il mercato nero degli asciugamani – dev’essere un posto terribile, pieno di tipi poco raccomandabili).
Un membro quasiasi del mio esercito di alpaca. Sicuramente spenderò il mio primo stipendio in ufo-catcher, ma fino a quel momento ho bisogno della compagnia e della saggezza di uno dei capostipiti del mio fidato Consiglio di Alpaca.
No, generale, tu non puoi venire con me ):

No, generale, tu non puoi venire con me ):

Oh, dimenticavo: cose che mi permetteranno di entrare in Giappone.
Il passaporto (valido), il visto (da un anno e tre mesi, per intanto), soldi. Il biglietto aereo. Il permesso di lavorare part-time (okay posso entrare in Giappone anche senza, ma se non trovo un lavoro non so quanto posso rimanerci).

Ecco, bene o male questa è la versione 2014 della Lista. Vi lascio con un po’ di dati sparsi:
Oggi è lunedì 17 marzo.
La mia valigia si è chiusa per la prima volta ieri, domenica 16 marzo, alle 13:55.
Peso corrente della valigia: 26kg.
Chili che ho dovuto schiacciare sulla valigia per riuscire ad allacciare le cerniere: 70 (grazie, M.)
Tempo trascorso a fissare la valigia vuota con sguardo vacuo, non sapendo da dove iniziare: tra le 3 e le 5 ore.
Volte che riaprirò la valigia da qui a venerdì: tra le 10 e le 15.
Elementi della lista dello scorso anno che ho dimenticato di inserire in valigia: tra i 10 e i 15.
Vestiti che dovrò togliere dalla valigia per farci stare il resto: troppi.
Libri che toglierò dalla valigia per farci stare il resto: neanche mezzo, bitches.
Cose che sono disposta a sacrificare per far spazio a qualcosa di più utile: essenzialmente, la mia salute mentale.

E voi, qual è stata la valigia più complicata che vi siete mai trovati a preparare?
Fatemelo sapere in un commento o sulla pagina facebook di Tokyo ist Krieg!
Buona settimana a tutti e alla prossima (che sarà da Tokyo)!